Futuro occupato
di Paolo Vachino
Il futuro dietro a una collina
o all’ombra dell’albero sacro
nella mattina turbinosa di sabbia,
la rabbia di un popolo occupato
a difendersi dall’occupazione
pena l’estinzione dal territorio
nell’illusorio convincimento
che cambierà qualcosa,
che una sposa palestinese
possa un giorno coltivare
pretese di madre e di donna
di mettersi il velo al posto della gonna.
Il futuro dentro a una bambina
sgambettante tra tante altre nuda
sulla cruda terra indurita
dai passi sempre allertosi dei pastori
inseguiti ogni giorno dai signori
coloni israeliani
armati di mitra e di fionde
di ronde militari come fossero
caroselli lunari di astronauti impazziti,
smarriti di fronte a un nemico
lontano da un fronte
e cercato casa per casa
– tutte da demolire – per consentire
al colono insediato per dono divino
di poter educare al mattino i figli
agli artigli delle armi e dell’odio,
innalzato sul podio del fanatismo
religioso, dove l’unico sposo
è il Dio misericordioso solo
verso qualcuno perché nessuno
di altra appartenenza ha diritto
alla residenza su questa terra
collinare che sfocia
nel deserto della speranza.
Il futuro di tutti i violenti
è sul fondo del mare aperto
– aperto apposta per loro –
perché se esistesse mai un popolo eletto
sarebbe solo quello che sa portare
al prossimo suo assoluto rispetto.


