Il vento ci porterà..

settembre 2, 2011 at 1:24 pm

Ogni racconto, storia o fiaba in Medio Oriente termina con una formula molto particolare, le ultime parole di un libro spesso non prevedono l’idea a cui siamo abituati del “e vissero tutti felici e contenti” o del più drastico “fine”. In questa parte del mondo le narrazioni di una vita spesso terminano con un auspicio, con una speranza bellissima e divampante: “da qui si inizia”, queste sono non le prime, ma le ultime parole scritte in molti testi arabi. Il messaggio che ci arriva da queste terre, in tutta la loro bellezza, estensione, difficoltà, è che l’esistere non prevede sempre finali lieti, perfetti, idilliaci, perchè la vita umana non è una fiaba, non è un’invenzione per far dormire i bambini sereni, vivere è probabilmente una delle avventure più meravigliose e difficili che si possano scoprire.

“Essi non sanno quello che fanno”

agosto 24, 2011 at 1:07 pm

23-8-2011 At-tuwani

<< Saulo non era un malintenzionato quando perseguitava i cristiani: era un sincero, coscienzionso devoto della fede di israele e pensava di essere nel giusto. […]

Le parole di Gesù sono scritte a lettere fortemente incise su talune delle più inesprimibili tragedie della storia: “Essi non sanno quello che fanno”.

Questa stessa cecità si manifesta in molte forme anche ai giorni nostri. […] Questa stessa cecità si ritrova anche nella segregazione razziale, la cugina non troppo lontana della schiavitù.1 >>

Così scriveva nel 1963 M.L.King. Qui dove ci troviamo ora vedo molta cecità, quella stessa che oggi come tanti anni fa impedise di vedere la novità del messaggio di Cristo, che ha sconfito il male con il bene e non il male con il male.

Siamo nei Territori Palestinesi militarmente occupati da Israele. Siamo in Cisgiordania, a su di Hebron tra le colline che disitano solo 5 chilometri dalla Linea Verde2.

Viviamo in un villaggio di pastori e contadini palestinesi che vivono coltivando la terra (lottando contro i sassi e la siccità) e allevando pecore. Questi resistono con la nonviolenza agli attacchi violenti di coloni nazional religiosi venuti a vivere qui negli anni ’80.

Terzo Festival della Resistenza Nonviolenta di At-Tuwani

luglio 25, 2011 at 5:59 am

Terzo festival della resistenza nonviolenta per At-Tuwani. L’evento ha inizio qualche minuto dopo le dieci, si incomincia con Saber Hureini, membro del comitato popolare di At-Tuwani nonchè sindaco di At-Tuwani, che introduce agli ospiti l’importanza ed il significato dell’evento. Interventi che si susseguono uno dopo l’altro, protagonisti personalità come il rappresentante di Fatta’h del distretto di Yatta Mr. Ali Harb, il sindaco della stessa città Mr. Zahran Abu Kbetta , il Presidente del Governatorato di Hebron Mr. Kamil Ahmeed , e il ministro dell’educazione Mr. Khalid Fahd Qawsmi seguito da impiegati dei vari ministeri. C’è anche un poeta presente all’evento, Sho’ab Hadalin, che canta alcuni versi.

Riflessioni di un volontario

aprile 27, 2011 at 2:24 pm

Dopo un mese, appena il necessario per iniziare a comprendere questa terra e la sua gente, ci sono alcune immagini che mi porterò dietro per sempre.
Ho iniziato a capire cosa sia la preoccupazione e lo stress che l’ occupazione militare crea nella genuina apprensione di un ragazzo di 14 anni, normalmente baldanzoso e un po’ sbruffone,  che ci chiede il telefono ogni 10 minuti per poter chiamare suo padre, in ritardo di circa un’ora dal ritorno dal lavoro.
Ho visto la determinazione, tanto ferrea da essere scioccante, negli occhi di un uomo del villaggio che ci racconta che lo Shin Beit ha minacciato di uccidere i suoi figli, ma lui ha scelto di rispondere che anche se loro possono di certo uccidere lui ed i suoi figli in qualsiasi momento, loro non se ne andranno dalle loro case, dalla loro terra.
Ho assaporato la piena soddisfazione per il nostro “lavoro” qui nei 40 minuti di sonno che un pastore, visibilmente stanco ed affaticato, si è concesso, lasciandosi andare per un po’ mentre noi eravamo con lui ad assicurarci che né soldati, né coloni arrivassero a minacciare lui ed il suo gregge.

La mia presenza qui, l’aiuto che ho cercato di dare a questa gente fiera e determinata, è ben piccola cosa rispetto all’enorme privilegio di poter vedere che cos’è nella realtà la resistenza nonviolenta.
Il modo, per me quasi inspiegabile, con cui queste persone scelgono di resistere in modo nonviolento di fronte a quotidiane ingiustizie, prevaricazioni ed umiliazioni, è un esempio ed un insegnamento prezioso che credo si possa capire solo qui, vivendo in mezzo a chi ogni singolo giorno della sua vita percorre la difficile strada della lotta nonviolenta.

Peo

La quotidianità della resistenza nonviolenta…

febbraio 25, 2011 at 6:59 pm


“Subito dopo sono arrivati, dalle valli vicine, altri due pastori che si sono uniti a gran voce a recriminare la propria terra, spiegando a sorde divise, il significato di espropriazione e impotenza, cadenza urlata di voci d’uomini disperati, di rabbia, eco di passi stanchi d’anziana che si avvicina. Saggezza di parole di donna, quasi preghiera, voce senza cadenza, narrazione di vite sconvolte d’occupazione.


Parole dedicate a ignari bambini che giocano e abusano, quasi inconsciamente, del potere di calpestare uomini.”

At-Tuwani: Passare attraverso i muri

gennaio 16, 2011 at 6:11 pm

At-Tuwani /14/01/2011

We shoot at them and they shoot at us.
We retaliate and they strike back.
This is an endless and vicious cycle.

Leggiamo questi versi nella pagina principale del sito di “The Other Voice”, un gruppo di cittadinanza attiva con base a Sderot che accorpa sia parte dei suoi cittadini che quelli delle aree circostanti. Questo gruppo non è affiliato con nessun partito politico nè associazione, e lavora per creare percorsi di pace e riconciliazione, tramite azioni creative ed educative.

Parte dei sui membri accompagnati da alcune famiglie israeliane, nella giornata di venerdì 14 Gennaio 2011 sono venuti in visita al villaggio di At-Tuwani.

La distanza delle parole

ottobre 21, 2010 at 4:02 pm

Diceva che erano gli altri a volerla etichettare come filo israeliana, ma lei non si riconosceva affatto in quella veste.

Diceva che entrambe le parti avevano le loro ragioni, ma che nel profondo noi non possiamo capirle.

Diceva che lei non aveva gli strumenti per giudicare i torti e le ragioni degli uni e degli altri.

Oltre il congelamento

settembre 13, 2010 at 9:59 am

Il prossimo 26 settembre scadrà il termine del congelamento delle colonie israeliane in Cisgiordania.
Secondo l’ultimo rapporto di Peace Now, almeno 2.066 nuove unità abitative sono pronte per essere costruite negli insediamenti al termine della moratoria. Si tratta di case per cui sono già aperti i cantieri o che hanno già ricevuto un permesso di costruzione.
Ci sono poi almeno altre 11.000 unità abitative che potrebbero essere costruite in accordo con i piani di costruzione degli insediamenti già approvati, anche senza un permesso da parte del governo.
Il che significa di fatto che qualora il governo israeliano non rinnovasse l’ordine di congelamento e si impegnasse a non approvare ulteriori nuove costruzioni, i coloni potranno ugualmente espandersi con 13.000 nuove abitazioni, 5.000 delle quali in colonie ad est della “barriera di separazione” (leggi: Muro di separazione).
Allo stato attuale, esistono piani di espansione degli insediamenti per 25.000 altre unità, per cui è necessaria l’approvazione del governo.
E’ chiaro quindi che in mancanza di un chiaro impegno per un congelamento delle colonie – condizione minima necessaria per la ripresa di colloqui di pace, si prospetta una massiccia espansione, a discapito della comunità palestinesi.
Secondo i dati riportati da Peace Now, anche le colline a sud di Hebron saranno interessate da questa espansione.
Sono infatti previste 18 nuove unità abitative nell’insediamento di Ma’on, 38 nell’insediamento di Suseya e 15 a Metzadot Yehuda.
Senza dimenticare che, durante l’attuale periodo di congelamento delle colonie, abbiamo documentato la costruzione di 6 unità abitative a Ma’on e 3 nell’avamposto illegale di Havat Ma’on.
Tutto questo è avvenuto mentre dall’altra parte, l’esercito israeliano ha proseguito la sua politica di demolizione per nuove strutture palestinesi, ad At-Tuwani e in tutta l’area e i coloni hanno continuato le violenze contro i palestinesi, con danni alle proprietà (recinzioni e campi coltivati) e attacchi diretti alla popolazione, come accaduto lo scorso 12 giugno a Tuwani o a Tuba lo scorso 22 luglio.

Per ulteriori dettagli sulla potenziale espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania: vedi il rapporto di Peace Now, la lista dettagliata degli insediamenti interessati e la mappa dell’espansione.

Futuro occupato

luglio 22, 2010 at 8:30 am

di Paolo Vachino

Il futuro dietro a una collina

o all’ombra dell’albero sacro

nella mattina turbinosa di sabbia,

la rabbia di un popolo occupato

a difendersi dall’occupazione

pena l’estinzione dal territorio

nell’illusorio convincimento

che cambierà qualcosa,

che una sposa palestinese

possa un giorno coltivare

pretese di madre e di donna

di mettersi il velo al posto della gonna.

Il futuro dentro a una bambina

sgambettante tra tante altre nuda

sulla cruda terra indurita

dai passi sempre allertosi dei pastori

inseguiti ogni giorno dai signori

coloni israeliani

armati di mitra e di fionde

di ronde militari come fossero

caroselli lunari di astronauti impazziti,

smarriti di fronte a un nemico

lontano da un fronte

e cercato casa per casa

– tutte da demolire – per consentire

al colono insediato per dono divino

di poter educare al mattino i figli

agli artigli delle armi e dell’odio,

innalzato sul podio del fanatismo

religioso, dove l’unico sposo

è il Dio misericordioso solo

verso qualcuno perché nessuno

di altra appartenenza ha diritto

alla residenza su questa terra

collinare che sfocia

nel deserto della speranza.

Il futuro di tutti i violenti

è sul fondo del mare aperto

– aperto apposta per loro –

perché se esistesse mai un popolo eletto

sarebbe solo quello che sa portare

al prossimo suo assoluto rispetto.

Rondini travestite da colombe

luglio 18, 2010 at 3:46 pm

di Paolo Vachino

Presidiare impavido e assorto

del piccolo villaggio di pastori

dagli invasori coloni israeliani

come fosse un orto

minacciato dalla grandine

dai ragazzi-rondine

che si fan chiamare colombe

incuranti delle bombe

sorvolanti il cielo, loro

come un velo di fiducia

per il popolo palestinese

che cammina una terra

dove ancora brucia

il fanatismo religioso,

un drappello valoroso e irriducibile

che combatte la violenza

con la semplice presenza nel villaggio

con il coraggio di frapporre

il loro corpo per evitare

che qualche morto possa fare

le veci a qualche vivo,

in questo loro agire schivo

dai clamori massmediatici

così apatici all’ostentazione

quanto eretici all’omologazione occidentale,

una muta incallita di volontari

che non si accontentava di vivere bene

nei santuari imbanditi dal Capitale

ma che ha scelto di mescolarsi

con alcuni deboli della Terra

per coltivare insieme a loro l’amore,

estirpare la clandestinità

di questa sporca guerra.