October 2014: Olive Harvest

ottobre 26, 2014 at 5:31 pm

Palestinians are harvesting olives in the South Hebron Hills, despite different harassment from Israeli forces and settlers. Schools remained closed in the days dedicated to the harvest and the oil production to allow families to work together.

On October 17, Palestinian families went harvesting their olive trees near Avigayil illegal outpost. Israeli forces tried to prevent them, showing maps stating that some trees were inside the security area of the outpost, where Palestinians are not allowed to enter. Thanks to B’tselem operators and International volunteers Palestinians could finish harvesting.

In Humra valley, in the Palestinian village of At Tuwani, the days of the harvest were almost all quiet: on October 17 some settlers came from Havat Ma’on Israeli illegal outpost, riding a horse and quad bikes, to verbally harass Palestinians.

On October 19 the South Hebron Hills Popular Committee organized a nonviolent action: some Palestinian students from Yatta University went in At Tuwani village to pick olives and water the young trees they planted on the previous spring.

On the land right in front of Suseiya settlement’s entry, Palestinians owners from Susiya had to wait the permission from the DCO in order to pick olives. On October 26 Israeli forces monitored the harvest for the all time.

Students from Yatta University together with members of the South Hebron Hills Popular Commitee, in At Tuwani village.

Students from Yatta University together with members of the South Hebron Hills Popular Commitee, in At Tuwani village.

Palestinin family picking olives in Humra valley, At Tuwani village.

Palestinin family picking olives in Humra valley, At Tuwani village.

DCO offocer checking the harvest in front of Suseya settlement

DCO offocer checking the harvest in front of Suseya settlement

DCO officers tries to prevent Palestinians from picking olives near Avigayil Israeli illegal outpost.

DCO officers tries to prevent Palestinians from picking olives near Avigayil Israeli illegal outpost.

Nelle colline a sud di Hebron si sta svolgendo la raccolta delle olive. I Palestinesi dell’area stanno completando la raccolta nonostante alcuni momenti di tensione. Le scuole sono rimaste chiuse nelle giornate dedicate alla raccolta ed alla successiva produzione dell’olio per permettere alle famiglie di lavorare assieme.

Il 17 ottobre famiglie palestinesi si sono recate per la raccolta sulla loro terra nei pressi dell’avamposto illegale di Avigayil. Le forze dell’ordine israeliane hanno tentato di fermarli, mostrando mappe secondo le quali alcuni degli ulivi di loro proprietà sono nell’area di sicurezza dell’avamposto, dove ai palestinesi è vietato l’accesso. Grazie alla presenza di operatori di B’tselem e volontari internazionali i palestinesi hanno potuto ultimare la raccolta.

Nella valle di Humra, nel il villaggio palestinese di At Tuwani, le giornate di raccolta delle olive sono state quasi sempre tranquille: il 17 ottobre alcuni coloni dell’avamposto illegale di Havat Ma’on sono usciti a cavallo e su dei quod per aggredire verbalmente i palestinesi.

Il 19 ottobre il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron ha organizzato un’azione nonviolenta in cui alcuni universitari della città palestinese di Yatta si sono recati nel villaggio di At Tuwani per raccogliere olive dagli alberi adulti, e portare acqua ai giovani ulivi piantati la primavera scorsa.

Nelle terre che si trovano immediatamente davanti all’ingresso della colonia di Suseiya, palestinesi del villaggio di Susiya hanno dovuto aspettare il permesso delle forze israeliane della DCO per poter raccogliere. Il 26 ottobre le forze dell’ordine israeliane hanno monitorato il lavoro per tutto il tempo.

PR: Arrests and violence against Palestinians resisting settlers’ expansion in the South Hebron Hills

ottobre 21, 2014 at 2:00 pm

PRESS RELEASE

Arrests and violence against Palestinians resisting settlers’ expansion in the South Hebron Hills

Israeli forces arrest two Palestinians and four Israeli activists near Mitzpe Yair illegal outpost

(Italian follows)

October 19, 2014

At Tuwani – Saturday October 18, two nonviolent actions organized by the South Hebron Hills Popular Committee took place in the South Hebron Hills area, claiming the right of Palestinians to access their own lands. The first in the area of Umm Al Arayes, located near the Israeli outpost of Mitzpe Yair; the second in the area of the Palestinian village of Susiya, located close to the Israeli settlement of Suseya. Both Palestinian-owned lands are under threat of dispossession because of the illegal settlements’ expansion.

In Umm Al Arayes, at 9 a.m. Palestinian owners of the land accompanied by Israeli activists and international volunteers gathered to claim the right to access their land. The Israeli forces already present on the place immediately stopped the participants and declared the area as “military closed”, preventing anyone to access it. Israeli police arrested two Palestinians and four Israeli activists with the charge to have been in the forbidden area. Last Saturday, during a similar nonviolent action, Israeli activists were brutally attacked by settlers from Mitzpe Yair (video of the incident: http://goo.gl/qFE3fX).

Since 2001 the Palestinians have faced restricted access to these lands. In the past weeks, in response to a legal petition filed by Palestinians’ lawyer, the Israeli Court forced the settlers to dismantle several greenhouses they illegally built on that same land.

In Susiya, at 10 a.m. Palestinian owners, accompanied by Israeli activists and international volunteers, marched on their land to make pressure against the settlement’s illegal expansion. For the third saturday in a row Palestinians dismantled the tent built illegally by the settlers where they used to gather every afternoon preventing the owners to graze on the land and use the well. At 11:10 a.m. Israeli army declared the area as “military closed” and started to violently push away Palestinians and activists, as they were peacefully resisting the evacuation of the area while Israeli settlers were standing there.

In both nonviolent actions Israeli forces prevented the Palestinian owners to access their lands allowing Israeli settlers to grab those lands and illegally build structures on them.

Nevertheless, Palestinians from the South Hebron Hills keep struggling in a nonviolent way to claim justice and to stop the ongoing appropriation of Palestinian land.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the actions: http://goo.gl/dPcT2u

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

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COMUNICATO STAMPA

Arresti e violenza in risposta alla resistenza palestinese contro l’espansione delle colonie, colline a sud di Hebron

L’esercito israeliano arresta due palestinesi e quattro attivisti israeliani vicino all’avamposto di Mitzpe Yair

19 ottobre 2014

At Tuwani – Sabato 18 ottobre, il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron ha organizzato due azioni nonviolente per rivendicare il diritto dei palestinesi ad accedere alle proprie terre. La prima nell’area di Umm Al Arayes, vicino l’avamposto israeliano di Mitzpe Yair; la seconda nell’area del villaggio di Susiya adiacente alla colonia israeliana di Suseya. Entrambe le terre di proprietà palestinese sono sotto minaccia di esproprio a causa dall’espansione illegale delle colonie.

Ad Umm Al Arayes, alle 9 del mattino, i proprietari palestinesi, insieme ad attivisti israeliani e volontari internazionali, si sono riuniti per reclamare il diritto di accesso alla loro terra. L’esercito israeliano, già presente sul posto, ha immediatamente fermato i partecipanti dichiarando “area militare chiusa”, impedendo a chiunque di accedere al terreno. La polizia israeliana ha arrestato due palestinesi e quattro attivisti israeliani con l’accusa di essere all’interno dell’area interdetta. Sabato scorso, durante un’azione nonviolenta analoga, gli attivisti israeliani sono stati brutalmente attaccati dai coloni di Mitzpe Yair (video dell’incidente: http://goo.gl/qFE3fX).

Dal 2001 i palestinesi hanno affrontato le limitazioni nell’accesso a questi terreni. Nelle scorse settimane, in risposta ad una petizione presentata dall’avvocato dei palestinesi, la corte israeliana ha obbligato i coloni a smantellare diverse serre che avevano costruito illegalmente sugli stessi terreni.

A Susiya, alle 10 del mattino i proprietari palestinesi, accompagnati degli attivisti israeliani e da volontari internazionali, hanno marciato sulla loro terra per fare pressione contro l’espansione illegale della colonia. Per il terzo sabato di fila, i palestinesi hanno smantellato la tenda costruita illegalmente dai coloni ed utilizzata ogni pomeriggio impedendo ai proprietari del terreno di pascolare nell’area ed usare il pozzo. Alle 11:10 l’esercito israeliano ha dichiarato “area militare chiusa” ed ha iniziato a scacciare con violenza i palestinesi ed gli attivisti che stavano resistendo pacificamente allo sgombero, mentre alcuni coloni israeliani sono rimasti nell’area in questione.

Durante le due azioni, le forze israeliane hanno impedito ai proprietari palestinesi di accedere alla loro terra, permettendo invece ai coloni israeliani di appropriarsene e costruirci illegalmente strutture.

Ciononostante i palestinesi delle colline a sud di Hebron continuano a lottare in modo nonviolento per reclamare giustizia e fermare la continua confisca illegale di terra palestinese.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto delle azioni: http://goo.gl/dPcT2u

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Il rumore sereno della nonviolenza

settembre 29, 2014 at 9:40 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERANon so che cosa si possa pensare, da lontano, circa il significato di vivere nei Territori Occupati Palestinesi un progetto di resistenza senz’armi che abbiano mirino e caricatore. Non so come ci si immagini che sia una giornata di nonviolenza guidata dal solo principio della condivisione perenne con le persone che vivono questa incrollabile lotta fatta solo di una determinazione che corra sempre un passo avanti al proprio timore di finire arrestati, picchiati, schiacciati dal macigno dell’ingiustizia.
Eccola questa vita che si ostina a vivere: tensione, sporco, tanta fatica, inesauribile sonno, insetti, spine. Sconosciuta intimità e dimenticata solitudine, respiriamo la polvere di un paese in cui l’occupazione quotidiana dello spazio territoriale, fisico e mentale non conosce riposo né ripensamenti.
Quando alla sera torni da accompagnamenti chilometrici per colli bruciati dal sole, dopo che sei stato tutto il giorno in mezzo al puzzo delle pecore, che hai bevuto l’acqua del pozzo perchè non c’era altro e sai che la notte starai male, dopo che come un falco hai strabuzzato occhi e cuore verso l’orizzonte accecante di luce nell’attesa e nel timore di scorgere un soldato che imbraccia il suo fucile o un colono che imbraccia il suo odio (o un fucile pure lui, o tutt’e due le cose e magari anche qualche pietra), dopo che il militare di turno ti insulta o non ti risponde per niente facendoti sentire inesistente per un attimo che dura millenni, dopo che l’accompagnamento va male e finisce pure che arrestano i pastori che erano con te, dopo che la scorta non si presenta e ti carichi la responsabilità di portare a scuola dieci ragazzini spaventati sfrecciando tra sassi, rovi e salite estenuanti, proprio sotto un avamposto di coloni considerati terroristi anche da Israele, ecco, dopo tutto questo, quando arrivi a casa la sera e vorresti collassare sul letto, ormai imbiancato dal sale del tuo stesso sudore, ti accoglie invece la puntuale, caotica processione dei giovani del villaggio verso casa nostra, luogo di ritrovo perchè spazio libero sul confine culturale tra popoli che hanno deciso di combattere assieme sulla strada dell’umanità. Qui, rifugio dove si viene a cercare la pasta e il caffè espresso e dove fino a tarda sera si può suonare la chitarra e provare a scherzare persino sulla guerra, i pensieri si incontrano e si intrecciano le nostre esistenze: italiani e palestinesi coltiviamo assieme radici profonde di una presenza che, in cambio del nostro impegno, raccoglie un affetto fraterno e un’invasione di bambini e adolescenti per i quali gli ajaneb, noi stranieri, siamo diventati una piacevole abitudine educativo-ricreativa. Ci chiedono di suonare insieme, di fare a cazzotti, di giocare, vogliono disegnare sulle nostre mani, insegnarci a cucinare i loro dolci, fare conversazione in italiano, in inglese, in arabo; vogliono che li coccoli, che si raccolga inseme i fichi strappati alla terra resa arida dal furto incessante di acqua, devi placare i litigi e spegnere i pianti, prenderti i pugni nella pancia quando si gioca al “colono che picchia l’ajaneb”, o la sua versione alternativa con il “soldato che maltratta l’ajaneb”.
Perenne la consapevolezza di essere qui per un motivo e avere un lavoro da fare, di essere sotto lo sguardo attento di ciascuno, ogni nostra mossa amplificata dalla ricaduta che avrà sulla vita di queste persone anche quando ce ne saremo andati: ti domandi incessantemente se stai dimostrando abbastanza rispetto, se sarai efficace sul campo, ti chiedi se è stato utile parlare col soldato o se avresti potuto fare di più, se la ripresa con la videocamera non poteva essere migliore e la foto più precisa, se stai correndo abbastanza veloce sulla strada che ti porta all’emergenza per la quale ci hanno chiamato. Passi la giornata combattendo stanchezza, paura e la sensazione di non essere mai all’altezza del ruolo che ti viene richiesto da queste persone colme di saggezza ed esperienza; e vai a dormire vestito per essere pronto all’allarme notturno, con la telecamera accanto al cuscino e l’ansia di una chiamata di intervento come buonanotte. Ti alzi prima dell’alba per correre dalla parte opposta delle colline a monitorare che i bambini arrivino a scuola, e mentre sballotti per gli sterrati scoscesi e cerchi di non ammazzarti rotolando a valle, resti vigile e pronto ad agire in caso d’attacco. Sai che se la scorta sarà in ritardo o non arriverà dovrai distrarre i bambini, infuriati perchè vogliono arrivare a scuola, e subito dopo spaventati perchè coscienti che ci dovranno arrivare passando per strade pericolose e senza protezione, se non quella del nostro corpo che combatte l’ansia e una cinepresa piantata verso l’ignoto minaccioso. Sai che leggerai nei loro occhi l’ombra dell’umiliazione, mentre i minuti passano e passano e tu ti attacchi al cellulare per chiamare gli avvocati, i difensori dei diritti umani, la centralina dell’esercito per sapere perchè accidenti la scorta non arriva. Sai che proverai a fargli il solletico e a cantare, a fare il giullare idiota che cerca di imparare l’arabo e sbaglierai apposta la pronuncia per farli ridere; sai che mentre l’orologio corre via e ti affanni a farli sentire ancora bambini, ancora protetti e al sicuro, loro stanno già maturando la consapevolezza di essere vittime dell’esercizio del razzismo, sanno già, a sette anni, di essere schiacciati da un’occupazione che ti costringe ad aspettare tre militari armati per andare a scuola, a scudo della stessa gente alla quale appartengono anche quegli stessi militari. Sai che, se questa follia mattutina non andrà a buon fine e il gioco delle parti si incepperà in qualche suo passaggio, questi bambini che ti guardano confidando che tu possa fare qualcosa arriveranno in ritardo al loro appuntamento con il diritto all’istruzione, più amareggiati, più spaventati, più arrabbiati del mattino precedente. Sai che saranno già meno bambini ma più disillusi del momento in cui tu hai messo piedi e cuore in questi villaggi sperando davvero di poter essere utile a qualcuno, di poter sbiadire cancellata dopo cancellata qualcuna delle righe di quest’ingiustizia perenne, di questa tortura silenziosa e crudele che strappa via l’innocenza ai giovani e la dignità agli adulti.

Eppure eccoci: siamo qui. E qui c’è anche felicità. Perchè quando uno di quei bambini ti abbraccia, quando tutto il villaggio impara i nostri nomi per pronunciarli con affetto e rispetto, quando una casa ci apre le sue porte e le donne ci accolgono nella loro cucina, quando gli uomini ci chiedono che ne pensiamo dell’occupazione mentre si beve assieme un tè, quando un pastore di dieci anni viene a bussarci ancora in groppa al suo asino per chiederci di scortarlo perchè con noi si sente al sicuro, quando riesci a parlare almeno a un soldato e dirgli che le sue armi non ti piacciono e che ci potrebbe e ci deve essere un modo diverso per vivere, quando il gregge delle pecore viene spinto dai pastori, rassicurati dalle nostre telecamere, un chilometro più avanti verso gli avamposti illegali, riconquistandosi mille metri di terra, di coraggio e di diritti, quando alla sera ci godiamo finalmente la mezz’ora di silenzio mentre il villaggio si prepara per la notte ventosa, e ripensiamo a tutti i sorrisi che abbiamo raccolto e a tutte le mani che abbiamo stretto durante la giornata… ecco, allora sì, ascoltiamo la serenità.
Che suona ancora più forte e rassicurante, che ci fa trovare nuove energie e nuove speranze, che fa ancora più rumore di tutti questi suoni e voci e parole e minacce e risate e strafalcioni linguistici e versi di animali e grida di coloni e urla di bambini e richiami dell’alba alla preghiera proprio quando finalmente ti eri appena addormentato: è il rumore della pace in costruzione.
Il rumore che fa questo sogno mentre sta diventando realtà.

Crilla

UPDATE: Palestinians resisting settlers expansions, South Hebron Hills

settembre 22, 2014 at 7:06 am

(Italian follows)

September 22, 2013

Tuwani – On September 20, the South Hebron Hills Popular Committee (SHHPC) have organized a nonviolent action to claim the Palestinians right to access to the land and to denounce the illegal settlers expansion, near the Palestinian village of Susiya.

One week ago the Israeli settlers illegally built a tent (about 20 s.m.) on Palestinian land, situated between the Palestinian village of Susiya and the Israeli Suseya settlement, where the settlers used to gather every afternoon. Beside this tent there is a well owned by a Palestinian from Susiya in which the settlers used to swim. This violations prevented the Palestinian shepherds and villagers to use the well and to graze in the valley close to the place.

On Saturday morning, at 10 a.m. several Palestinian men, women and children, with the solidarity of Israeli activists went to the tent and dismantled it. Subsequently they collected the garbage around the well and they took water from it as a demonstrative action.
Suddenly around ten settlers came out from Suseya and some of them crossed an area in which the access is forbidden to Israelis and raged against the nonviolent activists.
In the meanwhile Israeli Forces arrived and the Palestinians denounced the settlers violations. At 10:45 the Israeli army and Border Police declared the area a “close military zone” for one day, in order to push away the Palestinians and the Israeli activists. Yet the settlers remained inside the temporary close military area with the Police and army.

The nonviolent action aimed to prevent the settlement illegal territorial expansion and to stop the ongoing appropriation of Palestinian land from the settlers present in the South Hebron Hills are.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the action: http://goo.gl/21d7bw

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]


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I Palestinesi resistono all’espansione delle colonie, colline a sud di Hebron

22 settembre 2014

At Tuwani – Il 20 settembre, il Comitato Popolare delle colline a sud di Hebron ha organizzato un’azione nonviolenta per affermare il diritto dei Palestinesi di accesso alla terra e per denunciare l’illegale espansione dei coloni, vicino al villaggio palestinese di Susiya.

Una settimana prima i coloni Israeliani hanno illegalmente costruito una tenda (di circa 20 mq) su terra di proprietà palestinese, situata tra il villaggio Palestinese di Susiya e l’insediamento Israeliano di Suseya, dove i coloni usano riunirsi tutti i pomeriggi. A fianco alla tenda c’è un posso di proprietà di un palestinese di Susiya, nel quale i coloni fanno il bagno. Queste violazioni impediscono ai pastori e gli abitanti palestinesi di usare il pozzo e di pascolare nella valle vicina.

Il sabato mattina alle 10:00 molti palestinesi (uomini, donne e bambini) con la solidarietà degli attivisti israeliani sono andati alla tenda e l’hanno smantellata. Successivamente hanno raccolto i rifiuti intorno al pozzo e, come azione dimostrativa, hanno utilizzato l’acqua.
Improvvisamente circa dieci coloni sono venuti dall’insediamento di Suseya e alcuni di loro hanno attraversato un’area in cui l’accesso è vietato agli israeliani e si sono infuriati contro gli attivisti nonviolenti.
Nel frattempo sono arrivate le forze armate israeliane e i palestinesi hanno denunciato le violazioni dei coloni. Alle 10:45 l’esercito israeliano e la polizia hanno dichiarato la zona un area militare chiusa per un giorno, al fine di scacciare i palestinesi e gli attivisti israeliani. Eppure i coloni sono rimasti dentro la temporanea area militare chiusa con la polizia e l’esercito.

L’azione nonviolenta ha lo scopo di impedire l’illegale espansione territoriale della colonia e di fermare la continua appropriazione di terra palestinesi da parte dei coloni israeliani nelle colline a sud di Hebron.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’azione: http://goo.gl/21d7bw

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Un sogno di libertà

settembre 16, 2014 at 2:48 pm

Qua ad At-Tuwani tutto scorre in una calma apparente, in una quotidiana occupazione che come sempre cerca di normalizzare l’ingiustizia.
Diverse cose sono cambiate dal mio arrivo qua, rispetto a 2 anni fa. il gruppo, le responsabilità, io e l’occupazione. Un io più presente, mi permette di osservare meglio, stare sul campo e assumermi più responsabilità.

Ascoltare, vedere e condividere con queste persone la loro vita, la loro sofferenza, la loro gioia e impegno. il loro sogno di libertà.
Ma anche qua gli occhi vanno a Gaza. Mi fa sorridere ripensare alle parole di un palestinese “Quelli di Gaza che reagiscono in maniera violenta per la libertà, sono terroristi, noi qua che resistiamo in maniera nonviolenta siamo terroristi. Chiunque di noi pretende la libertà è un terrorista”.
Quasi come fosse un crimine essere umani, pretendere la libertà o voler vivere.
Ogni tanto mi soffermo a leggere le notizie dei quotidiani italiani e fa male non-leggere il dolore e le storie delle persone sotto occupazione. occupazione che non permette di costruire le case, di pascolare nei propri terreni o circolare liberamente se non fermati da check point volanti.
Come se le guerre nascessero per caso, come se le vite delle persone sotto occupazione valessero meno, fossero persone meno umane.
Terra di Palestina, terra di ingiustizia, terra di occupazione e di vita mancata, ma anche storia di semplici villaggi e persone che unite e insieme cercano una nuova via. via di vita, di libertà. via di giustizia che da speranza di pace.
In occidente si chiede sempre il cessate il fuoco, ma nessuno condanna l’occupazione.
Siamo fortunati noi volontari ad accompagnare queste semplici persone, che lottano a più non posso contro l’occupazione per un futuro. un futuro grande capace di comprendere anche i loro “nemici”, futuro capace di sperare per tutti e presente molto faticoso, molto impegnativo. un futuro che impegna tutti: palestinesi, israeliani e internazionali. una lotta che ha bisogno di tutti.
In fin dei conti la nonviolenza è un’arma a doppio taglio, che fa sentire alle volte molto debole, dalla parte sbagliata del fucile, dalla parte dell’ultimo e del più debole e per questo da una visione del mondo capace di vedere tutti.
Quasi non fosse un’utopia pensare che tutti abbiamo diritto a una dignità, alla libertà di vivere ed essere umani. è la forza degli ultimi, non di quelli che valgono meno, ma di quelli che non riescono a comprendere certe parole come libertà e giustizia se non valgono per tutti.
ma allo stesso tempo è un arma molto forte, perché capace di far vedere che il cambiamento è possibile e che ognuno di noi ne è responsabile.
Questa è una grande lotta. una lotta umana.

Pedro

UPDATE 2014-09-01: IDF DEMOLISHED 9 STRUCTURE IN THE VILLAGE OF KHIRBET AR-RAHWA

settembre 7, 2014 at 8:21 pm

38 persons lost their home, 21 of them children

(italian follows)

Khirbet ar Rahwa – On 1st of September 2014, during the afternoon, the Israeli army and the D.C.O. (District Coordination Office) entered into the palestinian village of Khirbet ar-Rahwa, in the South Hebron Hills, and demolished 3 houses (tents), 3 animal shelters and 3 toilettes. No demolition order was delivered for  these  structures.

All the demolished structures were built with simple materials. Ar-Rawha that is located in area C, has no access to electricity, to the water pipeline and to any kind of facilities and services.
The houses belonged to the Altal family and to the Jabaarin family. Because of the demolitions, 38 persons, 21 of them children, lost their houses. All the families are waiting for humanitarian aid.

The village of ar-Rahwa is surrounded by the settlement of Tene and the outpost of Havat Moor. This outpost received demolition order in 2000, but the D.C.O decided to not demolish any house until now. Also the outpost is connected with the electricity net and water pipelines, services that are denied for the Palestinians of ar-Rawha, who are the legal owners of the land where the settlement of Tene is located.

Photo of the incident: http://goo.gl/qpFBA7

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

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UPDATE 1-09-2014 : L’IDF DEMOLISCE 9 STRUTTURE NEL VILLAGGIO DI KHIRBET AR-RAHWA

38 persone hanno perso la casa, di cui 21 bambini

Khirbet ar-Rahwa – Nel pomeriggio del 1 settembre 2014, l’esercito israeliano e la D.C.O. (Dicstrict Coordination Offeice) è entrato nel villaggio palestinese di Khirbet ar-Rahwa , situato nelle colline a sud di Hebron, e ha demolito 3 strutture abitative, 3 ricoveri per le pecore, e 3 servizi igienici. Nessun ordine di demolizione è stato consegnato agli abitanti del villaggio proprietari delle strutture.
Tutte le strutture demolite erano costruite con materiali semplici ferro, lamiera, tende.

Il villaggio di ar-Rahwa che è situato in area C,  non ha accesso alla rete elettrica, nè idrica, nè può accedere a nessuno dei servizi di base.
Le strutture appartenevano alle famiglie Altal e Jabreen. A causa della demolizione hanno perso la casa un totale 38 persone, di cui 21 bambini. Le famiglie colpite stanno ora aspettando aiuti umanitari.

Il villaggio di ar-Rahwa è circondato dalla colonia di Tene e dall’avamposto di Havat Moor. Questo avamposto ha ricevuto l’ordine di demolizione nel 2000, tuttavia la D.C.O. non ha mai deciso di rendere effettivo l’ordine o di demolire qualche struttura. Inoltre l’avamposto è connesso alla rete elettrica e idrica , servizi negati ai palestinesi del villaggio di Ar Rahwa, che tra l’altro sono i legali proprietari della terra su cui sorge la vicina colonia di Tene.

Foto dell’evento: http://goo.gl/qpFBA7

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

The IDF’s real face – HAARETZ

settembre 4, 2014 at 1:46 pm

(italian follows)

Article by Gideon Levy, Haaretz, August 30, 2014
In civilian life, anyone suspected of manslaughter or murder is immediately arrested, with an investigation coming later. In the IDF the opposite is true.

Khalil Anati was from the Al-Fawar refugee camp in the southern part of the West Bank; a soldier in an armored jeep shot him in the back with a live round and killed him as he was running home. He was 10 years old. Mohammed Al-Qatari was a promising soccer player from the Al-Amari refugee camp near Ramallah. A soldier shot him from a distance of several dozen meters while he was taking part in a demonstration against the Gaza war. He was 19 years old when he died. Hashem Abu Maria was a social worker from Beit Ummar who worked for the Geneva-based NGO Defense for Children International. He participated in a demonstration against the Gaza war, trying to protect children by preventing them from throwing stones. An IDF sharpshooter situated on a distant balcony shot and killed him. He was 45 years old, a father of three children. Soldiers killed two more demonstrators at that demonstration.

These people were among many others killed by IDF fire far from the battlefields of Gaza. According to data provided by the United Nations Office for Coordinating Humanitarian Affairs, the IDF killed 20 adults and three children in the West Bank during the fighting in Gaza. Soldiers also wounded 2,218 people, 38% of them by live fire, a particularly high number in comparison to 14% in the first half of 2014 and 4% in 2013.

None of those killed were endangering soldiers’ lives, none of them were armed or deserved to die.

The fighting in Gaza loosened all restraint. Under its umbrella soldiers permitted themselves to use live fire in order to disperse demonstrations, settle scores with people throwing stones or Molotov cocktails – including children – and punish anyone demonstrating against the war. Perhaps these soldiers were envious of their comrades fighting in Gaza, perhaps they were frustrated at being far from the real action – in any event they were confident that no harm would befall them, not while in Gaza there was almost a massacre taking place, with the nation’s heart going out to its fighting men.

No one stopped them, no one was arrested or prosecuted. “The Military Police is investigating” has become code for the IDF spokesman in his automatic responses, a code which blurs and conceals, until the files gather dust and are forgotten. In civilian life, anyone suspected of manslaughter or murder is immediately arrested, with an investigation coming later. In the IDF the opposite is true. First comes an investigation, usually leading nowhere, even when the circumstances are straightforward. There is no question of arresting anyone, even when the incident cries out to the heavens, as in the case of the shooting at Al-Fawar. The soldier who killed the boy is apparently continuing with his life as usual.

These are routine practices associated with the occupation. There is no comparison to the numbers in Gaza, but this routine exposes the true face of the IDF, the way it regularly conducts itself with regard to Palestinians, and especially its persistent disregard for their lives and deaths. There was no war being waged on the West Bank – soldiers were not facing battalions of Izz-ad-Din al-Qassam fighters, nor were they up against attack tunnels, rockets, sharpshooters or explosive devices. Yet see how they killed and maimed, using live fire against demonstrating youths and even children; how they cut short the life of a soccer player who a few weeks earlier had been promised a brilliant career by Sepp Blatter, the president of FIFA; or the lives of a 10-year-old refugee boy and a social worker innocent of any crime.

The crimes committed in the West Bank will not be investigated by any international tribunal – there is no need to prepare excuses, write reports or enlist lawyers. But it is precisely these smaller incidents – after all, what are 20 deaths in contrast to the hundredfold larger numbers in Gaza? – that should worry us. There was no war here, hardly any acts of terror, only angry demonstrations by those who were understandably driven to distraction by the fate of their brethren in Gaza. Note how they were treated by IDF soldiers.

This is the behavior of the nation’s army, its soldiers now lauded by all. One can respect and cherish the people’s love for its soldiers, but one should remember what these soldiers do as part of their routine military service, day in, day out, year after year.

 

Il vero volto dell’IDF.

Articolo di Gideon Levy, apparso su Haaretz, 30 agosto 2014.

Khalil Anati era del campo profughi di Al-Fawar nella parte meridionale della Cisgiordania; un soldato da una jeep blindata gli ha sparato alla schiena con il fuoco vivo  e lo ha ucciso mentre stava correndo a casa. Aveva 10 anni.
Mohammed Al-Qatar era un calciatore promettente dal campo profughi di Al-Amari vicino a Ramallah. Un soldato gli ha sparato da una distanza di alcune decine di metri, mentre stava prendendo parte ad una manifestazione contro la guerra a Gaza. Aveva 19 anni quando è morto.
Hashem Abu Maria era un assistente sociale di Beit Ummar che lavorava per la ONG con sede a Ginevra Defense for Children International. Partecipava a una manifestazione contro la guerra a Gaza, cercando di proteggere i bambini, impedendo loro di lanciare pietre. Un tiratore scelto IDF, situato su un balcone lontano, ha sparato e lo ha ucciso. Aveva 45 anni, era padre di tre figli.
I soldati hanno ucciso altri due manifestanti in quella manifestazione. Queste persone, come molte altre , erano  lontano dai campi di battaglia di Gaza.
Secondo i dati forniti dall’ Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, l’IDF ha ucciso 20 adulti e tre bambini in Cisgiordania durante i combattimenti a Gaza. I soldati hanno anche ferito 2.218 persone, il 38% dei quali con il fuoco vivo, un numero particolarmente elevato in confronto al 14% del primo semestre del 2014 e del 4% nel 2013.
Nessuno di coloro che è stato ucciso metteva in pericolo le vite dei soldati, nessuno di loro era armato o meritava di morire.
I combattimenti a Gaza hanno allentato ogni freno.
Sotto il loro ombrello i soldati permettono a se stessi di usare il fuoco vivo per disperdere le manifestazioni, regolare i conti con la gente che lancia pietre e bottiglie molotov – bambini compresi – e punire chiunque dimostri contro la guerra.
Forse questi soldati erano invidiosi dei loro compagni che combattevano a Gaza, forse erano frustrati per essere lontani dall’azione reale ,in ogni caso erano sicuri che nessun male li avrebbe colpiti, non mentre a Gaza c’era pressochè un massacro in atto, con il cuore della nazione che moriva per i suoi combattenti.
Nessuno li ha fermati, nessuno è stato arrestato o processato. “La polizia militare sta indagando” è diventato un codice per il portavoce dell’IDF nelle sue risposte automatiche, un codice che confonde e nasconde fino a quando i file raccolgono la polvere e sono dimenticati.
Nella vita civile chiunque sia sospettato di omicidio colposo o omicidio viene immediatamente arrestato con un’indagine successiva .
Nell’ IDF è vero il contrario: un’indagine di solito non porta da nessuna parte, anche quando le circostanze sono semplici. Non si tratta di arrestare chiunque, anche quando l’incidente grida al cielo, come nel caso della sparatoria ad Al-Fawar. Il soldato che ha ucciso il ragazzo apparentemente continua con la sua vita, come al solito.
Si tratta di pratiche di routine connesse con l’occupazione. Non c’è confronto con i numeri a Gaza, ma questa routine espone il vero volto della IDF, il modo usuale di agire conduce  per quanto riguarda i palestinesi, e soprattutto il suo disprezzo persistente per la loro vita e la loro morte.
Non c’era una guerra condotta in Cisgiordania ,i soldati non stavano affrontando battaglioni di combattenti di Izz-ad-Din al-Qassam, né erano contro i tunnel di attacco,contro i  razzi,i  tiratori scelti o dispositivi esplosivi,ma  si guardi come hanno ucciso e mutilato usando il fuoco vivo contro i dimostranti giovani e persino i bambini; come hanno spezzato la vita di un calciatore al quale ,qualche settimana prima, era stata promessa una brillante carriera da Sepp Blatter, presidente della FIFA; o la vita di un ragazzo di 10 anni e di un assistente sociale innocente..
I crimini commessi in Cisgiordania non saranno oggetto di indagine da un qualsiasi tribunale internazionale, non c’è bisogno di preparare scuse, scrivere relazioni o arruolare avvocati.,ma sono proprio questi incidenti minori – dopo tutto, che cosa sono 20 morti in contrasto con il centuplo dei numeri più grandi a Gaza? – che dovrebbero preoccuparci.
Non c’era nessuna guerra qui, quasi nesuun atto di terrorismo, solo dimostrazioni di rabbia da parte di coloro che sono stati comprensibilmente spinti a protestare per la  sorte dei loro fratelli a Gaza.
Si noti come sono stati trattati dai soldati dell’IDF.Questo è il comportamento dell’esercito della nazione, dei suoi soldati ormai lodati da tutti. Si può rispettare e amare l’amore del popolo per i suoi soldati, ma bisogna ricordare ciò che questi soldati fanno come parte del loro servizio militare di routine, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

 

P/R: Operation Dove strongly condemns ‘Protective Edge’ military operation against Gaza

luglio 16, 2014 at 5:56 am

The Israeli occupation continues to “normalize” the violation of the Palestinian human rights

(Italian follows)
July 15, 2014

At Tuwani – Operation Dove, Nonviolent Peace Corps of the Pope John XXIII Community-Association, maintains a constant presence in the South Hebron hills, Palestinian Occupied Territory, continuing from 10 years to accompany and support the Palestinians of the area in their struggle choice by nonviolent methods in order to protect their lives and their rights.

“On the seventh day since the beginning of the Israeli state ‘Protective Edge’ military operation against the Gaza Strip (which has already killed at least 180 people and injured more than 1200), the situation here is alarming,” says a volunteer. “Although no serious things happened during the past 7 days, the local population is very apprehensive and scared. It is expected that in parallel with the Israeli bombing of the Gaza Strip, the Israeli army and settlers could begin a new massive violence phase in the area. A lot of shepherds, that we usually accompany by non-armed escort during their everyday activities, now they stay in their houses and don’t approach work areas close to Israeli settlements or outposts, because scared of attacks that could attempt on their safety. ”

Operation Dove strongly condemns this further outbreak of violence: in addition to the massacre and the humanitarian disaster in Gaza, the Israeli military operation that followed the kidnapping and murder of three young Israelis, in the West Bank has led to at least 10 people killed including children, and 150 injured during the raids. More than 500 people have been kidnapped and imprisoned, many of them subjected to “administrative detention”, so without charge. More than two thousand properties were raided, damaged or looted. Towns, villages and refugee camps have been put under siege by checkpoints and roadblocks.

Operation Dove strongly condemns the Israeli occupation of the Palestinian Territories  that dehumanizes the occupier and the occupied. This dehumanization, institutionalized, sought and wanted by the occupying state, makes possible the murder of three young Israelis by two Palestinians, as it seems, or the barbaric murder of a 16 year old Palestinian from East Jerusalem, burned alive by Israeli extremists. This occupation “normalizes” the continued human rights violations of the Palestinian people.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]


COMUNICATO STAMPA
Operazione Colomba condanna fortemente l’operazione militare “Protective Edge” contro Gaza
L’occupazione israeliana continua a “normalizzare” la violazione dei diritti umani dei palestinesi

 

15 luglio 2014

At Tuwani – Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, mantiene una presenza costante nelle colline a sud di Hebron, Territori Palestinesi Occupati, continuando ad accompagnare e supportare da ormai dieci anni i palestinesi della zona nella loro scelta di lottare con metodi nonviolenti per la tutela della propria vita e dei propri diritti.

“Al settimo giorno dall’inizio dell’operazione “Protective Edge” dello Stato israeliano contro la Striscia di Gaza (che ha già ucciso almeno 180 persone e ferite più di 1200), la situazione qui è preoccupante” racconta un volontario. “Nonostante non siano successi fatti gravi negli ultimi 7 giorni, la popolazione locale è molto in apprensione e spaventata. Si aspetta che parallelamente ai bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza, militari e coloni israeliani possano dare inizio a una nuova fase di violenza massiccia nell’area. Molti pastori che ogni giorno scortiamo in maniera non armata nelle attività quotidiane stanno in casa e non si avvicinano alle zone di lavoro adiacenti alle colonie e agli avamposti israeliani per paura di attacchi che possano attentare alla loro incolumità”.

Operazione Colomba guarda con sgomento e condanna  questa ulteriore esplosione di violenza: oltre al massacro e al disastro umanitario a Gaza, l’operazione militare israeliana seguita al sequestro e all’uccisione di tre giovani israeliani, in Cisgiordania ha portato ad almeno 10 persone uccise, tra cui bambini, e 150 ferite durante le incursioni. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate, di cui una buona parte sottoposte a “detenzione amministrativa”, cioè senza un’accusa. Più di duemila proprietà sono state perquisite, danneggiate o saccheggiate. Città, villaggi e campi profughi sono stati messi sotto assedio da checkpoint e roadblock.

Operazione Colomba condanna l’ occupazione israeliana dei Territori Palestinesi  che disumanizza l’occupante e l’occupato. E’ questa disumanizzazione, istituzionalizzata, cercata e voluta dallo stato occupante, che  rende possibili l’assassinio di tre giovani israeliani ad opera di due palestinesi, come pare, o il barbaro assassinio di un 16enne palestinese di Gerusalemme est, bruciato vivo da estremisti israeliani. E’ questa occupazione che “normalizza” la continua violazione dei diritti umani del popolo palestinese.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

+972 Mag: Palestinian teen murdered in suspected ‘revenge kidnapping’

luglio 3, 2014 at 5:34 am

By Michael Omer-Man, 2 July, 2014

Heavy clashes take place in a number of East Jerusalem neighborhoods, leading to dozens of injuries, including two photographers from Activestills; Kerry conveys condolences to the Palestinian people over despicable murder; ‘revenge’ calls spread throughout Israeli social networks, streets of Jerusalem.

Clashes between Palestinian youths and Israeli police broke out Wednesday morning when news broke of a suspected kidnapping and murder of a Palestinian teenager in the East Jerusalem neighborhood of Beit Hanina hours earlier. Speculation that the killing was a nationalistically motivated and perpetrated by Jewish Israelis as revenge for the kidnapping and murder of three Israeli teenagers in the West Bank appeared almost immediately in nearly every Israeli media outlet. Police initially urged caution, saying that no motive had been established, but later said they estimated it was a “nationalistic” crime.

Muhammad Hussein Abu Khdeir was walking to morning prayers for Ramadan after 3 a.m. Wednesday morning when a car pulled up and a number of passengers forced him in. Police later found his burned body in a Jerusalem-area forest. A gag order covered other details of the investigation. The family reportedly agreed to an autopsy and the funeral was scheduled for Thursday.

U.S. Secretary of State John Kerry on Wednesday condemned the “despicable and senseless abduction and murder,” adding, “[t]here are no words to convey adequately our condolences to the Palestinian people.”

“Those who undertake acts of vengeance only destabilize an already explosive and emotional situation,” Kerry continued. “We look to both the Government of Israel and the Palestinian Authority to take all necessary steps to prevent acts of violence and bring their perpetrators to justice.”

The Israeli Prime Minister’s Office published a readout from a conversation Prime Minister Netanyahu had with Public Security Minister Yitzhak Aharonovitch, in which he asked police to work quickly to investigate “work as quickly as possible in order to investigate who is behind the reprehensible murder and what the motive was.” The written statement added that “the prime minister calls on all sides not to take the law into their own hands.”

The uncle of one of the murdered Israeli teens said that if there the Palestinian teen was killed as a nationalistically motivated crime or revenge, it would be horrendous. “There is no difference between [Arab] blood and [Jewish] blood.”

In the two days since Israeli troops found the bodies of the kidnapped teenagers, incitement and calls for revenge have been rampant. Defense Minister Moshe Ya’alon spoke of “settling the score,” Prime Minister Netanyahu called the murderers “human animals” and others called for swift action against Hamas and the Palestinians.

Hundreds of Jewish Israelis, many of them teenagers, marched through the streets of West and East Jerusalem for hours Tuesday night chanting “death to Arabs” and physically assaulting at least five Palestinians along the way. Police also reportedly prevented attacks against a number of Palestinians. Police arrested 50.

A photo posted to the ‘The people of Israel demand revenge’ Facebook page

A Facebook group established Monday night, called “The people of Israel demand revenge,” garnered over 37,000 “likes” by Wednesday afternoon. Followers of the page posted photos of themselves holding signs or with writing on their skin with messages inspired by the name of the Facebook page. A number of the posters appeared to be active duty soldiers, some of whom framed their signs with insignia, military gear and weapons.

Dozens of Palestinians were wounded in the clashes in East Jerusalem on Wednesday, with Ma’an reporting that 17 required hospitalization. Five police officers were reportedly wounded, and at least four journalists were shot with sponge-tipped bullets by police. Among those shot were two journalists from Palestine TV and two Activestills photographers. Activestills photojournalist Tali Mayer, who also works for Walla! News, was shot in the face and will have to undergo surgery.

The demonstrators damaged a number of light-rail stations and maintained a standoff with riot police in the Shuafat and Beit Hanina neighborhoods of East Jerusalem. Police shut down the main roads running through the area, which are also the main arteries connecting Jerusalem and Ramallah.

http://972mag.com/palestinian-teen-murdered-in-suspected-revenge-kidnapping/92841/

UPDATE: from the 8th June Israeli military trainings close to the Palestinian villages of Jinba and Al Mirkez (Masafer Yatta)

giugno 12, 2014 at 2:09 pm
From 8th June to today, Israeli military training is underway on a Palestinian-owned fields, close to the Palestinian villages of Jinba and Al Mirkez, in Masafer Yatta.

Hundreds of soldiers have occupied the land in front of the nearby Israeli military base with tents and military equipment and were scattered in groups around the villages to carry out the exercises.

During the training the Palestinian population suffered heavy restrictions on freedom of movement, the fields were damaged by military activities and shepherds were chased away with their flocks. Some of these reported that they were beaten by the soldiers.

During the night, the exercises were continued with the use of explosives and soldiers have gone even within the village, frightening the people further.

The villages of Jinba and Al Mirkez are within the Firing Zone 918 and, pending the decision of the Israeli High Court of Justice, are still under the threat of expulsion by the Israeli army.

Israeli military training is still in progress.

Dall’8 giugno fino ad oggi, un’esercitazione militare dell’esercito israeliano è in corso sulle terre palestinesi dei villaggi di Jinba e Al Mirkez, nell’area delle colline a sud di Hebron.

Centinaia di soldati hanno occupato con tende ed equipaggiamenti militari le terre di fronte alla vicina base militare israeliana e si sono sparpagliati a gruppi attorno ai villaggi palestinesi per svolgere le esercitazioni.

Durante il training la popolazione palestinese ha subito pesanti limitazioni alla libertà di movimento, i campi sono stati danneggiati dalle attività militari e molti pastori sono stati scacciati con le proprie greggi. Alcuni hanno riferito di essere stati aggrediti fisicamente dai soldati.

Durante la notte le esercitazioni sono continuate con l’utilizzo di esplosivi e i soldati si sono spinti anche all’interno del villaggio, spaventandone ulteriormente gli abitanti.

I villaggi di Jinba e Al Mirkez si trovano all’interno della Firing Zone 918 e, in attesa del pronunciamento dell’Alta Corte di Giustizia israeliana, sono tutt’ora sotto la minaccia di espulsione da parte dell’esercito israeliano.

L’esercitazione militare è tuttora in corso.