Comete nere nel cielo sopra Tuwani

dicembre 10, 2012 at 6:34 am

E’ scesa la notte su Tuwani. Esco fuori e mi lascio la pesante porta della casa alle spalle. Dentro, la luce; fuori, io e il buio. Il cielo è colorato da stelle luminose, minuscoli puntini che si rincorrono nella galassia, una delle poche certezze di questo mondo assurdo. Alzo lo sguardo, e mi perdo nell’infinito. Le osservo con minuzia, ad una ad una. Le immagino e le distruggo, le costruisco e le cancello, come un Piccolo Principe in giro per l’universo. Le stelle sono innocenti, brillanti e pure. Quanto contrasto con quello che succede qui sulla Terra.

Mi inoltro nell’oscurità sconfinata, e attraverso con lo sguardo ogni singolo puntino luminoso di questa notte stellata mozzafiato. Chiudo gli occhi, non ho bisogno di vedere, le immagini scorrono veloci nella mia mente. I morti di Gaza, i pianti dei sopravvissuti, i volti segnati dalla vita. Come in una proiezione cinematografica. Ma non sono al cinema, non sono seduta su nessuna poltrona. L’unico schermo che ho davanti, qui, è la vita.

A POCHI PASSI SULLA SINISTRA

dicembre 8, 2012 at 10:33 am

Arriviamo sul crinale dell’ultima collina: Nail è laggiù con le sue pecore che continuano tranquille a brucare l’erba. Ci viene incontro con quel suo sguardo fermo che manterrà per tutto il tempo nonostante quel che è appena capitato, nonostante quel che sta per capitare.

I soldati si sono da poco allontanati, ma sono ancora lì…a pochi passi sulla sinistra.

A pochi passi sulla sinistra sorge l’avamposto di Avigayil. Un avamposto è un insediamento di coloni non autorizzato, dunque illegale persino per lo stato d’Israele. Nail ha ancora la videocamera in mano. Ci mostra il filmato che ha appena fatto: i soldati gli urlano addosso “devi andartene da qui tu e le tue pecore” lui da dietro la camera risponde: “questa è la mia terra, sono in regola…”

QUANTO DISTA GAZA DAL NOSTRO DOLORE

dicembre 2, 2012 at 3:06 pm

Chiudo gli occhi e sento il rumore.

Rumore di morte.

E allora realizzo che la guerra non è poi così lontana. E inizio a contorcermi nel letto, stremata dai dolori allo stomaco. Il mio Zenith piange, come non riesco a fare io. Il dolore mi avvicina alla guerra e vomito il mio disgusto per il mondo. Gli aerei volano sulla mia testa, mentre provo a chiudere gli occhi sul mondo. Un mondo che non chiude gli occhi su niente. Neanche di notte. Una notte che non ferma la guerra. E mi chiedo come sia possibile. Come sia possibile dormire, ridere, mangiare mentre qualcuno muore sotto le bombe della nostra irresponsabilità.

E allora tutto si ferma mentre il massacro prosegue.

Qui tutti aspettano notizie, azzardano previsioni, organizzano veglie, pregano. E di nuovo sono un unico popolo. Hamas li ha uniti, sotto la sua egida, contro un mostruoso Golia.

Quanto dista Gaza da qui?

Soér oggi non sorride più

novembre 27, 2012 at 3:27 pm

Soér oggi non sorride più.

Seduta sul pavimento, le gambe raccolte sotto la grande gonna e le spalle contro il frigorifero, oggi Soér non sorriderà.
Il suo viso è di marmo immobile, mentre la radio trasmette la lista di nomi e cognomi cancellati dalle bombe. Bambini, donne e uomini.
Scruto i suoi occhi cercando lacrime che non ci sono, ma il suo sguardo è arido e asciutto, come questa terra che non lascia scampo.

Ho conosciuto Soér durante la mia prima visita a Mufaqarah, il villaggio dei resistenti che da un anno a questa parte è il centro della lotta nonviolenta delle colline a sud di Hebron: un ombelico vorticante di gioia, accoglienza e ribellione che ti travolge con la sua potenza vitale appena ci arrivi. Bambini che ti prendono e ti prendono per il culo, ma che, se sai stare al gioco, ti trattano come un pari. Uomini che ti scannerizzano osservando ogni tuo gesto prima di accettarti, ma, quando lo fanno, sei tramortito da una valanga di abbracci e pacche sulle spalle degne del più antico virilismo. Ad aspettare noi formiche (che da un pò abbiamo l’onore di esser di casa) e gli ospiti internazionali c’è lei, Soér, fiera e sorridente che elargisce thé e sorrisi con un’abbondanza che non ho trovato in questi luoghi.
E’ un sorriso disarmante, capace di avvolgere un mondo intero di amici, nemici e indifferenti e dal quale non sfuggi: lei ti vede pianta i suoi occhi nei tuoi, e comincia ad allargare la bocca e mostrare i dentoni bianchi. Tu ormai senza difese, altro non puoi fare che sorridere di rimando, stordito da quell’accoglienza, più sincero che mai.
Sei stordito, rimbambito perchè è proprio come se lei andasse a pescare dentro di te il tuo sorriso. Ti costringe dolcemente  e con pazienza a gustare appieno quel momento sacro dell’incontro, dell’accoglienza tra persone vive e in cammino. Poi tu finalmente sorridi e lei ti urla, in un tentativo di italiano:
“Beeeeeeeerrrrto!!! comeshtai?” e tutti ridono contagiati.

Per chi suona la campanella

novembre 26, 2012 at 2:08 pm

E’ molto presto quando il telefono comincia a squillare. Ci strappa dal sonno meritato dopo questi giorni intensi, in cui cerchiamo di capire qualcosa in più del fantasma che si aggira minaccioso su queste terre: l’evacuazione di 8 villaggi per fare spazio alla Firing Zone 918.
E’ presto e la vita del paese deve ancora cominciare ma, mentre A. risponde e cerca di capire la voce concitata dall’altra parte del telefono noi, annusando casini, siamo già pronti.

How do you feel

novembre 26, 2012 at 2:01 pm

Avevano formato un cordone, una barriera umana che non permettesse a nessuno di entrare.
Tutti potevano assistere all’orrore della distruzione, ma nessuno poteva avvicinarsi.
Pensavo durasse poco. Quanto ci vorrà a buttarla giù? – mi chiedevo. Massimo dieci minuti – rispondevo.

Inaspettatamente

novembre 11, 2012 at 1:10 pm

Inaspettatamente Ramallah.
Inaspettatamente la potenza di un comitato di resistenza popolare entra nelle stanze del potere. Inaspettatamente travolge i ben vestiti fantocci dei partiti, ruba loro le sedie, la parola, lo spazio politico e si riappropria del diritto a esprimere le proprie esigenze senza intermediari, nella forma più alta di democrazia, laddove uno Stato non esiste.

Riflessioni

ottobre 15, 2012 at 11:11 am

Riflessione I (29-08-2012)

Come quando studio Freud, nel sogno si leggon i contenuti manifesti e latenti..
Qui ci troviamo a legger la Frode dell’uomo, in questa terra dove si vivono, vedono onirici segni come sogni.
In questa terra dove il conflitto è manifesto, il conflitto è latente.
Quanta energia si usa se si è esposti a un conflitto manifesto?

Quanta energia se si mostra un conflitto latente?
E’ una domanda per me senza ancora risposta, persa in una tormenta di pensieri che nebulizzano dubbi nella terra della mia mente, portan tormento e sorrisi a intervalli irregolari.
E’ una domanda che forse non troverà risposta, è una domanda forse troppo acerba per porsela ora ma non m’importa, pensiamoci ora perchè è sera e i bambini vanno a dormire, i cani si rispondon da collina in collina, il vento continua a soffiare, pensiamoci ora e per fortuna che è sera.
Il conflitto manifesto sfrega, sfriziona un qualcosa dentro di te che s’accende e da cui si scaturisce una fiamma, ogni parte di noi ha un diverso modo di bruciare. Ma tutte quando si esauriscono lasciano un segno nero di bruciatura, memento e monito.
Per una salvezza possibile dei fatti futuri, di castigo probabile per ciò che ci rimane dentro.
Ciò che provo per il conflitto latente però nella mia esperienza ancora bianca come foglio di carta è forse più debilitante.
Anche se non cerchi un nemico per forza, anche se non vuoi crearlo un conflitto, anche se vuoi far causa tua le situazioni che accadono qui intorno..perfino far capire un errore a chi sbaglia o cercare una persona a cui sorridere, se sei dentro una foschia di segnali dubbiosi e sfuocati, tutto diventa più difficile e impastoiato.

Fai finta

ottobre 12, 2012 at 11:47 am

Fai finta di essere un colono israeliano. Uno di quelli cresciuti a pane e Torah, nel rispetto dei vecchi saggi, leggendo commentari talmudici, celebrando Sukkot e Yom Kippur vari e mangiando rigorosamente come le antiche leggi prescrivono da secoli e secoli a questa parte, secondo il rito kosher, sempre attento a non mischiare latticini con carne. Un buon ebreo ortodosso insomma o almeno tenti di esserlo. Sei partito dalla grande città, Tel Aviv o Yaffo o Haifa che sia e, seguendo una qualche guida religiosa illuminata ti sei trasferito in questo “bucodiculodimondo”, convinto di riprenderti la terra che Dio ha assegnato a te sin dal nascere dei giorni, quando tutto era ancora da scrivere, dopo che Davide vinse Goliath.
Esci dalla tua casa, che hai costruito con le tue mani insieme a tua moglie. Fuori ci sono i tuoi figli che giocano con le galline e con le capre, in cortile sotto il sole.
Dopo 2000 anni di persecuzioni vivi nella terra che Dio ti ha donato. Finalmente.

Assurdo, Normale, Straordinario

ottobre 9, 2012 at 10:31 am

Tre parole per esprimere concetti molti diversi tra loro, in quasi tutte le parti del mondo ma non qui. Ogni volta che torno in Palestina mi stupisco di come questi tre concetti qui si confondano tra loro a volte si fondano, fino ad essere indistinguibili, fino a perdere di significato.

Un soldato dello stato israeliano che fa la sentinella in una specie di gabbiotto stile portineria, all’entrata di un avamposto illegale persino per la legge israeliana. Lo stato impiega i suoi soldati per difendere una specie di villaggio, costruito illegalmente su terra che non appartiene a quei coloni. Un soldato che più volte vediamo prendere ordini da un colono, addetto alla sicurezza dell’avamposto illegale, quasi fosse un suo superiore e non un conclamato criminale che infrange la legge dello stato israeliano.