+972: ‘Performing in my stolen home’: An open letter to Ehud Banai

settembre 21, 2013 at 2:11 pm

Il cantante israeliano Ehud Banai domani si esibirà nella colonia di Suseya, nelle colline a sud di Hebron. Questa è una lettera di un abitante del villaggio palestinese di Susiya, più volte evacuato e che subisce le violenze da parte dei coloni del vicino insediamento omonimo.

By +972, September 21, 2013

Several weeks ago a number of Israeli left-wing individuals and organizations launched a campaign to pressure Israeli singer Ehud Banai not to perform in the south Hebron Hills settlement of Susya.

Alongside the campaign, Israeli organizations Rabbis for Human Rights, Breaking the Silence and Ta’ayush offered to take Banai on a tour of the area, including Palestinian Susya, a village that was forcibly evicted in order to make room for the Jewish settlement of the same name. Banai turned down the offer, saying he didn’t have time but said he would do so after the concert.

Mr. Banai eventually canceled his show in the settlement of Susya, citing anger and vitriol directed toward him by the settler community following a Facebook post asserting that he opposes the occupation.

On September, 18, however, he posted yet another Facebook post (both have since been deleted) announcing that he will perform in Susya as planned on September 22.

The following is an open letter to the Israeli singer by Nasser Nawajaah, a resident of Palestinian Susya. (Translated by Talia Beth Krevsky)

Dear Mr. Banai,

At the very moment when news reached us that you decided, nevertheless, to hold your concert in old Susya, my family, residents of Susya and the surrounding land were gathered to write you a letter of gratitude and respect for choosing not to perform on our stolen land. Instead, I find myself writing you a letter principled on deep disappointment over your decision to perform there anyway.

You preferred good relations and a spirit of reconciliation with the settlers over an expression of human solidarity with the victims who suffered from theft and violence at the hands of the same people, in front of whom you will perform. I will not get into your considerations, but I still hope that you came to your decision because there are facts still unknown to you. If you wish, you can learn about them here. Here are a few of them:

VIDEO: Israeli police confiscating Palestinian water tank truck, on September 4

settembre 6, 2013 at 8:33 am

On September 4, at the entrance of At Tuwani village, Israeli police stopped and confiscated a tank truck just filled at the water pomp located nearby.

Since last week there has been often presence of Israeli police at the entrance of At-Tuwani village. This road has an heavy traffic of water tanks from the whole South Hebron Hills area. This because At Tuwani is, for most of the villages located in the area, the nearest point for the water supply .

La polizia israeliana confisca un’autobotte palestinese piena d’acqua

All’ingresso del villaggio di At Tuwani, il 4 settembre, la polizia israeliana ha fermato e confiscato un autobotte appena riempita dalla pompa dell’acqua situata nelle vicinanze.

Dalla scorsa settimana la polizia israeliana è stata spesso presente all’entrata del villaggio. Questa strada è molto trafficata da serbatoi d’acqua provenienti da tutta l’area delle colline a sud di Hebron, poiché At Tuwani, per la maggior parte dei villaggi dell’area, è il punto più vicino per la fornitura di acqua.

 

Nena News: Compromesso amaro per gli abitanti della Firing Zone 918

settembre 4, 2013 at 1:38 pm

I palestinesi hanno guadagnato tempo ma sull’esito del processo di mediazione c’è molta incertezza. Questa strada era già stata battuta invano tra il 2002 e il 2005

Gerusalemme, 3 settembre 2013, Nena News – Gli israeliani dovranno cercare un compromesso con i palestinesi sul piano di sgombero della Firing Zone 918, che prevede l’espulsione degli abitanti di otto dei dodici villaggi sulle colline a sud di Hebron, ricaduti all’interno della zona militare per le esercitazioni delle Forze di difesa israeliane (IDF). È dunque la mediazione la strada scelta dalla Corte Suprema israeliana, presieduta da Asher Grunis, per tentare di mettere fine a una battaglia giudiziaria che va avanti da circa 15 anni e che riguarda la vita di oltre mille persone. Il mediatore proposto dal tribunale è il giudice Yitzhak Zamir. La difesa ha già accettato la decisione della Corte, mentre lo Stato può farlo fino al 7 ottobre.

I palestinesi hanno guadagnato tempo, ma sull’esito del processo di mediazione c’è molta incertezza. Questa strada era già stata battuta tra il 2002 e il 2005 senza risultati: infatti, affinché la proposta di compromesso sia valida, ci vuole l’accordo di entrambe le parti, altrimenti il caso torna in aula. È comunque un segnale positivo per gli abitanti dei villaggi minacciati dallo sgombero: sembra infatti che il tribunale abbia preferito non decidere, mettendo così un po’ di pressione sullo Stato.

Secondo l’avvocato Shlomo Lecker, gli argomenti dello Stato non avrebbero convinto pienamente i giudici che, in questo modo, hanno esortato Israele a modificare i suoi piani.

Che sia questa o mena la ragione alla base di questa decisione, il governo di Tel Aviv è in effetti sotto pressione anche da parte di alcuni intellettuali israeliani e non, oltre che di diverse organizzazioni per il rispetto dei diritti umani: proseguono petizioni, campagne mediatiche, marce di protesta per fermare le espulsioni delle povere comunità pastorali e contadine che vivono nelle colline da generazioni. Poco prima dell’udienza del 2 settembre, scrittori da tutto il mondo hanno aderito alla petizione sottoscritta da 24 autori israeliani. Tra i nuovi firmatari ci sono i premi Nobel J. M. Coetzee, Mario Vargas Llosa, Herta Mueller, Orhan Pamuk, oltre a Julian Barnes, John Le Carre, Michael Chabon, Junot Diaz, Dave Eggers, Neil Gaiman, Nathan Englander, Aleksandar Hemon, Yann Martel, Colum McCann, Ian McEwan e Philip Roth.

Le campagne internazionali per difendere gli abitanti dei villaggi di Tuba, al-Mufaqarah, Isfey, Maghayir al Abeed, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharoubeh e Sarura hanno attirato l’attenzione su questo fazzoletto di terra che i palestinesi chiamano Masafer Yatta e ricade in Area C, cioè sotto controllo israeliano, dove i palestinesi vivono sotto occupazione: non è garantito l’accesso ai servizi di base, non è praticamente permesso costruire considerato che nel 94,5% dei casi l’Amministrazione Civile israeliana non rilascia concessioni edilizie ai palestinesi, gli insediamenti israeliani illegali circondano questi antichi villaggi. “Parliamo di circa mille persone, 170 famiglie che vivono in grotte o a fianco a queste, oppure su terreni che gli appartenevano ai loro antenati”, ha spiegato Tamar Feldman, consulente legale dell’Associazione per i diritti civili in Israele, al quotidiano Haaretz, “chiedono una semplice cosa: restare a vivere nei loro villaggi”.

Il piano di sgombero rientra in una più ampia politica di annessione dei Territori, che però necessita che queste aree (la Firing Zone si trova al confine ufficiale tra Cisgiordania e Israele) siano prima “liberate” dai palestinesi. Di solito invocando ragioni di sicurezza, come accaduto appunto per la Firing Zone 918. Nel 2006, dopo la guerra con il Libano, Tel Aviv giustificò il mantenimento di questa zona militare chiusa con la necessità di aumentare le esercitazioni per fare fronte al costante pericolo che minaccia lo Stato di Israele. Le colline sarebbero un terreno ideale per la loro stessa conformazione e, per di più, ci sarebbe un risparmio di tempo e di denaro, hanno spiegato i legali dello Stato nella risposta a due mozioni presentate dai palestinesi alla Corte Suprema per chiedere l’annullamento dell’evacuazione dei villaggi.

Inoltre, lo scorso luglio gli israeliani, su istruzione del ministero della Difesa, hanno presentato una notifica in cui sostengono che gli abitanti della zona non siano in realtà residenti permanenti e che non c’erano prima dell’istituzione della zona militare. La Corte ha accettato le argomentazioni dello Stato e ha acconsentito all’espulsione dei residenti che hanno presentato ricorso.

Il braccio di ferro giudiziario va avanti da oltre un decennio, ma la questione della Firing Zone è iniziata negli anni Settanta, quando la zona è stata dichiarata area di esercitazione per le Forze armate israeliane. Nel 1999 furono espulsi tutti i residenti palestinesi e le loro proprietà furono demolite. Gli abitanti ricorsero alla Corte Suprema che nel 2000, con una ingiunzione temporanea, stabilì che avrebbero potuto fare ritorno alle proprie case, vietandone l’espulsione fino ad una decisione definitiva dell’Alta Corte. Dei dodici villaggi dell’area, quattro, quelli a nord-ovest vicino alle colonie, sono stati esclusi di recente dal piano di sgombero forzato. La battaglia legale è proseguita a colpi di ricorsi e petizioni, mentre associazioni, intellettuali, ong si mobilitavano per denunciare il sopruso nei confronti di povere comunità che vivono di pastorizia e agricoltura su terre che appartenevano ai loro avi, prima che nascesse lo Stato di Israele.

Link: http://snipurl.com/27qzskj

L’Alta Corte di giustizia israeliana rinvia la sentenza sull’evacuazione di 1000 palestinesi, nelle colline a sud di Hebron

settembre 3, 2013 at 12:08 pm

(Photo by Ta’ayush activist) 

Ha avuto luogo ieri mattina l’udienza nell’Alta Corte di giustizia israeliana riguardante  il progetto dello stato israeliano di espellere otto villaggi palestinesi nelle colline a sud di Hebron dalla area denominata “Firing Zone 918”.

Ieri la sala della Corte Suprema israeliana straboccava di palestinesi residenti nei villaggi in questione; sostenitori e osservatori israeliani e internazionali.

L’ACRI (Association of Civil Rights in Israel) e l’avvocato Sholomo Lecker, i quali rappresentano i villaggi, hanno presentato alla corte le due petizioni, presentate all’inizio del 2013, contro l’espulsione di più di 1000 palestinesi. Hanno inoltre sottolineato l’illegalità di tale atto di forza secondo la legge internazionale.

Secondo la risposta dello stato, quest’area è necessaria perché fa risparmiare tempo e soldi all’esercito israeliano e, inoltre, che i villaggi palestinesi presenti nell’area sarebbero stati costruiti illegalmente in un area militare chiusa.

I giudici dell’Alta Corte hanno raccomandato la mediazione, rimandando la sentenza. Lo stato considererà la possibilità di una negoziazione e dovrà dare una risposta a riguardo entro il 7 ottobre prossimo.

Per maggiori informazioni sulla campagna “THIS MUST BE THE PLACE”, per la cancellazione della Firing Zone 918, clicca qui.

Per un articolo di approfondimento clicca qui.

Aspettando la sentenza per l’evacuazione di 8 villaggi nelle colline a sud di Hebron, fai la tua parte

settembre 2, 2013 at 8:22 am

Tra poco l’Alta Corte Israeliana dovrebbe esprimersi riguardo all’evacuazione forzata dei mille palestinesi che vivono in otto villaggi (Isfey, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba and Khallet Athaba’) nell’area dichiarata da Israele “Firing Zone 918”.

Aspettiamo la sentenza proponendovi questa foto: una mappa di parte dell’area delle colline a sud di Hebron del 1940, in cui compaiono i nomi di questi villaggi.

(Photo by Ta’ayush)

I dati storici non basteranno a decretare la legittimità della presenza di queste comunità della zona, ma a portare il cambiamento sarà l’impegno di ciascun essere umano dedito alla lotta per la giustizia e per la pace.

Fai la tua parte: leggi e firma la petizione per l’abolizione della “Firing Zone 918”.

 

C/S: I palestinesi delle colline a sud di Hebron di nuovo bersaglio dei coloni: un pozzo avvelenato e una strada bloccata per due volte nello stesso giorno

agosto 19, 2013 at 1:10 pm

COMUNICATO STAMPA

I palestinesi delle colline a sud di Hebron di nuovo bersaglio dei coloni: un pozzo avvelenato e una strada bloccata per due volte nello stesso giorno

Un gruppo di coloni della zona avvelena un pozzo e blocca la strada che porta al villaggio palestinese di Bir al Idd, nei pressi dell’avamposto israeliano di Mitzpe Yair. Per i palestinesi, questa strada rappresenta una delle principali vie d’accesso alla regione di Masafer Yatta, i cui abitanti subiscono minacce di sfratto da parte dell’esercito israeliano.

(English follows)

19 Agosto 2013

Domenica 18 agosto alcuni coloni israeliani hanno avvelenato un pozzo nel villaggio palestinese di Bir al Idd e per due volte hanno bloccato l’unica via d’accesso al villaggio. La strada sterrata è rimasta completamente bloccata per più di sei ore.

Già in mattinata gli abitanti di Bir al Idd si erano accorti che l’acqua di un pozzo era sporca e maleodorante, a seguito di un probabile avvelenamento. Inoltre, la strada principale era stata bloccata con massi e copertoni, rimanendo inagibile per circa 100 metri a causa della presenza di pietre sparse. Intorno alle 16 l’esercito israeliano ha liberato e aperto la strada.

Alle 18:25 otto coloni sono tornati sul posto, portando pietre e copertoni con l’intenzione di bloccare nuovamente la strada. Nel frattempo, due macchine con sei palestinesi a bordo non hanno potuto lasciare il villaggio a causa della presenza dei coloni sulla strada. Durante tutto il susseguirsi degli eventi, una macchina della DCO (District Control Offce) è rimasta ad osservare la scena da una distanza di circa 50 metri. Verso le 18:50 è arrivata anche una camionetta dell’esercito e quattro soldati ne sono usciti. Né gli ufficiali della DCO né i soldati hanno tentato in alcun modo di fermare i coloni; finché alle 19 è giunta una macchina della polizia e tre poliziotti hanno obbligato tre coloni a seguirli fino alla macchina, mentre altri continuavano a lavorare sulla strada. Poco a poco tutti i coloni hanno smesso di spostare pietre e hanno cominciato a camminare in direzione dell’avamposto di Mitzpe Yair.

Nel frattempo, circa dieci palestinesi sono giunti sul posto per vedere cosa stava succedendo. Alle 19:20, quando la polizia se n’è andata, i palestinesi prima e in seguito i soldati hanno smantellato il blocco.

Il villaggio di Bir al Idd è situato all’ingresso dell’area di Masafer Yatta, i cui abitanti subiscono continue minacce di evacuazione da parte dell’esercito israeliano. Difatti, in questa zona il governo israeliano ha dichiarato la “Firing Zone 918”, ovvero un’area d’esercitazione militare permanente. I palestinesi che vi abitano sono in attesa della sentenza definitiva dell’Alta Corte israeliana che si pronuncerà sulla legittimità della zona militare. Nel mentre, le restrizioni alla libertà di movimento per gli abitanti persistono. Ciò nonostante, le comunità palestinesi delle colline a sud di Hebron perseverano nell’uso della nonviolenza come strumento di resistenza all’occupazione israeliana.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

 

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/27nh0ek

Video dell’incidente: http://snipurl.com/27nvjb3

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Palestinians attacked by settlers and harassed by army in South Hebron Hills

agosto 16, 2013 at 8:54 am

In the morning of August 15, Palestinian shepherds were attacked by Israeli settlers and subsequently harassed by the Israeli army in the South Hebron Hills. Three Palestinians from the village of At Tuwani were grazing their sheep and working the land in Humra valley around 6:30 am, when three settlers came from the nearby Israeli outpost of Havat Ma’on and threw stones to chase them away. One of the Palestinians has a camera provided by the Israeli human rights organization B’tselem but as the settlers attacked, the man walked away but remained in the valley.

The settlers then returned to the outpost and Israeli soldiers arrived to the area. One settler talked to soldiers and accused one of the Palestinian shepherds of having gotten too close to the outpost and pushing his sheep amongst the outpost trees.  Palestinians and Operation Dove volunteers showed the soldiers the six damaged olive trees discovered in the Humra valley the previous day. Soldiers responded  that this was probably a “price tag” attack since the settlers claim a Palestinian stole sheep from the outpost some days before. Around 8:30 am the army left the area. No Palestinians or Israeli settlers were detained.

 

La mattina del 15 agosto 2013 tre palestinesi del villaggio di At Tuwani stavano pascolando le pecore e lavorando la terra nella vicina valle di Humra quando, intorno alle 6:30, tre coloni sono usciti dall’avamposto di Havat Ma’on tirando pietre contro i pastori nel tentativo di farli fuggire. Uno di questi ultimi portava con sé la telecamera fornita dall’organizzazione per la difesa dei diritti umani B’tselem ma, a causa dell’attacco improvviso, non è riuscito a riprendere.

Successivamente i coloni sono tornati indietro verso l’avamposto e i palestinesi sono rimasti in valle. Poco dopo sono arrivati i soldati che, dopo aver parlato con uno dei coloni presenti, hanno accusato i pastori di aver portato le pecore all’interno del bosco dell’avamposto. A quel punto i palestinesi e i volontari di Operazione Colomba hanno mostrato ai soldati i sei ulivi tagliati il giorno precedente nella medesima valle. I militari hanno risposto che, probabilmente, il taglio di ulivi è stato frutto di una azione di “price tag”* ad opera dei coloni. Questi ultimi, infatti, nei giorni precedenti, avrebbero denunciato il presunto furto di una pecora da parte dei palestinesi. Intorno alle 8:30 l’esercito è andato via, senza prendere misure nei confronti di nessuno.

* Il così detto “price tag” è un’azione di vandalizzazione volta a punire la vittima per una presunta violazione precedente, di solito usata come scusa pretestuosa. Soltanto tre mesi fa i coloni hanno tagliato 62 alberi di ulivo in un campo situato nelle vicinanze del villaggio di At Tuwani (http://tuwaniresiste.operazionecolomba.it/?p=2259).

 

Settler while talking with soldiers

 

Palestinian shepherd while talking with soldiers and showing the cut trees in Humra valley

Settlers damage 6 olive trees in South Hebron Hills’ Humra valley

agosto 15, 2013 at 8:35 am

On the morning of August 13 Palestinians and Operation Dove volunteers found six seriously damaged olive trees in the South Hebron Hills’ Humra valley, near the Palestinian village of At Tuwani. The trees were apparently damaged by Israeli settlers during the previous night. The Humra valley is located very closed to the Israeli outpost of Havat Ma’on.

The number of Palestinian-owned trees uprooted and damaged in the South Hebron Hills area since January 2012 now rises to 165, a large number of which are located in the Humra valley.

Olive trees are an essential resource for the Palestinian community in the South Hebron Hills area, and their damage results in substantial economic losses for local residents.

 

La mattina del 13 agosto pastori palestinesi e volontari di Operazione Colomba hanno trovato sei alberi d’ulivo gravemente danneggiati nella valle di Humra (colline a sud di Hebron), che si trova nei pressi del villaggio palestinese di At Tuwani. Il danno è stato probabilmente effettuato da coloni israeliani la notte precedente. La valle di Humra si trova molto vicino l’avamposto israeliano di Havat Ma’on.

Sale a 165 il numero di alberi d’ulivo palestinesi sradicati e danneggiati nell’area delle colline a sud di Hebron da gennaio 2012, gran parte di questi si trova nella valle di Humra.

Gli alberi d’ulivo sono una risorsa essenziale per le comunità palestinesi delle colline a sud di Hebron, e il loro danneggiamento provoca una notevole perdita economica per gli abitanti locali.

One of the biggest tree damaged

Pictures of the incident: http://snipurl.com/27mlq11

 

Palestinian shepherds from Tuba chased away by the Israeli Army

agosto 10, 2013 at 8:41 am

In the morning of August 9, two Palestinian shepherds from the South Hebron Hills village of Tuba were chased away by the Israeli army when grazing their sheep on the Shaeb El Shaadi hill, situated between Tuba and the Israeli settlement of Ma’on.

Around 9:30 a.m. two soldiers came walking from the Ma’on settlement toward the Palestinian shepherds, who immediately started running away from fear of possible harassment or arrests. While the shepherds were escaping their flocks got left behind, and when reaching the sheep the two soldiers attempted to block and prevent them from going toward the Palestinian village. After the Palestinian shepherds reached Tuba they decided to come back for their flocks, this time equipped  with a camera (provided by the Israeli human rights organisation B’tselem). Seeing the camera, the soldiers then began heading back to Ma’on.

 

La mattina del 9 agosto due pastori palestinesi del villaggio di Tuba (colline a sud di Hebron) sono stati scacciati dall’esercito israeliano mentre pascolavano le loro greggi sulla collina di Shaeb El Shaadi, tra Tuba e la colonia israeliana di Ma’on.

Intorno alle 9:30 due soldati sono arrivati a piedi da Ma’on in direzione dei pastori palestinesi, i quali hanno immediatamente iniziato a scappare per la paura di possibili violenze o arresti. Mentre i pastori scappavano, le greggi sono rimaste indietro, e quando i soldati le hanno raggiunte hanno cercato di bloccarle e di impedirgli di tornare al villaggio. Quando i pastori hanno raggiunto Tuba, hanno deciso di tornare per tentare di recuperare le pecore, questa volta muniti di telecamera (fornitagli dall’Organizzazione per i diritti umani B’tselem). Quando i soldati hanno visto che i palestinesi avevano in mano una telecamera hanno lasciato le greggi per dirigersi in direzione di Ma’on.

 

Two soldiers tried to block and prevent the sheep from going toward the Palestinian village (photo by B’tselem)

Nena News – Israele: La Firing Zone ci fa risparmiare

agosto 8, 2013 at 11:10 am

Lo Stato d’Israele presenta alla Corte Suprema la risposta alle mozioni contro la Firing Zone 918. Ma la battaglia delle comunità a Sud di Hebron prosegue. Anche online.

dei volontari di Operazione Colomba – a cura di Nena News

At-Tuwani (Hebron), 7 agosto 2013, Nena News – Mercoledì 31 luglio 2013 lo Stato israeliano ha presentato all’Alta Corte di Giustizia israeliana la risposta alle due mozioni che chiedono l’annullamento dell’evacuazione forzata di otto dei dodici villaggi che compongono la Firing Zone 918. Nella risposta lo Stato espone le motivazioni per cui l’evacuazione forzata non andrebbe bloccata: “Le esercitazioni [nella Firing Zone 918, ndr] fanno risparmiare all’esercito israeliano tempo e denaro”.

Infatti, “lo sviluppo di una nuova generazione di armi a più alto raggio necessita di un maggior numero di esercitazioni rispetto al passato. Usare la Firing Zone 918, in particolare, farebbe risparmiare tempo e denaro perché è molto vicina alla base di esercitazioni della Brigata Nahal a Tel Arad. Nei fatti, la base fu costruita lì nel 1993 proprio perché era vicina a due firing zone, la 918 e la 522”.

La Firing Zone 918, nell’area che i palestinesi chiamano Masafer Yatta, è stata dichiarata area di esercitazioni per l’esercito israeliano negli anni ’70; nel ’99 le forze militari e di amministrazione civile israeliane espulsero forzatamente dall’area tutti i residenti palestinesi, distruggendone le proprietà. Gli abitanti palestinesi ricorsero all’Alta Corte israeliana che sancì, tramite una sentenza temporanea, il ritorno dei residenti alle loro case, vietandone l’espulsione fino ad una sentenza definitiva dell’Alta Corte.

Il 19 luglio 2012 lo Stato israeliano, seguendo le istruzioni del Ministero della Difesa, sottopose all’Alta Corte una dettagliata notifica in cui dichiarava che gli abitanti palestinesi dell’area non erano in realtà residenti abituali e chiedeva non più l’evacuazione forzata di dodici villaggi, ma solamente di otto (quattro villaggi sono, infatti, molto vicini a colonie o avamposti israeliani che nessuno ha intenzione di evacuare). L’Alta Corte, notificando un “cambiamento nella situazione normativa”, ha riaperto il caso.

Gli abitanti palestinesi hanno presentato, in risposta a questa notifica dettagliata, due mozioni. La prima, sottoposta all’Alta Corte il 16 gennaio 2013 tramite ACRI (Association for Civil Rights in Israel), è stata sottoscritta da 108 famiglie residenti nell’area, che hanno chiesto l’annullamento dell’evacuazione forzata, intesa come una violazione della legge umanitaria internazionale.

Alla fine di gennaio l’esercito israeliano, a scopo intimidatorio, ha inviato più di duecento soldati a condurre esercitazioni militari tra le case dei palestinesi nella Firing. L’Alta Corte non ha accettato di procedere per oltraggio alla corte contro lo Stato, come ACRI proponeva, dichiarando che “non ci sono stati danni”. In realtà, testimoni oculari hanno dichiarato che molto del grano seminato era stato danneggiato, erano state scavate delle trincee nei campi palestinesi e ad alcuni pastori era stato impedito di pascolare per non disturbare le esercitazioni militari.

L’altra mozione, presentata alla Corte il 7 febbraio 2013 tramite l’avvocato Shlomo Lecker, rappresenta 143 famiglie provenienti da 7 degli otto villaggi che rischiano l’evacuazione forzata. Si tratta di una mozione complementare a quella di ACRI, che si concentra soprattutto sui diritti di proprietà della terra, sulla situazione di fatto delle famiglie residenti e sull’impatto sull’uomo della Firing Zone 918. Entrambe le mozioni chiedono una sentenza di divieto d’uso della Firing Zone da parte dell’esercito israeliano.

Il 18 aprile 2013, Regavim (un’associazione sionista di coloni israeliani) ha richiesto di partecipare alla causa come amicus curie (soggetto giuridico che offre informazioni alla Corte), allo scopo di mettere pressione sull’Amministrazione Civile israeliana e sul tribunale affinché si acceleri la demolizione e l’evacuazione degli otto villaggi. La Corte aveva dato tempo fino al 28 maggio 2013 alle parti per opporsi alla richiesta, ma nessuna delle parti ha obiettato. Mercoledì scorso lo Stato, dopo molti rinvii, ha quindi presentato la risposta alle due mozioni e si attende per gli inizi di settembre la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia.

Nel frattempo, sono nate diverse iniziative di pressione internazionale per impedire l’evacuazione di Masafer Yatta. Una di queste è una campagna di pressione e sottoscrizione di una petizione on-line (firma qui l’appello) rivolta al primo ministro e al Ministero della Difesa israeliani, ideata dal Popular Struggle Coordination e dal South Hebron Hills Popular Committee (in collaborazione con Operazione Colomba, ISM, CPT, Ta’ayush, AIC, Comet-ME). Anche Amnesty International ha redatto un appellochiedendo di fare pressione sul Ministero della Difesa israeliano, sul giudice militare israeliano e sulle nostre rappresentanze diplomatiche (appello di Amnesty). Nena News

*Operazione Colomba, Corpo Civile di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII (Operazione Colomba mantiene una presenza costante nelle Colline a sud di Hebron dal 2004)