Il coraggio più difficile

maggio 13, 2013 at 10:47 am

Scegliere di vivere a Tuwani è un atto di coraggio. Porsi in una posizione di conflitto aperto, senza armi, scegliendo dichiaratamente la nonviolenza, richiede forza. Quello che spesso passa in secondo piano tuttavia è la vera natura della sfida, che non è solo contro le regole aggressive dell’occupazione militare israeliana, bensì contro la parte più intima di noi stessi, il nostro pozzo profondo e scuro.

Il nostro essere, dannatamente, amabilmente umani.

Spesso durante le testimonianze in Italia, nelle scuole, mi viene posta la domanda “Ma tu non hai paura?”. Nel mio inconscio iniziano quindi turbini di pensieri riguardanti questa questione: paura di chi? Paura di cosa? Di che cosa è che noi giovani europei, cresciuti in una situazione di relativo benessere abbiamo paura? Della guerra? Della violenza?
Faccio fatica ad accettare che possa essere solo quella la radice delle nostre ansie quotidiane, non è di perdere la vita che abbiamo paura, ma di viverla nella pienezza. Abbiamo paura di essere fedeli a noi stessi. Facciamo fatica ad accettare fino in fondo la strada che abbiamo di fronte.

Non è della guerra che abbiamo paura, siamo cresciuti con immagini di battaglie alla televisione, siamo la generazione che ha visto in diretta TV il crollo delle Torri Gemelle e la gente che si gettava dalle finestre. Abbiamo sentito le cronache delle varie invasioni in nome della libertà. Non è di tutto ciò che abbiamo paura. Temiamo il conflitto perché risveglia parti di noi che preferiremmo tenere nascoste, emozioni di cui ci vergogniamo, il lato buio che si cela in ogni essere umano.

In South Hebron, ‘new rules’ are rather like the ‘old rules’

maggio 2, 2013 at 8:40 am

By David Shulman; Published April 29 2013 on +972blog

Security forces are targeting Israeli activists and Palestinian shephards in new ways in the South Hebron hills. It’s as if they’d decided to circumvent the whole irksome apparatus of the courts and to resort instead to brute force. It’s much simpler, and maybe more effective.

 

Diario incompleto di tre mesi in Palestina

aprile 25, 2013 at 5:12 am

Prima di affrontare la vita in Palestina non avevo mai riflettuto così a lungo sul significato della parola “Resistenza”:

 

Resistenza è camminare

Resistenza è stare concentrati quattro ore di fila per scrutare un boschetto con un cannocchiale malfunzionante

Resistenza è stare concentrato sul video della telecamera quando sei circondato da una decina di soldati che imbracciano il mitra con evidente nervosismo

Resistenza è concentrarsi, dopo una giornata di lavoro, per scrivere un articolo sulla follia. Se va bene hai ancora un’ora e mezza

Resistenza è mangiare colazione alle 6.30 del mattino e pranzo alle 4 del pomeriggio

Resistenza è usare olio di semi per il soffritto perché l’olio d’oliva costa troppo

Resistenza è essere in due a fare le cose che andrebbero fatte in sei

Resistenza è uscire di casa alle 9.15, correre per chilometri in salita e discesa dalle 10 alle 13.30, rientrare a casa, mangiare e cadere finalmente in un sonno profondo… “svegliati dai, ci hanno chiamati, giù alla strada c’è un’emergenza”

Resistenza è correre veloce, più veloce dei tuoi muscoli e polmoni

Resistenza è sopportare un attacco d’asma giocando a palle di neve ai confini del deserto

L’opposto della solitudine

marzo 11, 2013 at 4:09 pm

Si dice che l’empatia sia il dono di riconoscere se stessi negli altri.
Una delle cose migliori che ho imparato nel servizio con la Colomba è che non bisogna mai farsi cogliere impreparati dalla bellezza.
Sono passati diversi mesi dall’accadimento temporale di questa storia. Nuovi avvenimenti e notizie hanno sconvolto le prime pagine dei quotidiani, al punto che l’ultima operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza sembra solo un ricordo antico. Una foto ingiallita dal tempo. Molti giorni sono trascorsi, eppure tengo molto alla conservazione di questo ricordo; è un dono da tirare fuori dalla memoria nei momenti difficili, per riportare calore.

Sono circa le otto di sera, io e Silvana stiamo risalendo Jaffa Road, diretti a Gerusalemme Est, dove alcuni amici ci stanno aspettando per una cena. Acceleriamo il passo per timore di arrivare in ritardo, nel disperato tentativo di prendere un tram che ci sta sorpassando.
Durante la corsa con la coda dell’occhio percepisco un luogo: un piccolo caffè situato di fronte alle poste centrali di Gerusalemme Ovest.
Conosco bene il gestore e so che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ci siamo visti, lancio un’ultima occhiata al tram che si allontana sferragliando e rompo gli indugi: indietreggio di qualche passo ed entro nel negozio.

Donne disarmanti

marzo 10, 2013 at 3:58 pm
E’ sabato, giorno di festa per gli ebrei e giornata di azioni nonviolente nelle colline a sud di Hebron. Le famiglie palestinesi che vivono nei villaggi di quest’aerea lottano ogni settimana per far valere il diritto di accesso alla propria terra. Vanno tutti insieme sui loro campi e ne rivendicano il possesso. Vorrebbero coltivarli ma da anni gli è impedito a causa della presenza dei coloni. Ettari ed ettari di terra sono stati loro sottratti negli anni, ma da quando un villaggio ha scelto la lotta nonviolenta come forma di resitenza e di conquista della giustizia  anche i villaggi vicini lentamente hanno cominciato a risvegliarsi. Hanno iniziato a scoprire che hanno dei diritti e che possono farli valere. Hanno iniziato a scoprire che il metodo più efficace per ottenere la giustizia è questa lotta che non prevede l’uso della violenza e dell’odio.
La nonviolenza è come una medicina omeopatica, spesso non ha effetti immediati sui sintomi, ma da subito inizia a curare tutta la persona. Si inizia dalla consapevolezza, dei propri limiti e dei propri punti di forza, ci si ascolta, e ci si mette alla prova. Piano piano i frutti si vedono. Il cammino nparte da se stessi e inizia proprio a trasformare le persone che lo vivono. Cambiano i rapporti interpersonali, cambia la visione del futuro, cambia il rapporto con il nemico. E infatti qui, in una realtà rurale, musulmana e tradizionale, contrariamente a quello che ci si aspetterrebbe, la lotta nonviolenta ha reso le donne protagoniste in prima linea.
La bambina
I soldati arrivano subito e a volte sono già sul campo ad aspettare le persone, immaginando il loro arrivo. Formano un cordone davanti alle persone per non farle passare e per non permettere loro di raggiungere la terra agognata. La soluzione più immediata che l’esercito ha per risolvere la situazione è dichiarare l’aerea “zona militare chiusa”, così hanno un pretesto per scacciare le persone e per arrestare chiunque si rifiuti di andarsene. Ci sono le famiglie da una parte e i soldati dall’alltra a difendere con le armi una terra contesa. In mezzo c’è una bambina che non si lascia intimidire dai mitra dei soldati. Corre al di là dal cordone, poi torna indietro dalla famiglia e poi di nuovo oltre il cordone. Semplicemente cuce un intreccio che lega i soldati, la terra e la sua famiglia, senza paura.
I soldati armati di tutto punto non sanno bene che fare con questa gonnellina svolazzante che sosta in mezzo a loro sprezzante del pericolo, delle minacce e delle armi. Quindi la lasciano fare. La lasciano andare e venire e sostare, fiera davanti a tutti, nella zona proibita.
Le donne
Le donne sono fisicamente in prima fila. Vengono arrestate meno facilmente degli uomini e per questo si mettono davanti a loro. Si interpongo tra gli uomini e i soldati.
 Si posizionano di fronte ai loro figli e ai loro mariti quando rischiano di essere arrestati così come si mettono davanti alle case, ai piloni dell’elettricità o alle moschee quando rischiano di essere demolite.
Oggi un ragazzo è stato preso da un soldato. E’ un giovane palestinese che è già stato arrestato durante la scorsa azione. Forse i militari credono di aver riconosciuto in lui uno degli organizzatori, oppure lo vedono semplicemnte troppo attivo. Forse pensano che arrestando lui anche gli altri si placheranno e torneranno con calma al loro villaggio. Ma le donne si avvicinano. Dicono al soldato che non è giusto, urlano, schiamazzano, creano confusione. Le più grandi prendono il ragazzo per il braccio, lo portano lontano e vi si parano davanti. Il soldato è frastornato. Non se l’aspettava, non capisce cosa è successo. Allora il suo sguardo diventa più grave e arrabbiato, cerca di chiarire la sua posizione di autorità. Cerca di far capire chi è che comanda, cerca di imporsi , di spaventare … ma dall’altra parte non sono d’accordo con lui. Le donne non cedono al suo comando, si rifiutano di accettare la sua autorità. Mentre alcune portano via il ragazzo le altre continuano a gridare le proprie ragioni e la propria verità. il soldato è solo, circondato da donne. Chissà forse è quasi imbarazzato. Forse non vuole mostrare ai colleghi che ha perso il suo  “detenuto” a causa di un gruppo di donne. Allora sbuffa, si gira, fa finta di controllare qualcosa, poi raggiugne gli altri, come se nulla fosse.  Per oggi ne ha avuto abbastanza.
Le nonne
E poi ci sono le nonne che raggirano i cordoni dei soldati e scattano in avanti. Vanno a reclamare con forza la terra su cui esse stesse sono cresciute.  Superano i soldati e si siedono per terra.
Stanno semplicemente sedute disarmate, senza ferire nessuno. I soldati le incitano ad alzarsi a spostarsi, ma esse non si muovono di un millimetro. I militari puntano i loro mitra, ma non sortiscono nessun effetto. Provano a urlare, ma per contro le nonne inziano a raccontare. Raccontano la storia di quella terra che è anche la loro storia. Stanno sedute e spiegano. Parlano in arabo e non si preoccupano nemmeno di sapere se i loro interlocutori comprendono quella lingua oppure no.
I militarii si guardano attorno, cercano l’appoggio dei commilitoni o le dirittive dei superiori. Non sanno come affrontare questa situazione.  Sono armati di tutto punto, ma di fronte a queste  anziane velate sedute per terra con la fronte rivolta verso la bocca del loro fucile, non sanno cosa farsene delle armi, e nemmeno degli ordini che hanno ricevuto. Restano fermi davanti a loro, basiti. Aspettano un nuovo ordine, o forse aspettanodi capire. Restano così…disarmati e inermi.

La soldatessa
Poi una soldatessa si stacca dal gruppo. Fissa da lontano un volontario come se volesse parlargli. Dopo qualche secondo in cui gli sguardi si scrutano lui si avvicina.  Spesso noi volontari parliamo  con i soldati, e spesso ci sentiamo dire le stesse cose: “voi internazionali siete qui solo per provocare, per dire che l’esercito è cattivo, ma come faremmo a sopravvivere senza un esercito?  siete amici dei palestinesi, non sapete niente di qui e venite a dirci cosa dobbiamo fare….”
Invece questa volta qualcosa ci sorprende. La ragazza ha parole nuove dentro di sè. Si avvicina e dice “volevo solo dirvi che sono con voi”… e, prima che il volontario riesca a rispondere, la soldatessa riceve un ordine a squarcia gola da un superiore: ” non parlare con loro!”  e di nuovo lei dice ” ecco lo vedi come mi trattano…” poi si allontana. Il volontario è stato colto di sorpresa. Tutte le frasi che si era preparato non sono servite. Ma questa è una sorpresa piacevole, che ha il sapore della speranza. E’ bello sentire che la nostra presenza ha creato lo spazio necessario perchè una parola nascosta nel profondo potesse prendere vita.
In fondo ci sembra che sia proprio questo il nostro compito qui: permettere che la coscienza umana possa parlare. E’ una grande segno di speranza poter dare voce e fiato alle coscienze degli uomini che incontriamo attraverso la voce e il fiato che noi diamo alla nostra coscienza.
Oggi siamo felici.
A volte le azioni vanno così. Si rientra a casa tutti, senza nessun arresto, soddisfatti delle proprie azioni e carichi di soddisfazione per aver conquistato un po’ di terra per un po’ di tempo.
A volte invece si rientra con un po’ di amaro in bocca perchè hanno arrestato qualcuno, oppure perchè la rabbia ha preso il soppravvento e si è riusciti a controllare i gesti ma non le parole.

In ogni caso la settimana dopo ci si riprova. Ci si confronta, ci si corregge, si vede come migliorarsi e poi ci si riprova … cercando sempre di essere come le bambina, come le donne, come le nonne e come quella soldatessa, così disarmati da disarmare.

A.

Guarda le foto: http://www.operazionecolomba.it/galleries/palestina-israele/2013/donne-disarmanti/

Un venerdì di ordinaria follia

febbraio 18, 2013 at 5:56 pm

Siamo appena usciti di casa per accompagnare i pastori in Khelly, la valle che separa At Tuwani dalla colonia israeliana di Ma’on. “Salam aleikum, kiffhalak?” – e dopo aver stretto la mano siamo lì con loro, in mezzo alle pecore, ad attendere che la volontà di Allah si compia.
Dalla cima dei minareti circostanti giungono gli echi dell’omelia del venerdì che, nell’etere, si confonde. Lunghi silenzi vengono interrotti da brevi scambi di battute in un arabo elementare e scorretto. Ogni tanto qualche sasso viene scagliato per richiamare il gregge.

Con passo lento ma energico ci spostiamo in alto, al di là dei campi.
Centocinquanta pecore stanno ora pascolando a qualche decina di metri dalla colonia. Il confine è segnato da una strada frequentata prevalentemente da israeliani armati o in tuta da jogging. Al di là dell’asfalto, una decina di piccole casette, bianche e disabitate, domina la collina. Loro unica ragion d’essere è sottrarre Terra Palestinese: conquistare, occupare, sfruttare la Terra Promessa.
Nel momento in cui il sole ha quasi raggiunto l’apice della sua parabola, un altro gruppo di pastori compare alle nostre spalle. Le pecore sono ormai più di duecento. Il colono incaricato della sicurezza di Ma’on non tarderà troppo all’appuntamento imposto dalle circostanze. È venerdì.

Avete il diritto di capire

gennaio 23, 2013 at 8:49 am

È il 15 dicembre e nel quartiere arabo di Wadi Nis Nas (Haifa) si festeggia “la festa delle feste”, un evento che celebra contemporaneamente Hannukah, Eid Al-Adha e Natale. C’è chi lo considera un bel modo di ribadire la tradizionale tolleranza della città, chi lo guarda con sospetto e chi invece lo taccia d’ipocrisia. Per i bambini significa “zucchero filato” e per noi, invece, che ci metteremo una vita ad attraversare il centro.
Stiamo andando alla Prigione Militare numero 6, una modesta costruzione che si trova a ridosso del Monte Carmelo, proprio dietro alla zona balenare. Ci sarà una manifestazione per Nathan, un ragazzo imprigionato dopo aver rifiutato la leva come atto di protesta contro l’occupazione.

 

Un’azione nonviolenta: continuare a camminare

gennaio 15, 2013 at 6:04 pm

1- Esserci 
Camminiamo io e C. con passo svelto per raggiungere il villaggio di Tuba. Andiamo a visitare alcune famiglie, passeremo la notte con loro e domattina accompagneremo i ragazzi al pascolo con le nostre videocamere e i nostri passaporti. Dimostriamo con le nostre visite che la loro esistenza è importate, che non passa inosservata e che vale la pena di faticare per loro. Andiamo con passo svelto per arrivare prima del buio cercando di non farci notare troppo dai coloni dell’avamposto. Camminiamo lungo la strada più breve che non sia troppo vicino alle case colone. Passiamo a circa 50 metri dalla casa colona più esterna.
Sentiamo una voce che urla arrabbiata qualcosa di incomprensibile. E’ un colono. Ce l’ha con noi. Grida verso di noi. 

Una foto che parla

gennaio 5, 2013 at 1:47 pm

Gli strumenti che parlano:

il mitra
E’ assertivo e paventa una sicurezza che nasconde la paura e il bisogno di difendersi:
“la tua vita è nelle mie mani, se io voglio tu non esisti più. Sono puntato su di te oggi, a una settimana dall’omicidio di un ragazzo di 18 anni da parte di un soldato a Hebron, qui vicino… quindi sto facendo sul serio! La tua vita in fondo non vale così tanto perché può essere messa a repentaglio per una questione di terra e di pecore. Qui comando io, tu devi obbedire. Non hai nessun potere tu qui, il potere è mio perché se non obbedisci potrei ferirti… ucciderti…”

L’espulsione di Leonardo

dicembre 17, 2012 at 5:03 pm

La notizia dell’espulsione di Leonardo dall’areoporto di Tel Aviv giunge imprevista come una freccia e mi colpisce. Su quella freccia è imbevuto del veleno che mi entra nel sangue e mi inquina corpo e mente. Si tratta di una miscela pericolosa, un mix letale di ingiustizia e impotenza.
Ingiustizia.
L’espulsione di Leonardo è una delle tante accezioni della parola ingiustizia.
Purtroppo molte sono le ingiustizie di questo mondo e la Colomba è uno dei migliori strumenti per combatterle.
Ingiusto è trattenere un essere umano in un centro detentivo senza che questa persona abbia compiuto alcun reato, sia esso nigeriano in Italia, sia esso sudanese in Grecia, sia esso italiano in Israele.
Ingiusto è interrogarlo fino allo sfinimento, espellerlo e spedirlo come un pacco di Natale verso una destinazione ignota. É ingiusto e non fa altro che alimentare l’ingiustizia in un circolo vizioso; utile solo a ampliare le tabelle sulla sicurezza e le statistiche sui “terroristi” e su “coloro che minano la sicurezza del nostro Stato”.
Ingiusto è questo Stato.
Autore di gravissime violazioni dei diritti umani, è lo stesso Stato che alza muri, separa, demolisce, bombarda. E, forse ancora più grave, nasconde.
Nasconde la verità su quello che accade, non desidera occhi occidentali, videocamere, Leonardi che girano. Ecco, il motivo per cui Leonardo non è a Tuwani oggi.
Da quando era stato ad At-Tuwani la prima volta, qualche anno fa con una delegazione di Don Nandino, aveva deciso di rompere il silenzio e raccontare e testimoniare la verità su quei luoghi.