“Essi non sanno quello che fanno”

agosto 24, 2011 at 1:07 pm

23-8-2011 At-tuwani

<< Saulo non era un malintenzionato quando perseguitava i cristiani: era un sincero, coscienzionso devoto della fede di israele e pensava di essere nel giusto. […]

Le parole di Gesù sono scritte a lettere fortemente incise su talune delle più inesprimibili tragedie della storia: “Essi non sanno quello che fanno”.

Questa stessa cecità si manifesta in molte forme anche ai giorni nostri. […] Questa stessa cecità si ritrova anche nella segregazione razziale, la cugina non troppo lontana della schiavitù.1 >>

Così scriveva nel 1963 M.L.King. Qui dove ci troviamo ora vedo molta cecità, quella stessa che oggi come tanti anni fa impedise di vedere la novità del messaggio di Cristo, che ha sconfito il male con il bene e non il male con il male.

Siamo nei Territori Palestinesi militarmente occupati da Israele. Siamo in Cisgiordania, a su di Hebron tra le colline che disitano solo 5 chilometri dalla Linea Verde2.

Viviamo in un villaggio di pastori e contadini palestinesi che vivono coltivando la terra (lottando contro i sassi e la siccità) e allevando pecore. Questi resistono con la nonviolenza agli attacchi violenti di coloni nazional religiosi venuti a vivere qui negli anni ’80.

Riflessioni di un volontario

aprile 27, 2011 at 2:24 pm

Dopo un mese, appena il necessario per iniziare a comprendere questa terra e la sua gente, ci sono alcune immagini che mi porterò dietro per sempre.
Ho iniziato a capire cosa sia la preoccupazione e lo stress che l’ occupazione militare crea nella genuina apprensione di un ragazzo di 14 anni, normalmente baldanzoso e un po’ sbruffone,  che ci chiede il telefono ogni 10 minuti per poter chiamare suo padre, in ritardo di circa un’ora dal ritorno dal lavoro.
Ho visto la determinazione, tanto ferrea da essere scioccante, negli occhi di un uomo del villaggio che ci racconta che lo Shin Beit ha minacciato di uccidere i suoi figli, ma lui ha scelto di rispondere che anche se loro possono di certo uccidere lui ed i suoi figli in qualsiasi momento, loro non se ne andranno dalle loro case, dalla loro terra.
Ho assaporato la piena soddisfazione per il nostro “lavoro” qui nei 40 minuti di sonno che un pastore, visibilmente stanco ed affaticato, si è concesso, lasciandosi andare per un po’ mentre noi eravamo con lui ad assicurarci che né soldati, né coloni arrivassero a minacciare lui ed il suo gregge.

La mia presenza qui, l’aiuto che ho cercato di dare a questa gente fiera e determinata, è ben piccola cosa rispetto all’enorme privilegio di poter vedere che cos’è nella realtà la resistenza nonviolenta.
Il modo, per me quasi inspiegabile, con cui queste persone scelgono di resistere in modo nonviolento di fronte a quotidiane ingiustizie, prevaricazioni ed umiliazioni, è un esempio ed un insegnamento prezioso che credo si possa capire solo qui, vivendo in mezzo a chi ogni singolo giorno della sua vita percorre la difficile strada della lotta nonviolenta.

Peo

La quotidianità della resistenza nonviolenta…

febbraio 25, 2011 at 6:59 pm


“Subito dopo sono arrivati, dalle valli vicine, altri due pastori che si sono uniti a gran voce a recriminare la propria terra, spiegando a sorde divise, il significato di espropriazione e impotenza, cadenza urlata di voci d’uomini disperati, di rabbia, eco di passi stanchi d’anziana che si avvicina. Saggezza di parole di donna, quasi preghiera, voce senza cadenza, narrazione di vite sconvolte d’occupazione.


Parole dedicate a ignari bambini che giocano e abusano, quasi inconsciamente, del potere di calpestare uomini.”

At-Tuwani: Passare attraverso i muri

gennaio 16, 2011 at 6:11 pm

At-Tuwani /14/01/2011

We shoot at them and they shoot at us.
We retaliate and they strike back.
This is an endless and vicious cycle.

Leggiamo questi versi nella pagina principale del sito di “The Other Voice”, un gruppo di cittadinanza attiva con base a Sderot che accorpa sia parte dei suoi cittadini che quelli delle aree circostanti. Questo gruppo non è affiliato con nessun partito politico nè associazione, e lavora per creare percorsi di pace e riconciliazione, tramite azioni creative ed educative.

Parte dei sui membri accompagnati da alcune famiglie israeliane, nella giornata di venerdì 14 Gennaio 2011 sono venuti in visita al villaggio di At-Tuwani.

La distanza delle parole

ottobre 21, 2010 at 4:02 pm

Diceva che erano gli altri a volerla etichettare come filo israeliana, ma lei non si riconosceva affatto in quella veste.

Diceva che entrambe le parti avevano le loro ragioni, ma che nel profondo noi non possiamo capirle.

Diceva che lei non aveva gli strumenti per giudicare i torti e le ragioni degli uni e degli altri.

Muri Invisibili

settembre 24, 2010 at 2:39 pm

Uno dei tratti caratteristici che ci ha portato a essere qui con Operazione Colomba è la scelta di
condividere con la popolazione locale le problematiche del vivere quotidiano.
Scegliere la non violenza come strumento per affrontare i conflitti e schierarsi dalla parte delle vittime di ingiustizie per abbassarne l’impatto emotivo, fanno sì che la nostra presenza qui non sia solo una funzione deterrente di violenze in quanto internazionali.
Crediamo che sia impagabile ciò che ti insegna vedere coi propri occhi, sperimentare sulla propria pelle, mettersi in gioco schierandosi dalla parte delle vittime di ingiustizia, cercando di far loro capire che non sono soli e che hanno tanto da insegnare; perchè è proprio quando si smette di parlare di queste realtà che esse a poco a poco acquistano il diritto ad essere dimenticate, a non esistere. Ed è questa una delle battaglie che il villaggio e Operazione Colomba insieme intraprendono, chiedendo semplicemente a tutti coloro che ascoltano una testimonianza di non farla morire lì, ma di darle voce, perchè il passaparola in questo caso è una delle vie di comunicazione più potenti ed efficaci per abbattere l’ignoranza, dovuta alla frequente diffusione di informazioni distorte.
Si tratta di una presenza di volontari che vuole agire in punta di piedi, perchè consapevole che qui i primi ad imparare siamo noi, ma allo stesso tempo pronta ad attivarsi con ogni risorsa possibile.
Tutto quello che stiamo vivendo e le persone che incontriamo ci insegnano un vivere semplice ed essenziale in cui però non mancano mai rispetto, ospitalità ed accoglienza.
Avete presente il detto “la pazienza è la virtù dei forti”? Sembra essere nato proprio in queste terre.
A differenza della realtà frenetica che siamo abituati a vivere, dove l’obiettivo è avere tutto e subito, dove la calma tante volte è vista come pigrizia, da questo popolo si impara ad essere pazienti.
Non si tratta però di una pazienza passiva, ma di un continuo cammino personale che ogni abitante del villaggio si trova ad affrontare per poter resistere quotidianamente ad un’occupazione e ad un conflitto lento e logorante senza scoraggiarsi.
Il tutto è messo a dura prova da una realtà paradossale che percepiamo a partire dalle piccole cose. Basti pensare ai tempi di percorrenza da Gerusalemme a At-Tuwani che per un palestinese sono di 2h30, mentre per un internazionale o per un israeliano sono di 45 minuti; o al contrasto tra il bambino di un insediamento che dondola spensierato sull’altalena, quando al di là della recinzione bambini della stessa età si confrontano con militari e ordini di demolizione.
Questi sono solo alcuni degli esempi di muri invisibili che hanno il potere di dividere più di quanto possa fare quello reale, tangibile,perché rafforzano la normalizzazione di un’ingiustizia dove è consentito vedere solo ciò che si vuole all’interno di una realtà frammentaria.

Oltre il congelamento

settembre 13, 2010 at 9:59 am

Il prossimo 26 settembre scadrà il termine del congelamento delle colonie israeliane in Cisgiordania.
Secondo l’ultimo rapporto di Peace Now, almeno 2.066 nuove unità abitative sono pronte per essere costruite negli insediamenti al termine della moratoria. Si tratta di case per cui sono già aperti i cantieri o che hanno già ricevuto un permesso di costruzione.
Ci sono poi almeno altre 11.000 unità abitative che potrebbero essere costruite in accordo con i piani di costruzione degli insediamenti già approvati, anche senza un permesso da parte del governo.
Il che significa di fatto che qualora il governo israeliano non rinnovasse l’ordine di congelamento e si impegnasse a non approvare ulteriori nuove costruzioni, i coloni potranno ugualmente espandersi con 13.000 nuove abitazioni, 5.000 delle quali in colonie ad est della “barriera di separazione” (leggi: Muro di separazione).
Allo stato attuale, esistono piani di espansione degli insediamenti per 25.000 altre unità, per cui è necessaria l’approvazione del governo.
E’ chiaro quindi che in mancanza di un chiaro impegno per un congelamento delle colonie – condizione minima necessaria per la ripresa di colloqui di pace, si prospetta una massiccia espansione, a discapito della comunità palestinesi.
Secondo i dati riportati da Peace Now, anche le colline a sud di Hebron saranno interessate da questa espansione.
Sono infatti previste 18 nuove unità abitative nell’insediamento di Ma’on, 38 nell’insediamento di Suseya e 15 a Metzadot Yehuda.
Senza dimenticare che, durante l’attuale periodo di congelamento delle colonie, abbiamo documentato la costruzione di 6 unità abitative a Ma’on e 3 nell’avamposto illegale di Havat Ma’on.
Tutto questo è avvenuto mentre dall’altra parte, l’esercito israeliano ha proseguito la sua politica di demolizione per nuove strutture palestinesi, ad At-Tuwani e in tutta l’area e i coloni hanno continuato le violenze contro i palestinesi, con danni alle proprietà (recinzioni e campi coltivati) e attacchi diretti alla popolazione, come accaduto lo scorso 12 giugno a Tuwani o a Tuba lo scorso 22 luglio.

Per ulteriori dettagli sulla potenziale espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania: vedi il rapporto di Peace Now, la lista dettagliata degli insediamenti interessati e la mappa dell’espansione.