Ordine di demolizione e ordine di fermo dei lavori consegnati nei villaggi di Tuba e di Khallet Athaba, colline a sud di Hebron

febbraio 6, 2013 at 12:41 pm

6 febbraio 2013

At-Tuwani –  Il 5 febbraio 2013 alle ore 10.30 circa il DCO (District Coordination Office, la sezione dell’esercito israeliano che governa a livello amministrativo i Territori Occupati palestinesi di area C) e l’esercito israeliano hanno consegnato un ordine di demolizione esecutivo nel villaggio palestinese di Tuba. L’ordine è rivolto ad una tenda usata come abitazione e ad una casa, appartenenti ad Ahmed e Nasser Ali Awad. Le due strutture sono abitate da tredici persone, di cui undici sono minori. L’ordine di demolizione consegue ad un ordine di fermo dei lavori consegnato il 3 settembre 2012 (vedi l’ Update). I palestinesi avranno tre giorni di tempo per presentare ricorso riguardo quest’ordine.
Alle 11.30 circa il DCO e l’esercito israeliano hanno consegnato un ordine di fermo dei lavori nel villaggio palestinese di Khallet Athaba rivolto a un pozzo di proprietà della famiglia Dababsi.

Il prezzo della resistenza

gennaio 24, 2013 at 10:52 am

Sabato 19 gennaio sono stati arrestati 9 palestinesi durante un’azione nonviolenta nelle colline a sud di Hebron (vedi comunicato stampa). Dei palestinesi arrestati, 8 sono stati rilasciati senza cauzione la sera del 19 gennaio, tranne Reema Ismael Aleyyan Awad, di 31 anni, che era stata trasportata alla stazione di polizia di Kiryiat Arba insieme a sua figlia Qamar, di meno di due anni. La bambina è stata rilasciata la sera dello stesso sabato mentre Reema, accusata di aggressione nei confronti di agenti di polizia e militari israeliani, è stata prima trasferita nella prigione di Al Maskubiyya (Gerusalemme) e in seguito ha subito un processo presso la Corte Militare di Ofer, la mattina di domenica 20 gennaio. La donna è stata rilasciata col pagamento di una cauzione di 5000 shekel israeliani (equivalenti a circa 1000 euro).

I volontari di Operazione Colomba hanno visitato Reema e la sua famiglia nei giorni scorsi. Insieme a lei sono stati arrestati il padre e il marito. Lo sguardo forte e luminoso della donna si oscura quando racconta della paura di essere separata dalla bambina (che ancora allatta), degli interrogatori e della prigione. Per lei è stata la prima esperienza simile spiega. Racconta che, come tutti i sabati, era andata sulla loro terra con suo marito e i suoi quattro bambini per riuscire a coltivarla, cerca di far capire che la sua lotta è, prima di tutto, per i suoi figli. Saluta i volontari dicendo che spera di rivederli sabato prossimo, lei sarà di nuovo sulla sua terra con suo marito e i loro quattro bambini.

 

L’esercito israeliano ha demolito quattro strutture nelle colline a sud di Hebron

gennaio 14, 2013 at 4:48 pm
14 gennaio 2013

La mattina del 14 gennaio 2013 l’IDF ha demolito quattro strutture nei villaggi palestinesi di Um Al Kheer e Hawara nelle colline a sud di Hebron, Cisgiordania.
Alle 8.55 l’esercito, la Border Police e il DCO (District Coordination Office) israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Um Al Kheer con due bulldozer e hanno distrutto un riparo di pietra e metallo per le pecore. Secondo gli abitanti del villaggio, in questi giorni una famiglia di otto persone stava vivendo in quella struttura, dato che le difficili condizioni meteorologiche hanno danneggiato la loro abitazione la scorsa settimana. Dopo di che, il convoglio militare si è diretto verso il villaggio di Hawara, situato vicino ad Ad Deirat, dove ha demolito tre strutture: una casa abitata da quindici persone; un casa abitata per sette mesi all’anno da nove persone e una struttura di pietra.

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/264kv6

3 gennaio 2013: la polizia israeliana ha arrestato un pastore palestinese vicino l’avamposto israeliano di Avigayil.

gennaio 6, 2013 at 2:18 pm


Il pomeriggio del 3 gennaio, alle 14.00 i volontari di Operazione Colomba sono stati avvisati da un attivista israeliano dell’imminente arresto di un pastore vicino all’avamposto di Avigayil, nelle colline a sud di Hebron.

Quando gli internazionali sono arrivati sul posto hanno visto che la polizia stava arrestando Nail, di Qawawis. L’attivista israeliano che, insieme agli avvocati, ha seguito questo caso, ha riportato che il motivo dell’arresto era “offesa a pubblico ufficiale”: il pastore avrebbe, cioè, offeso i militari che gli intimavano di allontarsi. Nail è stato detenuto e interrogato alla stazione di Polizia di Kiryat Arba fino alle 20.30.

Da circa due mesi questo pastore reclama e difende il proprio diritto ad usare per il pascolo la terra palestinese vicino all’avamposto. Quotidianamente è costretto ad affrontare le aggressioni dei coloni israeliani e le minacce dell’esercito e della polizia che vogliono allontanarlo da quella terra. Nail ha sempre reagito in modo nonviolento filmando le aggressioni con una videocamera fornita da B’Tselem. Proprio grazie a queste riprese Nail è riuscito ad essere scagionato dalle accuse dei militari ed è stato rilasciato senza cauzione.

2 gennaio 2013. Ancora danneggiamenti agli ulivi in Humra Valley

gennaio 5, 2013 at 8:06 am

 

Nel pomeriggio del 2 gennaio, i volontari internazionali sono stati avvisati da un pastore palestinese della presenza di alcuni coloni tra gli alberi di ulivo nella valle di Humra.

Una volta arrivati sul posto i volontari hanno constatato che quattro ulivi erano stati danneggiati di recente.

Nel 2012 sono stati danneggiati 102 ulivi nelle vicinanze dell’avamposto di Havat Ma’on, la gran parte nella valle di Humra.

Tagliare gli ulivi significa arrecare un danno molto grave alle famiglie palestinesi. Per le persone del posto rappresenta una importante fonte di sussistenza, soprattutto in una zona dove i palestinesi si vedono limitato quotidianamente l’accesso alla propria terra.

[Nota: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

 

Update January 2,2013. Damages to olive trees in Humra valley continues

On 2nd January afternoon, some settlers from Havat Ma’on outpost damaged olive trees in Humra valley, according to Palestinian witness. The internationals found out four broken olive trees.

During the last year 102 olive trees were damaged nearby Havat Ma’on.

The olive grove’s destruction represents a serious problem to Palestinians’ subsistance, especially in an area where the access to Palestinian land is continues restricted.

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

Video: Palestinian beaten and arrested in Ar Rakeez, South Hebron Hills

novembre 11, 2012 at 3:34 pm

Per il secondo anno i palestinesi delle colline a sud di Hebron marciano per la Pace

settembre 24, 2012 at 3:47 pm

24 settembre 2012

At-Tuwani – Ispirati dalla marcia Italiana Perugia-Assisi, fondata da Aldo Capitini, e ad un anno di distanza dalla prima marcia per la Pace, i palestinesi dei villaggi delle colline a Sud di Hebron, il 22 settembre si sono riuniti per ribadire il loro deciso impegno nonviolento nella ricerca della giustizia. Una giustizia che nei Territori Occupati troppo spesso è funzionale all’Occupazione. Dove la politica Israeliana di isolamento dei villaggi palestinesi mira a guadagnare sempre più terreno e pone i palestinesi in una condizione di insicurezza. Molti sono stati gli attacchi negli anni subiti dagli abitanti del luogo ad opera dei coloni, ed oggi, anche per questo motivo si marcia. Si cammina sulla strada che ogni mattina porta i lavoratori dal villaggio di Tuba alla città, ma questa volta si cammina assieme. Si cammina nella “Palestinian Peace Area”, come ricordano i manifesti attaccati sui blocchi che delimitano la “firing zone”, un’area nata all’inizio degli anni ’70 destinata alle esercitazioni militari comprendente dodici villaggi palestinesi, di cui attualmente otto sotto ordine di evacuazione e demolizione. E’ un gruppo folto, unito, quello dei Palestinesi accorsi da molti dei villaggi vicini in segno di solidarietà. C’è gente di At-Tuwani, Al-Mufaqarah, Susiya, Ar-Raeez, Jawwaya, Maghayir al Abeed, al Birke. Tra cori, striscioni e musica si parte da At-Tuwani alle undici del mattino. Nei vari cartelloni branditi da un gruppo di bambine c’è anche Vittorio Arrigoni e il suo Restiamo Umani. La marcia cammina sulle strade polverose palestinesi, affiancando i piloni della corrente abbattuti dall’esercito ed in direzione di Al Mufaqarah, villaggio che è stato luogo di arresti e demolizioni in passato e oggi importante centro della resistenza nonviolenta delle colline a sud di Hebron. Il corteo cresce lungo la strada accogliendo con se i palestinesi che trova. Il messaggio è solo uno: “PEACE IS WHAT WE WANT”. Questo è quello che continua a ripetere il coordinatore del comitato nonviolento promotore della marcia. Non c’è odio sulla faccia dei manifestanti ma tanta gioia e solidarietà per chi queste strade le fa tutti i giorni, e spesso nell’incertezza e nella paura di essere attaccato dai coloni. Dopo esser passati vicino all’avamposto di Avigayil, sempre scortati a vista dall’esercito israeliano, ci si ferma a Al Mufaqarah per un tè in un clima di festa. Si riparte, percorrendo il sentiero vicino all’avamposto di Havat Ma’on, dove una decina di coloni attendono l’arrivo dei manifestanti. Troppe volte i palestinesi sono stati vittime di attacchi percorrendo una strada che gli appartiene di diritto, ma oggi no. C’è l’esercito, ci sono gli attivisti israeliani e internazionali, c’è la voglia della gente di portare avanti una manifestazione pacifica. Sotto gli occhi attoniti dei coloni centinaia di palestinesi affollando il percorso, rendendo qualsiasi provocazione sterile. Dopo due ore dalla partenza si giunge a Tuba, dove decine di persone attendevano la marcia, pronti con cibarie ed acqua, in una giornata particolarmente calda. Nel pomeriggio i manifestanti hanno preso parte alla proiezione di Tomorrow’s Land un documentario sull’occupazione e sulla resistenza nonviolenta di cui molti di loro erano protagonisti. Oltre allo stupore di ritrovarsi sul grande schermo, in molti è cresciuta la consapevolezza che l’occupazione non la si può nascondere, che tutto ciò che hanno subito non è stato e non sarà mai dimenticato, nel tentativo di costruire un futuro migliore. E proprio la documentazione e la denuncia sono alcune delle armi nonviolente di questi villaggi.

È strano come si possa avere una differente percezione di uno stesso episodio: quello che per i volontari internazionali e per gli attivisti desta indignazione, per la gente del posto invece è la normalità. Al ritorno diversi palestinesi sono stati attaccati dai coloni. Quasi a dimostrare che non basti una marcia per rivendicare l’appartenenza di una strada, ma questo è un processo lungo che si porta avanti giorno dopo giorno. Per oggi qualcosa di straordinario è stato raggiunto, ovvero che una volta tanto un colono è stato arrestato. Forse ci piace pensare sia stata anche una diretta conseguenza della marcia e del loro impegno quotidiano nel ripudio della violenza. Intanto i palestinesi guardano già al prossimo anno, quando si collegheranno con la marcia italiana in streaming, e per quel giorno vogliono essere sempre di più.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’evento: http://snipurl.com/2537aor

 

Per informazioni:

Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

A wonderful day

settembre 19, 2012 at 11:59 am

2012-09-08 

Today is Saturday, and it’s a good day for a nonviolent action here in the Occupied Territories. The meeting is at 10 am, just in front of the gate of Ma’on settlement.

While we walk through the hills in order to reach the place, we wonder about the things we should expect today. When we talk of nonviolence, we always think of a demonstration full of people who are not afraid to scream all the injustices they suffer, and demand for their right of dignity.

Once we walk down the hill, we see just one tractor, a few soldiers on the road that divides the Palestinian land and the entrance of the settlement, and few Palestinians who are sitting on the top of the hill. The aim, of course, is to work on the land.  This, however, sounds unrealistic due to the small distance between them and the Israeli settlement.

Una splendida giornata

settembre 14, 2012 at 7:19 pm

08-09-2012

Oggi è sabato, giorno buono per l’azione nonviolenta qui nei Territori Occupati. L’appuntamento è alle ore 10, proprio davanti i cancelli della colonia di Ma’on.

Mentre percorriamo le colline che ci separano da At-Tuwani al luogo del ritrovo proviamo ad immaginarci cosa ci aspetterà. Quando si parla di azione nonviolenta si pensa subito a qualcosa di grande, ad una manifestazione piena di gente, dove non si ha paura di condannare le ingiustizie e di chiedere dignità per le comunità palestinesi.

Scolliniamo e vediamo solo un trattore al centro della scena, un po’ di soldati sulla strada che separa la terra palestinese dall’entrata della colonia e pochi ragazzi palestinesi seduti su una montagnola. L’obiettivo di oggi, capiamo subito, è lavorare la terra. Obiettivo ambizioso, quasi folle vista la vicinanza del campo palestinese alla colonia israeliana.

Il clima che si respira è un po’ strano però. Lo spiegamento di palestinesi che ci aspettavamo non c’è. I giovani del villaggio di Jawwaya sono fermi distante dalla terra da lavorare. Al centro solo il trattore con il suo autista, due signori palestinesi, i proprietari, e cinque attivisti israeliani di Ta’ayush. Al di là della strada invece, quasi a fronteggiarci, ci sono già una quindicina di soldati.

Il lavoro inizia dopo pochi minuti succede ciò che ci immaginiamo: il trattore viene bloccato dalle forze israeliane. Cominciano le solite telefonate, si controllano i documenti, i palestinesi si avvicinano e già ci aspettiamo il classico epigolo: un po’ di contraddittorio e poi tutti a casa, cacciati dai militari. Ma oggi quei fogli pesano un bel po’. I “vecchi palestinesi” rimandano indietro i giovani, che obbediscono, e si attende la sentenza. Sembra un miracolo quando un attivista israeliano si gira e ci dice che i lavori possono continuare perchè ci sono tutte le carte in regola.

Gli avvocati hanno fatto un gran lavoro e l’azione è stata preparata con saggezza. Poca gente sul campo, gli indispensabili, per evitare le provocazioni che possono mandare in fumo il lavoro legale di legittimazione di un diritto che a casa nostra consideriamo inalienabile, il diritto alla terra. Arrivano jeep e camionette, soldati e poliziotti, che sentiamo non essere interessati ai palestinesi che lavorano o a noi internazionali che filmiamo e fotografiamo tutto. Il loro lavoro comincia ora.

Cominciano ad uscire da Ma’on gruppi di coloni. Prima i ragazzini, poi anche gli adulti, a passo veloce verso il cordone di militari che li separa dalla terra palestinese che non riconoscono tale. Fermare il trattore è impossibile e allora cominciano a cercare di aggirare i soldati per arrivare al gruppo di pacifici palestinesi poco distante. Un bel modo per rovinare un giornata che sembra promettere bene in tema di giustizia. Se i coloni riescono ad arrivare ai palestinesi è sicuro che i secondi avranno la peggio, fine dei lavori e rischio di arresti.

Il clima si riscalda, volano parole grosse tra coloni e soldati, e poi arrivano anche gli spintoni e i tentativi di sfondamento. Ma oggi fortunatamente non si passa, i soldati fanno il loro lavoro -fanno rispettare le leggi- e anche chi sfugge al loro controllo viene bloccato dalle telecamere degli internazionali. I coloni imbufaliti le provano tutte ma il trattore finisce di arare il campo, i palestinesi tornano a casa e anche i coloni non possono fare altrimenti e a malincuore se ne devono tornare nelle loro case illegali in territorio palestinese.

Anche noi torniamo a casa e nel viaggio si ripensa a ciò che è successo. Quindi, ricapitoliamo. Oggi è stata lavorata un terra palestinese inaccessibile da una decina di anni ai legittimi proprietari. Oggi dei documenti legali hanno bloccato l’illegittimo -ma quotidiano- intervento dei militari per negare l’accesso alla terra ai legittimi proprietari. Gli stessi militari che sovente abusano del proprio potere hanno rispettato i diritti dei palestinesi e degli internazionali tutelandoli dalle provocazioni e dal probabile attacco dei coloni. Militari e coloni che poi si sono scontrati, verbalmente e fisicamente, interropendo quella connivenza e complicità di cui spesso siamo testimoni.

Oggi è stato un giorno di giustizia, come lo è stato sabato scorso quando un colono è stato arrestato per aver aggredito un attivista israeliano o come il 2 settembre quando l’avamposto di Migron -vicino a Ramallah- è stato evacuato. Piccole gocce di giustizia in una terra di continua ingiustizia.

Poca roba visto che i soldati che han protetto i palestinesi oggi, domani torneranno a vessarli, scacciandone le greggi, umiliandoli ad un checkpoint o abbattendone la casa.

Tanta roba se pensiamo che di solito queste cose non succedono e che oggi delle famiglie sono tornate a casa col sorriso sulle labbra dopo aver potuto lavorare dignitosamente la propria terra.

Chissà che effetto fa risentire il sapore della giustizia dopo una vita di ingiustizie.

Foto dell’azione nonviolenta : http://snipurl.com/24y75x7

Ha’aretz: Two masked men attack 67-year-old Palestinian shepherd in South Hebron Hills

agosto 28, 2012 at 9:12 pm

Ha’aretz / 28 agosto 2012 / Amira Hass

Ismail Adara, from the village of Bir al Eid, was attacked with a razor and sticks by two men.

Two masked men attacked and wounded Ismail Adara, a 67-year-old Palestinian shepherd on Monday, in the cave village of Bir al Eid in the South Hebron hills, as he was grazing his flock near the village. He was rushed to hospital in Hebron with wounds in the neck and fingers, and with possible head fractures.

Adara was grazing his flock on Monday afternoon next to the village, a few hundred meters from the residential buildings of the unauthorized settlement outpost of Mizpeh Yair when he was attacked by two masked men. Two of his young children, a boy and a girl, were near the scene of the attack. Immediately afterwards, he managed to use his cell phone to call Kamer Mashraqi Assad, a lawyer with the organization Rabbis for Human Rights, who notified the IDF and the police.

According to Adara, they arrived on the scene some 45 minutes after the attack. Adara told the lawyer that shortly before 5.30 P.M. he was saw two Israelis whose full names he knows driving a car and dropping off two masked men from the vehicle. The two attacked him with a razor and beat him on the head with sticks.

Adara had in his possession a thick rubber hose, which he uses while herding his flock, and he claims he protected himself with the hose, and might have managed to hit one of the two men who attacked him in the face.

Adara was taken by military ambulance, and remembers that he lost consciousness for a while. Near the Sussiya settlement, he was transferred to a Red Crescent ambulance. As far as is Mashraqi Assad knows, police asked Adara’s two young children about him, but have still not been in direct contact with the shepherd himself.

Due to repeated harassments by Israelis who live in the area, residents of Bir al Eid gradually left the village in the early 2000s, with the last resident leaving in 2003. Traffic restrictions imposed by the army and building prohibitions imposed by the Civil Administration made life there even more difficult. Residents complained to police of harassment which included the killing of their sheep, the burning of fields and crops, damage to their property, blocking access to the village, setting dogs on them, and dumping sheep carcasses into cisterns.

In a visit to the abandoned village in autumn 2007, Haaretz photographer Alex Levac, a Haaretz reporters and UN staff were attacked by two Israelis from the outpost. After a legal battle led by Rabbis for Human Rights, the residents returned to the village in 2009. Adara, who is married to four women, was one of the residents who was most anxious to return to his home, despite fears of recurring attacks. In the past three years, the residents have again complained of harassment, such as repeated damage to pipes that carry water from the well, sheep stealing, property damage and trespassing.

Fonte: Ha’aretz