Riflessioni di un volontario

settembre 1, 2013 at 1:57 pm

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. La riproduzione casuale mi passa questa bomba con la nonchalance che solo un computer può avere. Frase già sentita molte volte, ma gli esplosivi spesso hanno bisogno di un detonatore e forse qui l’ho trovato. Mi trovo nelle budella di un conflitto che sanguina da decenni, ma sento solo gente che chiede la pace. La chiede il soldato israeliano orgoglioso della sua divisa e della sua arma, tanto quanto il palestinese che sogna una terra per il suo popolo dove nessun israeliano possa più metter piede, armato o meno.

Non è il fucile puntato che fa impressione, e nemmeno il sasso scagliato di chiunque sia la mano dietro, quanto l’uomo che la comanda cercando la pace. Non ci sono giusti nel naufragio della vita, siamo tutti vittime e carnefici.
Possiamo essere carnefici di un popolo oppresso perché vittime di un sistema troppo forte, carnefici di menti violentate dall’odio perché vittime di ingiustizie troppo grandi, ma sempre con le migliori intenzioni e le nostre giuste ragioni. Sembra quasi disumano uscire dal sistema causa-effetto della catena dell’odio, ingiusto essere proprio io l’anello che cede perché tutta la catena si spezzi.

Del coraggio e della paura

agosto 17, 2013 at 4:35 am

 

Chi parte con la Colomba sa bene quante di quelle volte ti arrivano come freccette frasi del tipo “ma non hai paura?… bè sei coraggiosa…”. E tu vorresti rispondergli solo “certo che ho paura! E che c’entra il coraggio?”.

Mi piacerebbe pian piano riuscire a spiegare quanto qui c’entra il coraggio, e quanto c’entra anche la paura.
Questa paura che è talmente terribile quanto in fondo semplice da raccontare.

A volte è la paura nuda e cruda per la propria incolumità, di essere arrestato, di essere picchiato o colpito da un sasso di fionda.
Altre volte è la paura del disarmo totale, che la telecamera non ti basti o ti venga tolta, che le tue parole o i tuoi gesti non riescano ad abbassare la tensione come vorresti.
Spesso è la paura di prendere la decisione sbagliata, di perdere il controllo della situazione.
Ancora più spesso è la paura per i Palestinesi, per la violenza che li vediamo subire a gesti e a parole; e questa è una paura che toglie il fiato, che rischia di farti perdere il senso del tuo esserci, del nostro esserci.
Coraggio è scegliere di esserci e di esserci insieme.
Qui coraggio è convincerti che il NOI supera sempre l’IO.
“Due non è il doppio ma il contrario di uno” direbbe Erri De Luca.
Il noi supera l’io negli sguardi d’intesa e nella cieca fiducia quando siamo in azione sul campo.
Lo supera quando dagli errori traiamo forza e non senso di sconfitta.
Il noi supera l’io quando il ragazzino impaurito ti si aggrappa alla camicia o quando il giovane ha la forza di tirare fuori anche lui la telecamera ed è come se ti dicessero che anche loro hanno scelto di fare parte della propria storia.
E’ un coraggio di insieme, di chi sa che per seminare speranza non pretende di eliminare la paura, ma non le lascia mai avere l’ultima parola.

S.

La Grotta di Sa’ar

agosto 14, 2013 at 2:24 pm

Ricevo una telefonata. Saliamo sulla collina che sovrasta il villaggio di At-Tuwani. Una cinquantina di persone sta venendo nella nostra direzione. Per un attimo mi sembra di essere entrato in una versione mediorientale del quadro “il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Soltanto che al posto di contadini proletari ci ritroviamo di fronte una cinquantina di coloni israeliani. Camminano con passo spedito. Noi di fronte a loro, aspettiamo. Mentre chiedo a uno di loro dove si stanno dirigendo, un altro gruppetto apre una cisterna per la raccolta dell’acqua del villaggio. Lo fanno – così mi dicono – perché considerano quella cisterna e quella terra di proprietà israeliana.
Non sono coloni qualsiasi. Vivono a Suseya, Ma’on, Avigayil e Havat Ma’on. Una cascata di immagini di attacchi, lotte e sofferenza umana mi travolge per qualche istante. Al mio ritorno nella realtà una ragazza con un turbante in testa e la pelle bianco latte, mi spiega che la comitiva sta facendo un giro turistico alla riscoperta di luoghi e presenze ebraiche che si perdono nella notte dei tempi.
Ci sediamo di fronte a loro, sotto l’albero che domina At-Tuwani. La loro guida inizia a parlare in ebraico indicando le colline ed il villaggio. Voltandosi di spalle mostra la pistola attaccata alla cintura dei pantaloni. Dietro di me, i palestinesi che vivono nelle case più vicine escono per osservare gli sviluppi di quell’assurda situazione. Di fronte a me l’opportunità, più unica che rara, di parlare con quelle persone così vicine, così lontane. Sa’ar anticipa le mie mosse e i miei pensieri, si avvicina e inizia a parlarmi. Lui e il suo bambino vivono nell’avamposto di Avigayil, teatro di mille ingiustizie. Teatro personale di un battesimo del fuoco con la prepotenza della forza occupante.
Sa’ar ha trentatré anni, è nato a Be’er Sheva e da un anno e mezzo vive abusivamente in cima alla collina che sovrasta il villaggio di Mfagarah. Quello stesso villaggio in cui i palestinesi gli avrebbero offerto un tè un giorno in cui, con suo figlio, stava passeggiando in direzione di Havat Ma’on. Non riesco a credergli. Vorrei, ma no riesco. Tuttavia una spinta interiore mi porta a cercare dentro di lui la sua umanità, a costo di perdermi nella grotta di Platone dove lui stesso è imprigionato. Inizia a parlarmi di storia e di politica. Nel 1948 – questa la sua visione dei fatti – gli arabi, dopo aver rifiutato la generosa concessione di terra degli ebrei, li attaccarono su diversi fronti. Gli ebrei, per legittima difesa, risposero all’attacco creando, finalmente, lo Stato di Israele. Patria di un popolo bistrattato per migliaia di anni.

Tu mi proteggi?

maggio 30, 2013 at 2:19 pm

“Francesco, tu mi proteggi?”

Non ho trovato parole per rispondere. Ali ha 15 anni e la scorta che accompagna lui e altri 10 fra ragazzini e bambini oggi non è arrivata, hanno deciso di non mandarla.

“Tu mi proteggi?”
Hanno deciso di non mandarla, la sicurezza di quei 10 bambini è passata in secondo piano, l’esercito di occupazione israeliano oggi era tutto troppo occupato, forse un’importantissima emergenza, o forse no, è stata una scelta.

“Tu mi proteggi?”

Non ho trovato parole per rispondere, non ne ho trovate né nella mia lingua né in nessun’altra, inglese, arabo, non sono riuscito a dare una risposta a questa voce.

“Tu mi proteggi?”

Hanno deciso di non mandarla. Sono stati indifferenti al loro dovere, indifferenti davanti alle nostre chiamate, sono arrivati perfino a deriderci fingendo di non sapere l’inglese davanti alle nostre frasi di rabbia, frasi a cui pretendevamo una risposta.

“Tu mi proteggi?”

Non ho trovato parole per rispondere. Non ho trovato parole per chi, fino ad un minuto prima, aveva trattenuto i bambini più piccoli perché non si incamminassero da soli aspettando ancora e ancora, chi non sarebbe mai arrivato. Non le ho trovate per chi ogni giorno mi saluta e riferendosi a chiunque sia presente spiega : “He is my friend!”, mi guarda e mi regala un sorriso dal cuore.

“Tu mi proteggi?”

Hanno deciso di non mandarla. Mi chiedo a cosa sia servito, che colpa potessero avere da espiare questi 10 bambini. Mi chiedo perché abbiano deciso di sottrarsi ad una situazione di cui sono i responsabili. Mi chiedo dove, dentro di loro, possano nascondere l’immensa vergogna che devono provare verso se stessi.

“Francesco, tu mi proteggi vero?”

Non riesco a perdonarmi per non aver trovato quelle parole. Non riesco a perdonarmi all’idea di non riuscire a trovarle in futuro. Forse l’unica cosa che saprò fare sarà allungare la mano, come l’ ho allungata oggi, sarà provare a guardare in quegli occhi di paura chiedendo di lasciarmi condividere il cammino, condividere questo tratto di strada.

pelle

Cosa ho imparato?

maggio 27, 2013 at 9:16 am

Il contenuto di questo brano vorrei che sgorgasse direttamente dal cuore, senza troppi ragionamenti, pensieri, preoccupazioni, nervosismi.
Vorrei mettere in queste parole un anno e mezzo di vita, di incontri, di sorrisi, di paure, di frustrazioni, di gioie. Vorrei, ma non posso, perché è difficile fare sintesi di se stessi, è difficile rileggere obiettivamente la nostra anima.

L’artista non può giudicare la sua opera.
Parlerò quindi di voi, viandanti che ho incrociato sul cammino, perché in voi si riflette il mio bene e il mio male.

Il coraggio più difficile

maggio 13, 2013 at 10:47 am

Scegliere di vivere a Tuwani è un atto di coraggio. Porsi in una posizione di conflitto aperto, senza armi, scegliendo dichiaratamente la nonviolenza, richiede forza. Quello che spesso passa in secondo piano tuttavia è la vera natura della sfida, che non è solo contro le regole aggressive dell’occupazione militare israeliana, bensì contro la parte più intima di noi stessi, il nostro pozzo profondo e scuro.

Il nostro essere, dannatamente, amabilmente umani.

Spesso durante le testimonianze in Italia, nelle scuole, mi viene posta la domanda “Ma tu non hai paura?”. Nel mio inconscio iniziano quindi turbini di pensieri riguardanti questa questione: paura di chi? Paura di cosa? Di che cosa è che noi giovani europei, cresciuti in una situazione di relativo benessere abbiamo paura? Della guerra? Della violenza?
Faccio fatica ad accettare che possa essere solo quella la radice delle nostre ansie quotidiane, non è di perdere la vita che abbiamo paura, ma di viverla nella pienezza. Abbiamo paura di essere fedeli a noi stessi. Facciamo fatica ad accettare fino in fondo la strada che abbiamo di fronte.

Non è della guerra che abbiamo paura, siamo cresciuti con immagini di battaglie alla televisione, siamo la generazione che ha visto in diretta TV il crollo delle Torri Gemelle e la gente che si gettava dalle finestre. Abbiamo sentito le cronache delle varie invasioni in nome della libertà. Non è di tutto ciò che abbiamo paura. Temiamo il conflitto perché risveglia parti di noi che preferiremmo tenere nascoste, emozioni di cui ci vergogniamo, il lato buio che si cela in ogni essere umano.

Diario incompleto di tre mesi in Palestina

aprile 25, 2013 at 5:12 am

Prima di affrontare la vita in Palestina non avevo mai riflettuto così a lungo sul significato della parola “Resistenza”:

 

Resistenza è camminare

Resistenza è stare concentrati quattro ore di fila per scrutare un boschetto con un cannocchiale malfunzionante

Resistenza è stare concentrato sul video della telecamera quando sei circondato da una decina di soldati che imbracciano il mitra con evidente nervosismo

Resistenza è concentrarsi, dopo una giornata di lavoro, per scrivere un articolo sulla follia. Se va bene hai ancora un’ora e mezza

Resistenza è mangiare colazione alle 6.30 del mattino e pranzo alle 4 del pomeriggio

Resistenza è usare olio di semi per il soffritto perché l’olio d’oliva costa troppo

Resistenza è essere in due a fare le cose che andrebbero fatte in sei

Resistenza è uscire di casa alle 9.15, correre per chilometri in salita e discesa dalle 10 alle 13.30, rientrare a casa, mangiare e cadere finalmente in un sonno profondo… “svegliati dai, ci hanno chiamati, giù alla strada c’è un’emergenza”

Resistenza è correre veloce, più veloce dei tuoi muscoli e polmoni

Resistenza è sopportare un attacco d’asma giocando a palle di neve ai confini del deserto

L’opposto della solitudine

marzo 11, 2013 at 4:09 pm

Si dice che l’empatia sia il dono di riconoscere se stessi negli altri.
Una delle cose migliori che ho imparato nel servizio con la Colomba è che non bisogna mai farsi cogliere impreparati dalla bellezza.
Sono passati diversi mesi dall’accadimento temporale di questa storia. Nuovi avvenimenti e notizie hanno sconvolto le prime pagine dei quotidiani, al punto che l’ultima operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza sembra solo un ricordo antico. Una foto ingiallita dal tempo. Molti giorni sono trascorsi, eppure tengo molto alla conservazione di questo ricordo; è un dono da tirare fuori dalla memoria nei momenti difficili, per riportare calore.

Sono circa le otto di sera, io e Silvana stiamo risalendo Jaffa Road, diretti a Gerusalemme Est, dove alcuni amici ci stanno aspettando per una cena. Acceleriamo il passo per timore di arrivare in ritardo, nel disperato tentativo di prendere un tram che ci sta sorpassando.
Durante la corsa con la coda dell’occhio percepisco un luogo: un piccolo caffè situato di fronte alle poste centrali di Gerusalemme Ovest.
Conosco bene il gestore e so che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ci siamo visti, lancio un’ultima occhiata al tram che si allontana sferragliando e rompo gli indugi: indietreggio di qualche passo ed entro nel negozio.

Donne disarmanti

marzo 10, 2013 at 3:58 pm
E’ sabato, giorno di festa per gli ebrei e giornata di azioni nonviolente nelle colline a sud di Hebron. Le famiglie palestinesi che vivono nei villaggi di quest’aerea lottano ogni settimana per far valere il diritto di accesso alla propria terra. Vanno tutti insieme sui loro campi e ne rivendicano il possesso. Vorrebbero coltivarli ma da anni gli è impedito a causa della presenza dei coloni. Ettari ed ettari di terra sono stati loro sottratti negli anni, ma da quando un villaggio ha scelto la lotta nonviolenta come forma di resitenza e di conquista della giustizia  anche i villaggi vicini lentamente hanno cominciato a risvegliarsi. Hanno iniziato a scoprire che hanno dei diritti e che possono farli valere. Hanno iniziato a scoprire che il metodo più efficace per ottenere la giustizia è questa lotta che non prevede l’uso della violenza e dell’odio.
La nonviolenza è come una medicina omeopatica, spesso non ha effetti immediati sui sintomi, ma da subito inizia a curare tutta la persona. Si inizia dalla consapevolezza, dei propri limiti e dei propri punti di forza, ci si ascolta, e ci si mette alla prova. Piano piano i frutti si vedono. Il cammino nparte da se stessi e inizia proprio a trasformare le persone che lo vivono. Cambiano i rapporti interpersonali, cambia la visione del futuro, cambia il rapporto con il nemico. E infatti qui, in una realtà rurale, musulmana e tradizionale, contrariamente a quello che ci si aspetterrebbe, la lotta nonviolenta ha reso le donne protagoniste in prima linea.
La bambina
I soldati arrivano subito e a volte sono già sul campo ad aspettare le persone, immaginando il loro arrivo. Formano un cordone davanti alle persone per non farle passare e per non permettere loro di raggiungere la terra agognata. La soluzione più immediata che l’esercito ha per risolvere la situazione è dichiarare l’aerea “zona militare chiusa”, così hanno un pretesto per scacciare le persone e per arrestare chiunque si rifiuti di andarsene. Ci sono le famiglie da una parte e i soldati dall’alltra a difendere con le armi una terra contesa. In mezzo c’è una bambina che non si lascia intimidire dai mitra dei soldati. Corre al di là dal cordone, poi torna indietro dalla famiglia e poi di nuovo oltre il cordone. Semplicemente cuce un intreccio che lega i soldati, la terra e la sua famiglia, senza paura.
I soldati armati di tutto punto non sanno bene che fare con questa gonnellina svolazzante che sosta in mezzo a loro sprezzante del pericolo, delle minacce e delle armi. Quindi la lasciano fare. La lasciano andare e venire e sostare, fiera davanti a tutti, nella zona proibita.
Le donne
Le donne sono fisicamente in prima fila. Vengono arrestate meno facilmente degli uomini e per questo si mettono davanti a loro. Si interpongo tra gli uomini e i soldati.
 Si posizionano di fronte ai loro figli e ai loro mariti quando rischiano di essere arrestati così come si mettono davanti alle case, ai piloni dell’elettricità o alle moschee quando rischiano di essere demolite.
Oggi un ragazzo è stato preso da un soldato. E’ un giovane palestinese che è già stato arrestato durante la scorsa azione. Forse i militari credono di aver riconosciuto in lui uno degli organizzatori, oppure lo vedono semplicemnte troppo attivo. Forse pensano che arrestando lui anche gli altri si placheranno e torneranno con calma al loro villaggio. Ma le donne si avvicinano. Dicono al soldato che non è giusto, urlano, schiamazzano, creano confusione. Le più grandi prendono il ragazzo per il braccio, lo portano lontano e vi si parano davanti. Il soldato è frastornato. Non se l’aspettava, non capisce cosa è successo. Allora il suo sguardo diventa più grave e arrabbiato, cerca di chiarire la sua posizione di autorità. Cerca di far capire chi è che comanda, cerca di imporsi , di spaventare … ma dall’altra parte non sono d’accordo con lui. Le donne non cedono al suo comando, si rifiutano di accettare la sua autorità. Mentre alcune portano via il ragazzo le altre continuano a gridare le proprie ragioni e la propria verità. il soldato è solo, circondato da donne. Chissà forse è quasi imbarazzato. Forse non vuole mostrare ai colleghi che ha perso il suo  “detenuto” a causa di un gruppo di donne. Allora sbuffa, si gira, fa finta di controllare qualcosa, poi raggiugne gli altri, come se nulla fosse.  Per oggi ne ha avuto abbastanza.
Le nonne
E poi ci sono le nonne che raggirano i cordoni dei soldati e scattano in avanti. Vanno a reclamare con forza la terra su cui esse stesse sono cresciute.  Superano i soldati e si siedono per terra.
Stanno semplicemente sedute disarmate, senza ferire nessuno. I soldati le incitano ad alzarsi a spostarsi, ma esse non si muovono di un millimetro. I militari puntano i loro mitra, ma non sortiscono nessun effetto. Provano a urlare, ma per contro le nonne inziano a raccontare. Raccontano la storia di quella terra che è anche la loro storia. Stanno sedute e spiegano. Parlano in arabo e non si preoccupano nemmeno di sapere se i loro interlocutori comprendono quella lingua oppure no.
I militarii si guardano attorno, cercano l’appoggio dei commilitoni o le dirittive dei superiori. Non sanno come affrontare questa situazione.  Sono armati di tutto punto, ma di fronte a queste  anziane velate sedute per terra con la fronte rivolta verso la bocca del loro fucile, non sanno cosa farsene delle armi, e nemmeno degli ordini che hanno ricevuto. Restano fermi davanti a loro, basiti. Aspettano un nuovo ordine, o forse aspettanodi capire. Restano così…disarmati e inermi.

La soldatessa
Poi una soldatessa si stacca dal gruppo. Fissa da lontano un volontario come se volesse parlargli. Dopo qualche secondo in cui gli sguardi si scrutano lui si avvicina.  Spesso noi volontari parliamo  con i soldati, e spesso ci sentiamo dire le stesse cose: “voi internazionali siete qui solo per provocare, per dire che l’esercito è cattivo, ma come faremmo a sopravvivere senza un esercito?  siete amici dei palestinesi, non sapete niente di qui e venite a dirci cosa dobbiamo fare….”
Invece questa volta qualcosa ci sorprende. La ragazza ha parole nuove dentro di sè. Si avvicina e dice “volevo solo dirvi che sono con voi”… e, prima che il volontario riesca a rispondere, la soldatessa riceve un ordine a squarcia gola da un superiore: ” non parlare con loro!”  e di nuovo lei dice ” ecco lo vedi come mi trattano…” poi si allontana. Il volontario è stato colto di sorpresa. Tutte le frasi che si era preparato non sono servite. Ma questa è una sorpresa piacevole, che ha il sapore della speranza. E’ bello sentire che la nostra presenza ha creato lo spazio necessario perchè una parola nascosta nel profondo potesse prendere vita.
In fondo ci sembra che sia proprio questo il nostro compito qui: permettere che la coscienza umana possa parlare. E’ una grande segno di speranza poter dare voce e fiato alle coscienze degli uomini che incontriamo attraverso la voce e il fiato che noi diamo alla nostra coscienza.
Oggi siamo felici.
A volte le azioni vanno così. Si rientra a casa tutti, senza nessun arresto, soddisfatti delle proprie azioni e carichi di soddisfazione per aver conquistato un po’ di terra per un po’ di tempo.
A volte invece si rientra con un po’ di amaro in bocca perchè hanno arrestato qualcuno, oppure perchè la rabbia ha preso il soppravvento e si è riusciti a controllare i gesti ma non le parole.

In ogni caso la settimana dopo ci si riprova. Ci si confronta, ci si corregge, si vede come migliorarsi e poi ci si riprova … cercando sempre di essere come le bambina, come le donne, come le nonne e come quella soldatessa, così disarmati da disarmare.

A.

Guarda le foto: http://www.operazionecolomba.it/galleries/palestina-israele/2013/donne-disarmanti/

Un venerdì di ordinaria follia

febbraio 18, 2013 at 5:56 pm

Siamo appena usciti di casa per accompagnare i pastori in Khelly, la valle che separa At Tuwani dalla colonia israeliana di Ma’on. “Salam aleikum, kiffhalak?” – e dopo aver stretto la mano siamo lì con loro, in mezzo alle pecore, ad attendere che la volontà di Allah si compia.
Dalla cima dei minareti circostanti giungono gli echi dell’omelia del venerdì che, nell’etere, si confonde. Lunghi silenzi vengono interrotti da brevi scambi di battute in un arabo elementare e scorretto. Ogni tanto qualche sasso viene scagliato per richiamare il gregge.

Con passo lento ma energico ci spostiamo in alto, al di là dei campi.
Centocinquanta pecore stanno ora pascolando a qualche decina di metri dalla colonia. Il confine è segnato da una strada frequentata prevalentemente da israeliani armati o in tuta da jogging. Al di là dell’asfalto, una decina di piccole casette, bianche e disabitate, domina la collina. Loro unica ragion d’essere è sottrarre Terra Palestinese: conquistare, occupare, sfruttare la Terra Promessa.
Nel momento in cui il sole ha quasi raggiunto l’apice della sua parabola, un altro gruppo di pastori compare alle nostre spalle. Le pecore sono ormai più di duecento. Il colono incaricato della sicurezza di Ma’on non tarderà troppo all’appuntamento imposto dalle circostanze. È venerdì.