La forza e il coraggio

settembre 28, 2012 at 7:35 am

“la forza si manifesta pienamente nella debolezza” 2 Cor 12, 9

La forza e il coraggio per me hanno il volto di una ragazzina di 11 anni, dai capelli scuri e gli occhi verdi. Si chiama Mona. Mona oggi porta al pascolo il gregge di suo padre, che ieri è stato cacciato e minacciato dai militari dell’esercito israeliano mentre lo faceva. Suo padre è stato cacciato, come anche tante altre volte prima, perchè si è avvicinato troppo ad Avigayil, un avamposto di coloni israeliani. Un avamposto è un insediamento, un piccolo villaggio costruito sul suolo palestinese in violazione, oltre che del diritto internazionale, anche della stessa legge israeliana. Nonostante l’illegalità, gli oltre 100 avamposti israeliani in terra palestinese sono solitamente sostenuti e protetti dall’esercito. Oggi siamo in tre ad accompagnare Mona. Abbiamo tutti le telecamere per documentare eventuali abusi e ingiustizie. Mona si spinge vicino all’avamposto, proprio davanti al cancello. Dopo quasi un’ora un colono ci avvista e come al solito scende da Avigayil innervosito. E’ un ragazzo sulla trentina con maglietta azzurra e macchina fotografica. Comincia a fare delle foto a noi e a Mona. Le dice che deve andarsene. Usa un tono duro. Mona non si muove, gira solo la testa per non farsi fotografare. Si muove tranquillamente tra le pecore. Siamo in due vicino a Mona, mentre un altro riprende la scena da lontano. Il ragazzo che è con me prova a dire al colono che è solo una bambina, ma lui prima ci dice che quello è terreno di Avigayil e poi lo ignora. Scende anche il soldato di guardia all’avamposto. Non sa bene che fare. Sembra uno di quei soldati che si trovano nell’ultimo posto in cui vorrebbero essere. MI avvicino e scambio con lui due parole. Mi chiede cosa faccio lì. Io dico che vivo nel villaggio di At-Tuwani, lì vicino. Mi chiede se sono lì per aiutare i palestinesi. Io gli dico sì, ma sono sono qui per tutti. Lui mi risponde anch’io. Mi sembra vero e sincero. Il colono non è soddisfatto però di come stanno andando le cose e chiama altri soldati. Dopo poco arriva una camionetta dell’esercito da cui scendono in tre, col mitragliatore a tracolla come sempre. I militari sono a disagio per la situazione. Cominciano a insultarci, dicendo che siamo disgustosi. “You are a war criminal”, “Sei un criminale di guerra” mi ripete quello che mi sembra il comandante. “Usi una bambina per i tuoi interessi personali”. Cerco di replicare ma non mi ascolta, ripete le stesse parole come un disco rotto. Chissà, forse vuole scaricare su di me cose che sente lui dentro, ma un po’ mi fa male. Poi passa a Mona. Cerca di cacciarla, alzando la voce e dicendo che lì non può stare. Chiede a Mona come si chiama e da dove viene. Mona risponde a monosillabi, poi si gira dall’altra parte e fa finta di niente. Cammina tranquilla tra le pecore.
La situazione sta andando avanti da mezz’ora ormai. Poi i soldati si mettono personalmente a cacciare le pecore sull’altro versante della collina. Ormai le pecore hanno pascolato a sufficienza, e Mona lascia fare. Mentre se ne vanno, un soldato dice ecco, qui c’è l’erba migliore. Dopo poco sentiamo dal megafono della camionetta che se ne va ancora una volta “You are a war criminal, you are a war criminal!”. Mona sorride. Io mi sento piccolo di fianco a lei.

Una splendida giornata

settembre 14, 2012 at 7:19 pm

08-09-2012

Oggi è sabato, giorno buono per l’azione nonviolenta qui nei Territori Occupati. L’appuntamento è alle ore 10, proprio davanti i cancelli della colonia di Ma’on.

Mentre percorriamo le colline che ci separano da At-Tuwani al luogo del ritrovo proviamo ad immaginarci cosa ci aspetterà. Quando si parla di azione nonviolenta si pensa subito a qualcosa di grande, ad una manifestazione piena di gente, dove non si ha paura di condannare le ingiustizie e di chiedere dignità per le comunità palestinesi.

Scolliniamo e vediamo solo un trattore al centro della scena, un po’ di soldati sulla strada che separa la terra palestinese dall’entrata della colonia e pochi ragazzi palestinesi seduti su una montagnola. L’obiettivo di oggi, capiamo subito, è lavorare la terra. Obiettivo ambizioso, quasi folle vista la vicinanza del campo palestinese alla colonia israeliana.

Il clima che si respira è un po’ strano però. Lo spiegamento di palestinesi che ci aspettavamo non c’è. I giovani del villaggio di Jawwaya sono fermi distante dalla terra da lavorare. Al centro solo il trattore con il suo autista, due signori palestinesi, i proprietari, e cinque attivisti israeliani di Ta’ayush. Al di là della strada invece, quasi a fronteggiarci, ci sono già una quindicina di soldati.

Il lavoro inizia dopo pochi minuti succede ciò che ci immaginiamo: il trattore viene bloccato dalle forze israeliane. Cominciano le solite telefonate, si controllano i documenti, i palestinesi si avvicinano e già ci aspettiamo il classico epigolo: un po’ di contraddittorio e poi tutti a casa, cacciati dai militari. Ma oggi quei fogli pesano un bel po’. I “vecchi palestinesi” rimandano indietro i giovani, che obbediscono, e si attende la sentenza. Sembra un miracolo quando un attivista israeliano si gira e ci dice che i lavori possono continuare perchè ci sono tutte le carte in regola.

Gli avvocati hanno fatto un gran lavoro e l’azione è stata preparata con saggezza. Poca gente sul campo, gli indispensabili, per evitare le provocazioni che possono mandare in fumo il lavoro legale di legittimazione di un diritto che a casa nostra consideriamo inalienabile, il diritto alla terra. Arrivano jeep e camionette, soldati e poliziotti, che sentiamo non essere interessati ai palestinesi che lavorano o a noi internazionali che filmiamo e fotografiamo tutto. Il loro lavoro comincia ora.

Cominciano ad uscire da Ma’on gruppi di coloni. Prima i ragazzini, poi anche gli adulti, a passo veloce verso il cordone di militari che li separa dalla terra palestinese che non riconoscono tale. Fermare il trattore è impossibile e allora cominciano a cercare di aggirare i soldati per arrivare al gruppo di pacifici palestinesi poco distante. Un bel modo per rovinare un giornata che sembra promettere bene in tema di giustizia. Se i coloni riescono ad arrivare ai palestinesi è sicuro che i secondi avranno la peggio, fine dei lavori e rischio di arresti.

Il clima si riscalda, volano parole grosse tra coloni e soldati, e poi arrivano anche gli spintoni e i tentativi di sfondamento. Ma oggi fortunatamente non si passa, i soldati fanno il loro lavoro -fanno rispettare le leggi- e anche chi sfugge al loro controllo viene bloccato dalle telecamere degli internazionali. I coloni imbufaliti le provano tutte ma il trattore finisce di arare il campo, i palestinesi tornano a casa e anche i coloni non possono fare altrimenti e a malincuore se ne devono tornare nelle loro case illegali in territorio palestinese.

Anche noi torniamo a casa e nel viaggio si ripensa a ciò che è successo. Quindi, ricapitoliamo. Oggi è stata lavorata un terra palestinese inaccessibile da una decina di anni ai legittimi proprietari. Oggi dei documenti legali hanno bloccato l’illegittimo -ma quotidiano- intervento dei militari per negare l’accesso alla terra ai legittimi proprietari. Gli stessi militari che sovente abusano del proprio potere hanno rispettato i diritti dei palestinesi e degli internazionali tutelandoli dalle provocazioni e dal probabile attacco dei coloni. Militari e coloni che poi si sono scontrati, verbalmente e fisicamente, interropendo quella connivenza e complicità di cui spesso siamo testimoni.

Oggi è stato un giorno di giustizia, come lo è stato sabato scorso quando un colono è stato arrestato per aver aggredito un attivista israeliano o come il 2 settembre quando l’avamposto di Migron -vicino a Ramallah- è stato evacuato. Piccole gocce di giustizia in una terra di continua ingiustizia.

Poca roba visto che i soldati che han protetto i palestinesi oggi, domani torneranno a vessarli, scacciandone le greggi, umiliandoli ad un checkpoint o abbattendone la casa.

Tanta roba se pensiamo che di solito queste cose non succedono e che oggi delle famiglie sono tornate a casa col sorriso sulle labbra dopo aver potuto lavorare dignitosamente la propria terra.

Chissà che effetto fa risentire il sapore della giustizia dopo una vita di ingiustizie.

Foto dell’azione nonviolenta : http://snipurl.com/24y75x7

Viviamo in una casa da scoiattoli

settembre 8, 2012 at 11:52 am

In questo giovane albero che da otto anni cresce rigoglioso c’è un piccolo foro.
Dentro ci siamo noi.
Ne è passata di vita qui, quanta sabbia palestinese ha percorso gli angoli di questa casa, trasportata dal vento che non si ferma mai,
eccone un mucchietto proprio lì sotto agli scaffali per i vestiti nella stanza da letto barra ufficio, stabile e inosservata come le piccole ditate bianche sul soffito annerito laddove la stufa elargisce calde carezze nelle giornate del breve inverno di Tuwani.
In questa tana dove la luce gocciola già al primo spicchio d’alba dentro le tre semplici stanze, comincia presto il turbinare di code degli scoiattoli, chi per andar ad aspettare i cuccioli che da altre foreste vengon alla scuola del villaggio, chi per aiutar i pastori che sulle loro colline devon proteggere la loro dignità e le loro pecore, chi per amore degli altri scoiattoli si sveglia con loro per
rosicchiare qualche cosa di colazione e cominciar la lunga giornata che è appena nata.
Rumore di piccoli passi veloci eccheggia nella casa, è la famiglia del ramo superiore che ci ha donato questa sede e che intrattiene con noi, oltre che i quotidiani impegni e pensieri, anche un botta e risposta gastronomico : chi passa a chiederci un sacchetto di pasta, chi ci porta un piatto di un dolcetto rosso, rosso come i capelli di chi ce lo dona.
Chi chiede una tazza di miele con i suoi occhioni da scoiattolina (e dalla ruffianeria dietro l’angolo), e chi ci porta poi il buon pane palestinese appena uscito dai tondi forni che fumano fuori dalle loro tane.
La vita è fatta anche di cibo a volte, condividerla con loro vuol dire anche questo.
Come ciò che fa parte di questa terra ci viene a chiedere asilo, il gentile vento, le instancabili mosche, la sottile sabbia e di notte qualche zanzara un po’ caciarona, così questa tana ha sempre le braccia aperte per chi vuol appoggiarsi dopo una lunga camminata piegato dal caldo mattina, per chi si acciambella come gatto sui nostri divani che contornano il nostro ingresso barra cucina barra soggiorno, chi viene per organizzare gli impegni futuri con noi, facendoci sentire presenti, a cui una sigaretta e un caffè non si posson negare..anzi va condiviso tutto insieme!
Queste sono piccole lezioni che un po’ per volta han bussato alla nostra porta e son entrate con passetti da gnomo, hanno aperto la loro valigetta e pazientemente han profumato di vitalità i mobili di questa casa, d’ospitalità i divani, di tenerezza i cuscini.
Questi piccoli gnometti non son venuti per caso, queste lezioni si respirano dovunque qui nelle South Hebron Hills.
Sono i palestinesi che con i loro sorrisi e la loro infinita e dolce pazienza ci han fatto capire che accogliere un ospite, preparare un
thè, condividere il pane, cedere l’ultima scatola di cibo DEVE essere naturale come naturale è qui che il sole sia caldo, che gli ulivi
abbiano riflessi d’argento, che i bimbi schiamazzino e che la Palestina trovi sempre la vita e la forza, da qualche parte dentro di
sé.
E’ una lezione (probabilmente vi sarete detti) che noi diamo scontata per consuetudine, ma arroccati nelle nostre etichette, impastoiati nelle nostre regole di bonton o di “pulito vivere”, ricreiamo con dei sapienti strati di pregiudizi e stereotipi la malta con cui cementare quelle che una volta eran le nostre finestre aperte come occhi alle persone, quello che un tempo era l’ingresso di casa nostra largo come un abbraccio.
Cerchiamo di fare nostre le saggezze di questa terra, cerchiamo di aprire il cuore alle persone : poi aprire le porte delle nostre case verrà da sé, naturalmente. Lentamente, un po’ per volta, grattiamo via gli strati che ci chiudono agli altri e ritroviamo la bellezza nella semplicità.

La Colomba vi manda questo augurio quindi, un grosso abbraccio e un buon appetito!

Rol

Senza uniforme

luglio 31, 2012 at 7:43 pm

Martedì 24 luglio arriva una delegazione speciale della Universal Peace Federation, composta da ragazzi provenienti da diversi paesi europei, guidata da K un ragazzo di 23 anni dagli occhi e i capelli neri. Apparentemente è un ragazzo come tanti altri capitato qui ad At-Tuwani per conoscere la sua storia e la forza della nonviolenza, invece K è israeliano e solo da qualche settimana ha concluso il servizio militare.
Ad aprile di quest’anno ha “servito” proprio nell’area delle colline a sud di Hebron, era in servizio per la scorta militare agli studenti di Tuba e Maghayir Al Abeed, mattina e pomeriggio, più o meno come noi, con la differenza che lui si è trovato ad osservare questo ruolo dalla colonia di Ma’on.
Per noi è già una persona speciale e coraggiosa solo per il fatto di essere ritornato qui senza una divisa che lo identifichi. Come se per un giorno questo giovane uomo avesse messo in un angolo una parte di sé, del suo passato recente, della sua vita, e si fosse rimesso in gioco.
Iniziamo la delegazione portando tutto il gruppo al famoso “albero della nonviolenza” dove At-Tuwani appare in tutta la sua bellezza, resa ancora più affascinante dal clima di tranquillità che porta il Ramadan. Raccontiamo la situazione del villaggio e dell’area, l’inizio della presenza di Operazione Colomba e il nostro lavoro.  Poi li portiamo a far vedere la strada che i bambini di Tuba e Maghayir Al Abeed ogni giorno percorrono da e per la scuola accompagnati dalla scorta militare istituita nel 2004, per salvaguardare i bambini dalle continue violenze e intimidazioni, da parte dei coloni nazional religiosi dell’avamposto israeliano di Havat Ma’on.
Anche in presenza di K affrontiamo il discorso dell’inadempienza da parte dei soldati relativa alla scorta, di prendere le parti dei coloni, delle demolizioni delle case, degli arresti, e in generale delle conseguenze inumane che l’occupazione militare e civile israeliana porta con sé.
Davanti a questo scenario gli occhi di K sembrano presenti e assenti nello stesso tempo: le nostre parole lo scuotono ma è uno scuotersi razionale, non ci interrompe mai, rispetta il nostro lavoro e le nostre testimonianze. Non è facile farsi vincere da sensazioni contrastanti che possono mettere in discussione tre anni della sua vita a servizio dello Stato, di una certa idea di Stato.
Da At-Tuwani il gruppo viene portato al villaggio Al Mufaqarah, dove è in atto la campagna “Al Mufaqarah R-Exist” volta a promuovere il diritto dei palestinesi a continuare a vivere nelle loro case, ad avere il diritto ad un’esistenza normale costruendo nuove abitazioni per la famiglie locali.
Qui i ragazzi conoscono M. uno dei leader del villaggio e del Comitato di Resistenza Popolare delle colline a sud di Hebron. Nonostante sia iniziato il digiuno e sia molto caldo M. li accoglie con il suo indistinguibile calore. M. sa molto bene l’ebraico e racconta la storia del villaggio a K che traduce al gruppo in inglese. Sentirsi parlare nella propria lingua lo ha stupito e messo a suo agio. É come sentirsi a casa in un villaggio palestinese; ha reso la comunicazione e lo scambio di informazioni possibile. Poi i ragazzi lavorano alla ristrutturazione della moschea demolita dall’esercito israeliano e ricostruita dai palestinesi a fine novembre 2011. Si forma una catena umana di persone che si passano secchi di sabbia; K è il primo della fila, gomito a gomito con i palestinesi. In seguito M. li porta a fare un giro nelle grotte dove vivono alcune famiglie e tutti, compreso K, rimangono affascinati da quel modo di vivere semplice e umile.
Ritorniamo tutti ad At-Tuwani per il pranzo cucinato da alcune donne che fanno parte della Cooperativa.
Prima che il pranzo termini arriva H, il leader del Comitato ed uno dei primi che ha iniziato la resistenza nonviolenta.
Li invita all’interno del piccolo museo dove ci sono delle foto che rappresentano stralci di vita sotto occupazione. Dopo una rapida panoramica H si ferma e domanda: “è per tutti la prima volta al villaggio?”. H sa di K. Tutti rispondono di sì. Allora H deve essere più diretto. Diretto ma non invadente. In quel momento il suo sguardo sorregge quello di K e con voce ferma ma calda gli dice: “Io so che tu sei stato qui, che hai svolto il servizio militare in questa zona, come puoi vedere senza divisa la gente ti guarda con occhi diversi. Ora non sei un soldato, ma un nostro ospite, e sarai sempre benvenuto, sarete sempre benvenuti, questo è anche il vostro villaggio”.
Noi siamo spiazzati ed emozionati. Il calore irradia all’interno del museo, tutti gli schemi sono rotti. Ci si parla con il cuore e fa a tutti un gran bene. K ha gli occhi fissi, due uomini, due storie completamente diverse, un conflitto, tutto sembra lontano, distante da questo piccolo villaggio di pecore e sassi.
Ad H vengono rivolte molte domande, sono tutti molto curiosi della sua scelta. Ed alla domanda: “ma tu che cosa vuoi”? H risponde: “che tutti possano vivere in dignità”. K annuisce con la testa.
Vorremmo che K ritorni presto ma sappiamo che ciò che ha raccolto oggi ha bisogno di tempo per sedimentarsi. Lo ringraziamo perchè si sta mettendo in discussione e perchè ci offre l’occasione per abbattere molti stereotipi sui militari. Oggi non abbiamo visto un soldato, ma un giovane, con gli occhi e i capelli neri, come tanti altri suoi coetanei. Oggi qualcosa si è spezzato nel circolo della violenza.
Per noi è stata una mattinata piena di emozioni e ci sentiamo privilegiati ad aver assistito e ad essere parte di questa forza chiamata nonviolenza.

Ale e El.

La sicurezza violata

luglio 30, 2012 at 10:49 am

Il 20 luglio un pastore proveniente dal piccolo villaggio di Am Dirit, nelle colline a sud di Hebron, a pochi metri dall’avamposto di Avigayil, è stato arrestato. Da due mesi a questa parte lo accompagniamo a pascolare a qualche metro dall’avamposto, sorto nel 2001. Z. ha 23 anni e durante la stagione estiva, in mancanza di nutrimento per le sue pecore, si spinge fino alle porte di Avigayil

Quelle terre appartengono alla sua famiglia (http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=492452) e lui non ha paura di andarci, nonostante quasi ogni giorno soldati israeliani, addetti alla sicurezza dell’avamposto, gli intimino di allontanarsi.a pochi metri dall’avamposto di Avigayil, è stato arrestato. Da due mesi a questa parte lo accompagniamo a pascolare a qualche metro dall’avamposto, sorto nel 2001. Z. ha 23 anni e durante la stagione estiva, in mancanza di nutrimento per le sue pecore, si spinge fino alle porte di Avigayil.

La danza di Susiya

luglio 5, 2012 at 3:38 pm

Gruppi sparsi di persone, chiacchiere e qualche bicchiere di te prima che tutto abbia inizio. Gli autobus da Israele arrivano uno dopo l’altro, così come i pulmini e le macchine palestinesi provenienti da tutta l’area delle colline a sud di Hebron e del resto della Cisgiordania.
In questa mescolanza di colori e persone, nitido si distingue un cartello bianco, più grande degli altri, sul quale sono stampate alcune fotografie che ricordano a tutti il motivo per cui il 22 Giugno  più di 500 persone si sono riunite per manifestare per i villaggi palestinesi di Susyia e Wadi Jehesh.
Ogni immagine rappresenta un ordine di demolizione consegnato il 12 Giugno: i provvedimenti emanati in totale sono sei e riguardano 50 strutture presenti a Susiya e nell’adiacente villaggio di Wadi Jehesh.
Le mani che hanno consegnato l’ennesima condanna sono quelle dell’amministrazione civile israeliana: l’attuazione di tali provvedimenti implica la totale evacuazione del villaggio.
Il corteo pacifico è partito con l’obiettivo di raggiungere il sito archeologico poco distante, quello stesso sito che, già nel 1986, è stato utilizzato come giustificazione formale al fine di evacuare l’intera comunità palestinese dall’area, in ragione della presenza di alcune rovine di una sinagoga, stratificate insieme a quelle di una chiesa e di una moschea.
Più di 500 persone iniziano ad avviarsi lungo la strada, accompagnate da una colonna sonora di slogan cantanti e tamburi ma, già dopo pochi metri, il cospicuo concentramento di forze armate, schierato per l’occasione, inizia a reprimere il corteo.
Subito vengono sparati gas lacrimogeni e alcune bombe sonore in direzione della folla che viene inoltre fermata da un lungo blocco di soldati e polizia.
Il rapido e caotico susseguirsi degli avvenimenti non ha impedito alle centinaia di palestinesi, israeliani e internazionali presenti di continuare a perseguire l’obiettivo della manifestazione: dimostrare solidarietà e indignazione nei confronti della politica dell’occupazione perpetuata nell’intera area, non solo nel villaggio di Susyia.
Dall’inizio di quest’anno sono stati, infatti, consegnati alla comunità palestinese delle colline a sud di Hebron oltre cento provvedimenti, tra ordini di demolizione e di fermo dei lavori.
La strategia israeliana in Area C, completamente sotto controllo civile e militare israeliano, è quella di impedire lo sviluppo delle comunità locali attraverso un’intensa e continuativa gestione delle attività di pianificazione e urbanizzazione.
Gli ordini di demolizione recentemente consegnati coinvolgono almeno 126 persone, le stesse che ieri erano presenti al corteo, insieme a chi, come loro, rischia di vedersi portare via tutto, la casa, la terra, la dignità di un’esistenza il più possibile normale.
Mentre esercito e polizia cercavano di far indietreggiare con la forza i manifestanti, le donne, figlie, nonne e madri, provenienti dai villaggi di tutta l’area, ballavano intorno ai soldati gridando “basta basta occupazione, Palestina libera!”: quale risposta migliore all’ennesimo tentativo immotivato di repressione, della vitalità di una danza per dimostrare il proprio diritto ad esistere?
Nel primo pomeriggio le persone presenti hanno iniziato a defluire, a tornare nelle proprie case, grotte e tende, nell’aria la consapevolezza che i tentativi di cancellare questi luoghi e la vita delle persone che li abitano saranno ancora molti.
E per ognuno di essi ci sarà un’altra Susyia, perchè i palesinesi continueranno a resistere, come sempre hanno fatto.

Una maschera non basta

maggio 18, 2012 at 8:14 am

Venerdì 13 Aprile 2012

È venerdì, una mattina come tante altre e giorno di festa per il villaggio musulmano di At-Tuwani.

Sveglia alle 6:45 e alle 7:15 siamo già pronti a partire: io con altri due compagni.

Percorriamo la solita strada che ci conduce al villaggio di Tuba dove dobbiamo accompagnare al pascolo dei pastori con le loro greggi che quasi quotidianamente vengono minacciati e allontanati dai soldati da zone secondo loro vietate.

Il sentiero che scegliamo per arrivare al villaggio palestinese costeggia un’abitazione appartenente ai coloni dell’avamposto di Havat Ma´on di recente costruzione e da poco abitata. Alcuni degli ultimi attacchi subiti ai danni dei pastori palestinesi sono partiti proprio da quella casa. Ed è proprio da qui che dei cani sentendoci passare cominciano ad abbaiare e da quel momento è un susseguirsi di azioni velocissime: due uomini richiamati dall’ululato dei cani escono da quella casetta marrone, ci vedono, ci lanciamo un’occhiata, noi iniziamo a camminare con passo sostenuto, loro invece si sfilano le magliette di dosso e si coprono il volto. Da questo gesto possiamo solo immaginare le loro intenzioni.

Al di là dei muri

aprile 30, 2012 at 12:36 pm

Vi sono alcuni muri che sottendono a tutti gli altri, a quelli costruiti con cemento e filo spinato per custodire la fragile sicurezza di chi ha paura, che alti si ergono tra due popoli ritrovatisi a vivere insieme. E sono questi i muri più pericolosi, cause prime della divisione, questi muri costruiti con mattoni di rifiuti e rancori, fabbricati con precisione accurata da religiosi, politicanti, uomini armati, a loro volta cresciuti circondati da altri muri, enormi e spaventosi, in una folle spirale di segregazione e paura, senza fine.

Ma c’è chi, all’ombra dei muri, si arrampica, incespicando, ne raggiunge la sommità, e guarda al di là, e di là viene guardato, e riconosciuto. Ed allora…

Quando i bambini giocano a far la guerra

aprile 11, 2012 at 7:25 pm

E’ una guerra assurda quella in cui i bambini sono il bersaglio.

E’ una guerra orribile quella in cui la dottrina scavalca l’umanità.

E’ una guerra triste quella in cui i bambini giocano a far la guerra.

E quando ciò che viene insegnato ai bambini diventa così parte della loro esistenza da non poter veder nell’altro un essere umano ma un nemico ed un ladro, allora, i bambini ne diventano i protagonisti.

La libertà oggi

febbraio 1, 2012 at 6:06 pm

26 novembre 2011, At-Tuwani

Dopo giornate di quiete e serenità, dopo tramonti rosei come il futuro che questa gente prospetta, nonostante tutto, costruendo nuove case, sistemando le strade e perfino abbellendo i muretti, si ritorna al crudo scontro con la realtà.

Percorro correndo la strada che dal villaggio di At-Tuwani porta ad Umm Fagarah. Scavalco i piloni che l’esercito qualche settimana fa ha demolito: dovevano portare l’elettricità lungo la strada e nelle case. Ma qui la gente guarda lontano:”Li innalzeremo di nuovo”. Arrivo a Umm Fagarah e trovo numerosi mezzi dell’esercito israeliano che stanno demolendo delle abitazioni. Nel giro di mezz’ora il bilancio è di un generatore per la corrente elettrica, una moschea e due case demolite assieme alla stalla -durante la demolizione non è stato concesso ai palestinesi di avvicinarsi per portare in salvo gli animali, alcuni sono quindi rimasti schiacciati sotto le macerie-. Due ragazze vengono infine portate via con l’accusa di aver provato ad entrare nella loro casa prima della demolizione per portare fuori il salvabile.