Sixth Festival of South Hebron Hills Nonviolent Popular Resistance

giugno 26, 2013 at 7:33 am

When: Saturday 29 June 2013, 10:00 am -11:00 pm
Where: KhalletAthaba village (South Hebron Hills)

Please come and support the South Hebron Hills communities. The Festival will celebrate the completion of the annual
summer camp, and commitment of South Hebron Hills communities to nonviolent resistance to the Israeli occupation
practices inArea C.

“This is the moment to give each other strength, to continue to fight without surrender to violence”, says Hafez Huraini,
member of the Popular Resistance Committee of South Hebron Hills. “We remember together our story and our hardearned achievements. But we also want to send a strong message to everyone, Palestinians and Israelis, with our
example: nonviolence is possible, is effective, and it is the only way to fight for justice, dignity, and peace.”

The Festival will take place in KhalletAthaba, a village situated in Firing Zone 918 and under threat of almost complete
demolition.

PROGRAM OF THE DAY

Morning

10:00 am Opening
10:15 am Speeches of local representatives:
South Hebron Hills Popular Committee representative
Head of Council ofAt Tuwani
Mayor of Yatta
Palestinian activist from Yatta
Governor of Hebron
10:45 am Children’s activities (Dabke dancing and plays prepared during the summer camp)
11:00 am Speeches by representatives of international organizations:
Luisa Morgantini (connected via telephone, she is former vice-president of the European
Union and coordinator ofAssopace, an Italian movement promoting nonviolence and peace)
Operation Dove, Christian Peacemaker Teams
11:30 am Freedom Bus Theater
12:00 pm Children’s activities
12:15 pm Break
12:30 pm Discussion: nonviolent experiences of people of the area
12:50 pm Children will fly kites and balloons on a hill in front of the outpost ofAvigayil, to send a
colorful message of peace and justice
1:30 pm Lunch

Afternoon

2:00 pm Break; possibility to visit local sites and to accompany shepherds of the area who are often
chased away by Israeli soldiers and are target of aggressions by settlers
7:00 pm Evening activities, traditional songs and dances
11:00 pm Closing; possibility to have accommodation in the area (please note this in your RSVP)

Ha’aretz: Israel seizes Bedouin man’s toilet in West Bank after deeming it illegal

giugno 23, 2013 at 6:43 pm

The portable bathroom, which was installed for the use of a handicapped man, violated an order against illegal construction by settlers, the Civil Administration said.
Chaim Levinson – Ha’aretz – Jun.23, 2013

The Civil Administration last week confiscated a portable toilet that was serving a handicapped person in a Bedouin village in the West Bank, claiming that it violated the order forbidding the movement of mobile structures without a permit.
The incident occurred in Um al-Kheir in the South Hebron Hills, which is near the settlement of Carmel. Last month, one of the village residents decided to set up a toilet for his brother, who had suffered head trauma and until now has been urinating and defecating in a nearby stream bed. The man dug a cesspit and placed a tin structure with a toilet on top of it. The structure was donated by ACF International, a humanitarian organization that provides emergency food, water and sanitation aid.

C/S: L’espansione della colonia israeliana di Karmel impedisce agli abitanti del villaggio beduino di Umm Al Kheer di accedere alla propria terra, Colline a Sud di Hebron

giugno 9, 2013 at 6:59 am

8 Giugno, 2013

At-Tuwani – Sabato 8 giugno un anziano palestinese del villaggio beduino di Umm Al Kheer, Suleiman Aid Yamin Hadlin, è stato detenuto per più di tre ore dall’esercito israeliano mentre affermava il diritto di accedere alla propria terra. Negli ultimi due giorni i soldati hanno vietato ai palestinesi di Umm Al Kheer di accedere alla propria terra fino a domenica mattina, senza mostrare alcun ordine ufficiale scritto.

La terra in questione si trova su una collina appartenente alla famiglia Hadlin. Sulla sua cima i coloni dell’insediamento israeliano di Karmel nel 2011 hanno piantato degli aberi di ulivo, e circa due settimane fa costruito una piccola tenda. Due giorni fa i coloni hanno iniziato a scavare dei buchi nel terreno con l’intenzione di piantare altri alberi per completare la linea che taglierebbe tutta la lunghezza della collina, impedendo così ai Palestinesi l’accesso alle terre che si trovano al di là. Questa collina viene attraversata quotidianamente dai pastori palestinesi dal momento che è l’unica via per raggiungere i pascoli circostanti.

Sabato 8 giugno, tre pastori palestinesi con le loro greggi, insieme ad altr palestinesi di Umm Al Kheer, alcuni attivisti israeliani e volontari internazionali sono stati scacciati dalla collina dall’esercito israeliano.\ Suleiman è invece rimasto sul posto per affermare il diritto di accedere alla propria terra, fino a quando non è stato portato via, dopo essere stato caricato su una jeep dell’esercito. Secondo la sua testimonianza, è stato bendato, picchiato e portato in giro dai soldati cambiando jeep più volte. L’anziano uomo è stato detenuto per più di tre ore finché non è stato rilasciato, senza alcuna spiegazione, nel villaggio palestinese di Ar Rakeez.

Umm Al Kheer è un villaggio palestinese beduino nell’area C (sotto l’amministrazione civile e militare israeliana) costruito nel 1948. Si trova a ridosso di Karmel, colonia israeliana costruita all’inizio degli anni Ottanta, e tuttora in espansione. Questo villaggio subisce attacchi periodici da parte dei coloni e dall’esercito israeliano.

 

Operazione Colomba mantiene una presenza costante ad At-Tuwani e nelle Colline a Sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/277q3sh

Video dell’incidente: presto disponibili

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

In South Hebron, ‘new rules’ are rather like the ‘old rules’

maggio 2, 2013 at 8:40 am

By David Shulman; Published April 29 2013 on +972blog

Security forces are targeting Israeli activists and Palestinian shephards in new ways in the South Hebron hills. It’s as if they’d decided to circumvent the whole irksome apparatus of the courts and to resort instead to brute force. It’s much simpler, and maybe more effective.

 

C/S: Il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron lotta per una vita dignitosa per gli scolari Palestinesi

marzo 18, 2013 at 9:50 am

18 marzo 2013

At-Tuwani – Il 16 e il 17 marzo, il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron ha costruito una tenda vicino al villaggio di At-Tuwani per fornire un riparo a venti scolari, che devono aspettare all’aperto la scorta militare israeliana necessaria per proteggerli dalla violenza dei coloni lungo la strada da e per la scuola. Le forze israeliane hanno già abbattuto per due volte la tenda e confiscato i materiali di costruzione. L’azione è stata organizzata in cooperazione con la scuola di At-Tuwani.

I bambini, dai 6 ai 16 anni, provenienti da i villaggi delle colline a sud di Hebron di Tuba e Maghayir Al Abeed, necessitano di una scorta militare israeliana, che li protegga dagli attacchi dei coloni lungo il percorso da e per la scuola, nel vicino villaggio di At-Tuwani. Ogni giorno devono attendere la scorta per ritornare a casa sulla collina di Khelly. Dall’inizio del corrente anno scolastico, la scorta militare ha ritardato per più di cinque minuti circa il 50% dei pomeriggi (54 su 70). In totale i bambini sono stati costretti ad aspettare per la scorta, con qualsiasi tempo meteorologico, per più di 21 ore.

Sabato mattina alcuni attivisti per la pace palestinesi, israeliani e internazionali hanno montato una tenda vicino al villaggio di At-Tuwani per fornire un riparo ai bambini. L’esercito, la Border Police e gli agenti di polizia israeliani sono immediatamente arrivati sul posto e hanno tentato di allontanare gli attivisti. Poco dopo mezzogiorno l’esercito ha dichiarato l’area ‘zona militare chiusa’ per 24 ore e ha ordinato l’evacuazione. Un attivista internazionale è stato arrestato. Dopo circa un’ora la tenda è stata abbattuta dall’esercito e dalla polizia israeliana.

Alle 10:30 di domenica mattina i bambini della scuola di At-Tuwani, provenienti da sette villaggi delle colline a sud di Hebron, hanno marciato verso l’area con lo scopo di ricostruire la tenda. I bambini sono entrati nell’area militare chiusa e si sono frapposti tra i soldati e le persone che stavano ricostruendo la tenda, in solidarietà con i loro compagni di scuola di Tuba e Maghayir Al Abeed. Le forze israeliane, dopo aver allontanato tutti i presenti, hanno di nuovo smantellato la tenda, questa volta confiscando i materiali da costruzione.
Le comunità palestinesi di quest’area hanno dimostrato ancora una volta di essere fortemente impegnate nel rivendicare i loro diritti e nel resistere all’occupazione israeliana, scegliendo il metodo nonviolento.

Durante la scorsa settimana i coloni dell’avamposto di Havat Ma’on, nelle colline a sud di Hebron, hanno iniziato una nuova costruzione illegale. Nonostante le autorità israeliane siano state informate di questo, ad oggi non hanno fatto nulla per fermare questi lavori.

Maggiori informazioni riguardo alla scorta militare negli anni passati sono disponibili nel report “The Dangerous Road to Education. Palestinian Students Suffer Under Settler Violence and Military Negligence” a questo link: http://goo.gl/CXfi9

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/26mssog

Video dell’incidente: presto disponibile

Per informazioni:

Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Donne disarmanti

marzo 10, 2013 at 3:58 pm
E’ sabato, giorno di festa per gli ebrei e giornata di azioni nonviolente nelle colline a sud di Hebron. Le famiglie palestinesi che vivono nei villaggi di quest’aerea lottano ogni settimana per far valere il diritto di accesso alla propria terra. Vanno tutti insieme sui loro campi e ne rivendicano il possesso. Vorrebbero coltivarli ma da anni gli è impedito a causa della presenza dei coloni. Ettari ed ettari di terra sono stati loro sottratti negli anni, ma da quando un villaggio ha scelto la lotta nonviolenta come forma di resitenza e di conquista della giustizia  anche i villaggi vicini lentamente hanno cominciato a risvegliarsi. Hanno iniziato a scoprire che hanno dei diritti e che possono farli valere. Hanno iniziato a scoprire che il metodo più efficace per ottenere la giustizia è questa lotta che non prevede l’uso della violenza e dell’odio.
La nonviolenza è come una medicina omeopatica, spesso non ha effetti immediati sui sintomi, ma da subito inizia a curare tutta la persona. Si inizia dalla consapevolezza, dei propri limiti e dei propri punti di forza, ci si ascolta, e ci si mette alla prova. Piano piano i frutti si vedono. Il cammino nparte da se stessi e inizia proprio a trasformare le persone che lo vivono. Cambiano i rapporti interpersonali, cambia la visione del futuro, cambia il rapporto con il nemico. E infatti qui, in una realtà rurale, musulmana e tradizionale, contrariamente a quello che ci si aspetterrebbe, la lotta nonviolenta ha reso le donne protagoniste in prima linea.
La bambina
I soldati arrivano subito e a volte sono già sul campo ad aspettare le persone, immaginando il loro arrivo. Formano un cordone davanti alle persone per non farle passare e per non permettere loro di raggiungere la terra agognata. La soluzione più immediata che l’esercito ha per risolvere la situazione è dichiarare l’aerea “zona militare chiusa”, così hanno un pretesto per scacciare le persone e per arrestare chiunque si rifiuti di andarsene. Ci sono le famiglie da una parte e i soldati dall’alltra a difendere con le armi una terra contesa. In mezzo c’è una bambina che non si lascia intimidire dai mitra dei soldati. Corre al di là dal cordone, poi torna indietro dalla famiglia e poi di nuovo oltre il cordone. Semplicemente cuce un intreccio che lega i soldati, la terra e la sua famiglia, senza paura.
I soldati armati di tutto punto non sanno bene che fare con questa gonnellina svolazzante che sosta in mezzo a loro sprezzante del pericolo, delle minacce e delle armi. Quindi la lasciano fare. La lasciano andare e venire e sostare, fiera davanti a tutti, nella zona proibita.
Le donne
Le donne sono fisicamente in prima fila. Vengono arrestate meno facilmente degli uomini e per questo si mettono davanti a loro. Si interpongo tra gli uomini e i soldati.
 Si posizionano di fronte ai loro figli e ai loro mariti quando rischiano di essere arrestati così come si mettono davanti alle case, ai piloni dell’elettricità o alle moschee quando rischiano di essere demolite.
Oggi un ragazzo è stato preso da un soldato. E’ un giovane palestinese che è già stato arrestato durante la scorsa azione. Forse i militari credono di aver riconosciuto in lui uno degli organizzatori, oppure lo vedono semplicemnte troppo attivo. Forse pensano che arrestando lui anche gli altri si placheranno e torneranno con calma al loro villaggio. Ma le donne si avvicinano. Dicono al soldato che non è giusto, urlano, schiamazzano, creano confusione. Le più grandi prendono il ragazzo per il braccio, lo portano lontano e vi si parano davanti. Il soldato è frastornato. Non se l’aspettava, non capisce cosa è successo. Allora il suo sguardo diventa più grave e arrabbiato, cerca di chiarire la sua posizione di autorità. Cerca di far capire chi è che comanda, cerca di imporsi , di spaventare … ma dall’altra parte non sono d’accordo con lui. Le donne non cedono al suo comando, si rifiutano di accettare la sua autorità. Mentre alcune portano via il ragazzo le altre continuano a gridare le proprie ragioni e la propria verità. il soldato è solo, circondato da donne. Chissà forse è quasi imbarazzato. Forse non vuole mostrare ai colleghi che ha perso il suo  “detenuto” a causa di un gruppo di donne. Allora sbuffa, si gira, fa finta di controllare qualcosa, poi raggiugne gli altri, come se nulla fosse.  Per oggi ne ha avuto abbastanza.
Le nonne
E poi ci sono le nonne che raggirano i cordoni dei soldati e scattano in avanti. Vanno a reclamare con forza la terra su cui esse stesse sono cresciute.  Superano i soldati e si siedono per terra.
Stanno semplicemente sedute disarmate, senza ferire nessuno. I soldati le incitano ad alzarsi a spostarsi, ma esse non si muovono di un millimetro. I militari puntano i loro mitra, ma non sortiscono nessun effetto. Provano a urlare, ma per contro le nonne inziano a raccontare. Raccontano la storia di quella terra che è anche la loro storia. Stanno sedute e spiegano. Parlano in arabo e non si preoccupano nemmeno di sapere se i loro interlocutori comprendono quella lingua oppure no.
I militarii si guardano attorno, cercano l’appoggio dei commilitoni o le dirittive dei superiori. Non sanno come affrontare questa situazione.  Sono armati di tutto punto, ma di fronte a queste  anziane velate sedute per terra con la fronte rivolta verso la bocca del loro fucile, non sanno cosa farsene delle armi, e nemmeno degli ordini che hanno ricevuto. Restano fermi davanti a loro, basiti. Aspettano un nuovo ordine, o forse aspettanodi capire. Restano così…disarmati e inermi.

La soldatessa
Poi una soldatessa si stacca dal gruppo. Fissa da lontano un volontario come se volesse parlargli. Dopo qualche secondo in cui gli sguardi si scrutano lui si avvicina.  Spesso noi volontari parliamo  con i soldati, e spesso ci sentiamo dire le stesse cose: “voi internazionali siete qui solo per provocare, per dire che l’esercito è cattivo, ma come faremmo a sopravvivere senza un esercito?  siete amici dei palestinesi, non sapete niente di qui e venite a dirci cosa dobbiamo fare….”
Invece questa volta qualcosa ci sorprende. La ragazza ha parole nuove dentro di sè. Si avvicina e dice “volevo solo dirvi che sono con voi”… e, prima che il volontario riesca a rispondere, la soldatessa riceve un ordine a squarcia gola da un superiore: ” non parlare con loro!”  e di nuovo lei dice ” ecco lo vedi come mi trattano…” poi si allontana. Il volontario è stato colto di sorpresa. Tutte le frasi che si era preparato non sono servite. Ma questa è una sorpresa piacevole, che ha il sapore della speranza. E’ bello sentire che la nostra presenza ha creato lo spazio necessario perchè una parola nascosta nel profondo potesse prendere vita.
In fondo ci sembra che sia proprio questo il nostro compito qui: permettere che la coscienza umana possa parlare. E’ una grande segno di speranza poter dare voce e fiato alle coscienze degli uomini che incontriamo attraverso la voce e il fiato che noi diamo alla nostra coscienza.
Oggi siamo felici.
A volte le azioni vanno così. Si rientra a casa tutti, senza nessun arresto, soddisfatti delle proprie azioni e carichi di soddisfazione per aver conquistato un po’ di terra per un po’ di tempo.
A volte invece si rientra con un po’ di amaro in bocca perchè hanno arrestato qualcuno, oppure perchè la rabbia ha preso il soppravvento e si è riusciti a controllare i gesti ma non le parole.

In ogni caso la settimana dopo ci si riprova. Ci si confronta, ci si corregge, si vede come migliorarsi e poi ci si riprova … cercando sempre di essere come le bambina, come le donne, come le nonne e come quella soldatessa, così disarmati da disarmare.

A.

Guarda le foto: http://www.operazionecolomba.it/galleries/palestina-israele/2013/donne-disarmanti/

C/S: Villaggio palestinese a rischio demolizione nella Firing Zone 918, colline a sud di Hebron

marzo 10, 2013 at 3:47 pm

7 marzo 2013

At-Tuwani – Il 6 marzo 2013 l’esercito e l’amministrazione civile (DCO) israeliani hanno consegnato venti ordini di fermo dei lavori nella comunità palestinese di Khallet Athaba’, nella “Firing Zone 918”, colline a sud di Hebron.

Intorno alle 9 il DCO, scortato da una camionetta dell’esercito, è entrato in Khallet Athaba’ e ha consegnato venti ordini di fermo dei lavori. Questi ordini riguardano quattro cisterne per la raccolta dell’acqua, quattro case (tre in muratura e una casa-tenda), due tende, tre servizi igenici, tre stalle per le greggi e altre quattro piccole costruzioni. I proprietari faranno appello per evitare che gli ordini di fermo dei lavori vengano convertiti in ordini di demolizione.

Nel villaggio palestinese vivono cinque famiglie e circa cinquanta persone. Pressoché tutte le costruzioni del villaggio sono ora sotto minaccia di demolizione e sono colpite tutte le cinque famiglie.

Khallet Athaba’ si trova nell’area di esercitazioni militari 918 e sta attualmente affrontando il rischio di evacuazione, come altri sette villaggi dell’area (Isfey, al Fakheit, al Majaz, at Tabban, Jinba, Mirkez and Halaweh). Questa area designata dall’esercito israeliano è situata nelle colline a sud di Hebron e include dodici villaggi palestinesi e circa 1300 persone. Il 19 luglio 2012 lo Stato d’Israele, seguendo le istruzioni del Ministero della Difesa, ha presentato all’Alta Corte la richiesta di evacuare otto di questi villaggi per necessità militari, dichiarando che i 1000 abitanti non sono residenti permanenti. Gli abitanti dell’area hanno presentato due petizioni all’Alta Corte e ora stanno aspettando la risposta dello Stato.

Secondo un report scritto dall’OCHA oPt lo scorso agosto (L’impatto umanitario delle aree dichiarate da Israele come “Firing Zone” in Cisgiordania), “I residenti delle aree di addestramento militare sono tra i più vulnerabili in Cisgiordania”. Questi soffrono la mancanza di servizi ed infrastrutture e affrontano violazioni dei diritti umani come maltrattamenti dai soldati o restrizioni di accesso e movimento all’interno dell’area. “Queste condizioni contribuiscono a creare un ambiente oppressivo che genera pressione sulle comunità palestinesi perché abbandonino queste aree”.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/26jvt6l

Esercito israeliano nega l’accesso delle auto a Jinba e detiene 14 palestinesi per 8 ore durante la notte.

marzo 2, 2013 at 7:37 am

Nella notte tra il 28 febbraio e l’1 marzo 2013 l’esercito israeliano ha detenuto per 8 ore 11 adulti e 4 bambini (5, 6, 7 e 9 anni) palestinesi che cercavano di raggiungere le proprie famiglie residenti a Jinba. Dopo 7 ore di detenzione sono stati sequestrati i mezzi di trasporto (due automobili e due quad). I militari hanno dichiarato che nessun veicolo può più transitare, durante la settimana, sulla strada che porta al villaggio perché si trova nell’aerea di esercitazione militare 918 e durante il weekend possono circolare solamente le auto dei residenti. L’avvocato che segue la causa contro l’evacuazione forzata dell’aerea 918 è intervenuto telefonicamente in supporto legale ai palestinesi, sostenendo che tutti coloro che vivono nell’aerea possono circolare liberamente.

Una camionetta militare ha fermato 5 auto che scendevano verso il villaggio di Jinba verso le ore 18:00. I soldati hanno sequestrato le carte di identità di tutti i passeggeri e il telefono cellulare di uno di loro. A tutti gli altri è stato impedito di telefonare. I telefoni sono stati restituiti solamente dopo due ore con l’arrivo della polizia.

Sul posto sono arrivate oltre alla polizia altre 3 camionette militari, la Border Police e la DCO. Ai palestinesi sono state proposte alcune soluzioni di patteggiamento in alternativa al sequestro delle auto, ma essi hanno rifiutato qualsiasi proposta che negasse il loro diritto ad accedere liberamente con i mezzi di trasporto nel villaggio dove vivono.

All’una di notte la polizia ha iniziato la rimozione dei veicoli, terminata alle 3 quando sono stati rilasciati anche tutti i passeggeri.

RHR: Update from the Two Supreme Court Petitions on Susya

febbraio 5, 2013 at 4:30 pm

Aggiornamento legale sulla situazione legale del villaggio palestinese di Susiya, dei Rabbi for Human Rights

Last Thursday we came to the Supreme Court to protect the future of Susya (Press Release, ndr), from both demolitions and violence. Read the outcome of the legal discussion. Thanks to everyone who distributed the call for help (thousands of letters were sent to President Shimon Peres asking for his assistance) and who came to the Court!

The Supreme Court published its interim decision today on the future of the Palestinian village of Susya [31 Jan 2013]:

Regarding the petition of the far-right organization Regavim calling for demolition of the village, the court decided – in accordance with attorneys Avital Sharon and Quamar Mishirky-Asad of RHR, who represent the village – to grant an extension of 90 days, to allow for the preparation of a plan for the southern section of the village. The state has never provided suitable planning for Palestinian Susya – as it must – and that the planning system which determines the fate of Palestinians in Area C is a military system that does not represent the residents (it is as if the Palestinian Police were to plan Israeli towns without involving Israelis in the process). Granting the possibility of submitting plans by civic parties in dialogue with the villagers is the least that can be expected in terms of justice and fairness.

In the petition that RHR submitted on behalf of the Susya residents, against the methodical blockage of access to their lands, the court gave the state 90 days to detail its plans in that regard. In paragraph 1 of the decision the court directs the state to address in detail to each plot around Susya, and in the absence of a court decision, to provide a date by which the investigation will conclude.

Quamar Mishirky Asad: “Overall it’s a positive ruling, under the circumstances. You have to understand that the attempt to push the Palestinian villagers of Susya into the town of Yata, far from their livelihood – their fields – demonstrates a readiness to trample human rights in favor of an unofficial political policy to annex parts of Area C – annexation without Palestinians. Any political program must be subject to the principles of human and civil rights.”

Rabbi Arik Ascherman: “The truth is that we, Israeli society, are judged on our use of the monopoly of force to determine the fate of Palestinians; of those unrepresented among the judges of the Supreme Court or the planning commissions that determine their future. How can we be a country that twice expelled families from their homes in Susya, pressed them until they lived in caves, destroyed those caves, and then issued demolition orders for anything they built with a roof? Nathan the prophet told David that the king himself was the man who had stolen the poor man’s allegorical sheep. When the ruling comes out, the people will now if we are the analogous state. King David recognized himself in the story. If we recognize who we are today, maybe we will succeed in becoming who we want to be tomorrow.”

A Brief History of Palestinian Susya: In the 1980’’s the original village was designated an archaeological zone and cleared of its residents with no alternative accommodations; entry by Palestinians was barred, not even as visitors. With no choice the uprooted villagers moved to their nearby fields. All buildings deemed illegal are the result of forced expulsion, as is the destruction of the caves in which most of the villagers lived until 2001 (which is what forced them to set up tents). For more extended history please click Here!

+972: Threat of demolition looms over Palestinian village in West Bank

gennaio 31, 2013 at 6:43 am

The Palestinian village of Susya, which has been through numerous demolitions and forced expulsions, beginning in 1986, is facing yet another threat to its existence. This time, the fate of the entire village lays in the hands of Israel’s Supreme Court.

By Rabbis for Human Rights

On Thursday, Israel’s Supreme Court will hold two sessions regarding two petitions affecting the future of the Palestinian village Susya. One will discuss the possibility of expediting the demolition of most of the village, while the other seeks to prevent the villagers’ remaining lands from being rendered off limits to them.