PR: IDF demolishes in the Bedouin village of Um Al Kher, South Hebron Hills

ottobre 28, 2014 at 2:08 pm

PRESS RELEASE

IDF demolishes in the Bedouin village of Um Al Kher, South Hebron Hills.

An Israeli activist and an international volunteer arrested.

(Italian follows)

October 28, 2014

At-Tuwani – On October 27 Israeli forces demolished a total of seven structures in the Bedouin village of Um al Kher. The structures demolished are: three houses made of concrete, a caravan donated by the United Nations (United Nations Human Rights Response Fund with the support of Ireland, Norway, Spain, Sweden, Switzerland and United Kingdom) to be used as a home, a tinplated house, a tinplated kitchen, a traditional oven. The structures belonged to five families, for a total of thirty people affected. An Israeli activist and an international volunteer were brought and detained in Kiryat Arba Israeli police station.

At 9:20 am a convoy of eleven Israeli army vehicles and two bulldozers reached the Bedouin village of Umm Al Kheer. At 9:34 the bulldozers started the demolitions while Israeli soldiers, Border policemen and DCO officers kept Internationals and Israeli activists away from the village, declaring “closed military area”. Around 10 am the Israeli police arrested an international volunteer and an Israeli activist with the accuse of remaining inside the area. Both were released during the same day.

Um Al Kher is a Bedouin village in area C, under Israeli civil and military administration. It’s located very close to the Israeli settlement of Karmel, established during the beginning of the ’80s and expanded in the recent years, especially in 2013. The village routinely experiences harassment from Israeli settlers and army.

Palestinians from the South Hebron Hills keep struggling in a nonviolent way to claim justice and defend human rights. The South Hebron Hills Popular Committee together with international volunteers and Israeli activists will soon gather to re-build the demolished structures in Um Al Kher.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the demolitions: http://goo.gl/EmtJqE

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

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COMUNICATO STAMPA

L’esercito israeliano demolisce nel villaggio beduino di Um Al Kher, nelle colline a sud di Hebron.

Attivista israeliano e volontario internazionale sono stati arrestati.

28 ottobre 2014

At-Tuwani – Il 27 ottobre le forze armate israeliane hanno demolito un totale di sette strutture nel villaggio beduino di Um Al Kher. Le strutture in questione sono: tre case di cemento, un caravan donato dalle Nazioni Unite (United Nations Human Rights Response Fund con il supporto dell’Irlanda, la Norvegia, la Spagna, la Svezia, la Svizzera e il Regno Unito) per essere utilizzato come abitazione, una casa in lamiera, una cucina in lamiera e un forno tradizionale. Le strutture appartenevano a cinque famiglie, per un totale di trenta persone colpite. Un attivista israeliano e un volontario internazionale sono stati portati e detenuti alla stazione di polizia israeliana nell’insediamento di Kiryat Arba

Alle 9:20 del mattino un convoglio di undici veicoli militari e due bulldozer sono arrivati nel villaggio beduino di Um Al Kher. Alle 9:34 i bulldozer hanno iniziato le demolizioni mentre i soldati israeliani, gli agenti della Border Police e i funzionari della DCO hanno trattenuto a distanza gli internazionali e gli attivisti israeliani, dichiarando l’area “militare chiusa”. Intorno alle 10:00 la polizia israeliana ha arrestato un volontario internazionale e un attivista israeliano con l’accusa di essere all’interno dell’area. Entrambi sono stati rilasciati nel corso della giornata.

Um Al Kher è un villaggio beduino nato nel 1948, situato nelle colline a sud di Hebron in area C, sotto controllo civile e militare israeliano. Trovandosi a pochi metri dall’insediamento israeliano di Karmel, sorto negli anni ’80, il villaggio è soggetto a vessazioni ed a maltrattamenti da parte dei coloni dell’insediamento e dall’esercito israeliano.

I palestinesi delle colline a sud di Hebron continuano a lottare in modo nonviolento per reclamare giustizia e per la difesa dei diritti umani. Il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron con volontari internazionali e attivisti israeliani si riuniranno a breve per ricostruire le strutture demolite ad Um Al Kher.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto delle demolizioni: http://goo.gl/EmtJqE

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

October 2014: Olive Harvest

ottobre 26, 2014 at 5:31 pm

Palestinians are harvesting olives in the South Hebron Hills, despite different harassment from Israeli forces and settlers. Schools remained closed in the days dedicated to the harvest and the oil production to allow families to work together.

On October 17, Palestinian families went harvesting their olive trees near Avigayil illegal outpost. Israeli forces tried to prevent them, showing maps stating that some trees were inside the security area of the outpost, where Palestinians are not allowed to enter. Thanks to B’tselem operators and International volunteers Palestinians could finish harvesting.

In Humra valley, in the Palestinian village of At Tuwani, the days of the harvest were almost all quiet: on October 17 some settlers came from Havat Ma’on Israeli illegal outpost, riding a horse and quad bikes, to verbally harass Palestinians.

On October 19 the South Hebron Hills Popular Committee organized a nonviolent action: some Palestinian students from Yatta University went in At Tuwani village to pick olives and water the young trees they planted on the previous spring.

On the land right in front of Suseiya settlement’s entry, Palestinians owners from Susiya had to wait the permission from the DCO in order to pick olives. On October 26 Israeli forces monitored the harvest for the all time.

Students from Yatta University together with members of the South Hebron Hills Popular Commitee, in At Tuwani village.

Students from Yatta University together with members of the South Hebron Hills Popular Commitee, in At Tuwani village.

Palestinin family picking olives in Humra valley, At Tuwani village.

Palestinin family picking olives in Humra valley, At Tuwani village.

DCO offocer checking the harvest in front of Suseya settlement

DCO offocer checking the harvest in front of Suseya settlement

DCO officers tries to prevent Palestinians from picking olives near Avigayil Israeli illegal outpost.

DCO officers tries to prevent Palestinians from picking olives near Avigayil Israeli illegal outpost.

Nelle colline a sud di Hebron si sta svolgendo la raccolta delle olive. I Palestinesi dell’area stanno completando la raccolta nonostante alcuni momenti di tensione. Le scuole sono rimaste chiuse nelle giornate dedicate alla raccolta ed alla successiva produzione dell’olio per permettere alle famiglie di lavorare assieme.

Il 17 ottobre famiglie palestinesi si sono recate per la raccolta sulla loro terra nei pressi dell’avamposto illegale di Avigayil. Le forze dell’ordine israeliane hanno tentato di fermarli, mostrando mappe secondo le quali alcuni degli ulivi di loro proprietà sono nell’area di sicurezza dell’avamposto, dove ai palestinesi è vietato l’accesso. Grazie alla presenza di operatori di B’tselem e volontari internazionali i palestinesi hanno potuto ultimare la raccolta.

Nella valle di Humra, nel il villaggio palestinese di At Tuwani, le giornate di raccolta delle olive sono state quasi sempre tranquille: il 17 ottobre alcuni coloni dell’avamposto illegale di Havat Ma’on sono usciti a cavallo e su dei quod per aggredire verbalmente i palestinesi.

Il 19 ottobre il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron ha organizzato un’azione nonviolenta in cui alcuni universitari della città palestinese di Yatta si sono recati nel villaggio di At Tuwani per raccogliere olive dagli alberi adulti, e portare acqua ai giovani ulivi piantati la primavera scorsa.

Nelle terre che si trovano immediatamente davanti all’ingresso della colonia di Suseiya, palestinesi del villaggio di Susiya hanno dovuto aspettare il permesso delle forze israeliane della DCO per poter raccogliere. Il 26 ottobre le forze dell’ordine israeliane hanno monitorato il lavoro per tutto il tempo.

Un soldato, la nostalgia

ottobre 22, 2014 at 6:35 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERAC’è un soldato in piedi.
Dietro di lui 3 camionette militari, una decina di commilitoni.
Davanti a lui un nugolo chiassoso di ragazzini: bandiere palestinesi in mano, Diritti in bocca, speranze nel cuore.
Il soldato avrà vent’anni: un ragazzo d’Israele.
I bambini che gli stanno davanti, tanti, sono il futuro ancora giovane della Palestina.
Incornicio quello a cui assisto con la nostra telecamera: nello schermo vedo l’azione.
Poi alzo lo sguardo e mi metto a osservare i sentimenti che quest’azione ha innescato.
Parlano gli occhi di questo soldato: ha il volto corrucciato, nelle sopracciglia bionde tanta tristezza, il suo fastidio per l’essere lì.
C’è smarrimento. Forse è il rammarico o la vergogna di trovarsi con un’arma puntata contro una manifestazione nonviolenta. Forse vorrebbe levarsi la divisa verde, sporca di terra e sudore, e appoggiare per terra quel fucile più grande di ciascuno dei bambini che gli grida in faccia la propria determinazione a riprendersi dignità e libertà.
Nei suoi occhi azzurri enormi vedo un’ombra diventare sempre più evidente e più fuori luogo nella concitazione del momento: credo che si chiami nostalgia.
La stessa nostalgia che cantano e urlano i giovani palestinesi sabato dopo sabato.
E’ nostalgia di qualcosa che nessuno di questi ragazzi ha mai avuto: la possibilità di essere se stessi, senza dover ricoprire i ruoli patetici che assegna l’occupazione.
La nostalgia di una vita e un sabato pomeriggio banali, senza camionette militari e stivali d’ordinanza, senza la paura di essere arrestati e senza internazionali a ronzarti attorno per la tua protezione. Basta cori cantati già mille volte dai bambini.
Basta fare finta di odiare questi bambini… non li conosci nemmeno: eppure li devi aggredire.
Loro non hanno mai parlato a questo soldato, ma mentre li guardo sfidarlo per piantare quelle bandierine sul tetto della sua jeep mi sembra di vederli giocare con un fratello maggiore.
Mi umilia il suo imbarazzo: i bambini dovrebbero avere paura, e stanno invece ridendo.

Questo soldato mi mette profonda inquietudine: lui è fuori posto.
Io sono fuori posto.
Tutta l’occupazione è fuori posto, in questa terra meravigliosa che dovrebbe vivere solo d’amore e della forza delle sue molte religioni.
E’ una terra dello Spirito. Una terra sacra. Perchè c’è ancora questa guerra?
Nessuno di noi vorrebbe essere qui, in una mattina splendente di fine estate, schierato sull’odioso scacchiere del conflitto.
Oppure sì, ma senza più divise e ruoli, seduti a terra a bere assieme un tè e a parlare di un diverso mondo possibile, di un cammino in cui riconoscersi, finalmente, solo come esseri umani. Niente più parti: abbassate le bandiere e sollevati gli elmetti.
Può esistere immensa nostalgia anche per qualcosa che non si ha mai avuto.
Struggente nostalgia per un futuro che stiamo ancora solo costruendo, e che eppure già desideriamo. Qui e tutti assieme. Anche assieme a questo soldato, anche se lui forse non lo sa ancora.
I suoi occhi me l’hanno detto: per un breve istante ci siamo guardati e mi ha chiesto di scrivere scusa. Di impegnarmi per la fine di tutto questo. Anche per lui. Anche con lui.

PR: Arrests and violence against Palestinians resisting settlers’ expansion in the South Hebron Hills

ottobre 21, 2014 at 2:00 pm

PRESS RELEASE

Arrests and violence against Palestinians resisting settlers’ expansion in the South Hebron Hills

Israeli forces arrest two Palestinians and four Israeli activists near Mitzpe Yair illegal outpost

(Italian follows)

October 19, 2014

At Tuwani – Saturday October 18, two nonviolent actions organized by the South Hebron Hills Popular Committee took place in the South Hebron Hills area, claiming the right of Palestinians to access their own lands. The first in the area of Umm Al Arayes, located near the Israeli outpost of Mitzpe Yair; the second in the area of the Palestinian village of Susiya, located close to the Israeli settlement of Suseya. Both Palestinian-owned lands are under threat of dispossession because of the illegal settlements’ expansion.

In Umm Al Arayes, at 9 a.m. Palestinian owners of the land accompanied by Israeli activists and international volunteers gathered to claim the right to access their land. The Israeli forces already present on the place immediately stopped the participants and declared the area as “military closed”, preventing anyone to access it. Israeli police arrested two Palestinians and four Israeli activists with the charge to have been in the forbidden area. Last Saturday, during a similar nonviolent action, Israeli activists were brutally attacked by settlers from Mitzpe Yair (video of the incident: http://goo.gl/qFE3fX).

Since 2001 the Palestinians have faced restricted access to these lands. In the past weeks, in response to a legal petition filed by Palestinians’ lawyer, the Israeli Court forced the settlers to dismantle several greenhouses they illegally built on that same land.

In Susiya, at 10 a.m. Palestinian owners, accompanied by Israeli activists and international volunteers, marched on their land to make pressure against the settlement’s illegal expansion. For the third saturday in a row Palestinians dismantled the tent built illegally by the settlers where they used to gather every afternoon preventing the owners to graze on the land and use the well. At 11:10 a.m. Israeli army declared the area as “military closed” and started to violently push away Palestinians and activists, as they were peacefully resisting the evacuation of the area while Israeli settlers were standing there.

In both nonviolent actions Israeli forces prevented the Palestinian owners to access their lands allowing Israeli settlers to grab those lands and illegally build structures on them.

Nevertheless, Palestinians from the South Hebron Hills keep struggling in a nonviolent way to claim justice and to stop the ongoing appropriation of Palestinian land.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the actions: http://goo.gl/dPcT2u

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

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COMUNICATO STAMPA

Arresti e violenza in risposta alla resistenza palestinese contro l’espansione delle colonie, colline a sud di Hebron

L’esercito israeliano arresta due palestinesi e quattro attivisti israeliani vicino all’avamposto di Mitzpe Yair

19 ottobre 2014

At Tuwani – Sabato 18 ottobre, il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron ha organizzato due azioni nonviolente per rivendicare il diritto dei palestinesi ad accedere alle proprie terre. La prima nell’area di Umm Al Arayes, vicino l’avamposto israeliano di Mitzpe Yair; la seconda nell’area del villaggio di Susiya adiacente alla colonia israeliana di Suseya. Entrambe le terre di proprietà palestinese sono sotto minaccia di esproprio a causa dall’espansione illegale delle colonie.

Ad Umm Al Arayes, alle 9 del mattino, i proprietari palestinesi, insieme ad attivisti israeliani e volontari internazionali, si sono riuniti per reclamare il diritto di accesso alla loro terra. L’esercito israeliano, già presente sul posto, ha immediatamente fermato i partecipanti dichiarando “area militare chiusa”, impedendo a chiunque di accedere al terreno. La polizia israeliana ha arrestato due palestinesi e quattro attivisti israeliani con l’accusa di essere all’interno dell’area interdetta. Sabato scorso, durante un’azione nonviolenta analoga, gli attivisti israeliani sono stati brutalmente attaccati dai coloni di Mitzpe Yair (video dell’incidente: http://goo.gl/qFE3fX).

Dal 2001 i palestinesi hanno affrontato le limitazioni nell’accesso a questi terreni. Nelle scorse settimane, in risposta ad una petizione presentata dall’avvocato dei palestinesi, la corte israeliana ha obbligato i coloni a smantellare diverse serre che avevano costruito illegalmente sugli stessi terreni.

A Susiya, alle 10 del mattino i proprietari palestinesi, accompagnati degli attivisti israeliani e da volontari internazionali, hanno marciato sulla loro terra per fare pressione contro l’espansione illegale della colonia. Per il terzo sabato di fila, i palestinesi hanno smantellato la tenda costruita illegalmente dai coloni ed utilizzata ogni pomeriggio impedendo ai proprietari del terreno di pascolare nell’area ed usare il pozzo. Alle 11:10 l’esercito israeliano ha dichiarato “area militare chiusa” ed ha iniziato a scacciare con violenza i palestinesi ed gli attivisti che stavano resistendo pacificamente allo sgombero, mentre alcuni coloni israeliani sono rimasti nell’area in questione.

Durante le due azioni, le forze israeliane hanno impedito ai proprietari palestinesi di accedere alla loro terra, permettendo invece ai coloni israeliani di appropriarsene e costruirci illegalmente strutture.

Ciononostante i palestinesi delle colline a sud di Hebron continuano a lottare in modo nonviolento per reclamare giustizia e fermare la continua confisca illegale di terra palestinese.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto delle azioni: http://goo.gl/dPcT2u

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

2014-10-11 : Another brutal attack of Ta’ayush Israeli activists by Mitzpe Yair’s settlers

ottobre 13, 2014 at 7:03 am

UPDATE: SHEPHERD’S DOG SHOT NEAR KARMEL SETTLEMENT

ottobre 10, 2014 at 10:03 am

(Italian follows)

At Tuwani – On October 10, a dog belonging to a palestinian family from Um al Kher village, was shot.

According to Palestinian witnesses, early in the morning a shepherd was grazing his flock with the dog, when they heard a gun shot coming from the Israeli settlement of Karmel. After some minutes the dog returned to the village, with a bullet wound.

The Palestinians from Um al Kher called the Israeli police to complain about the situation and they were asked to go to Kiryat Arba police station. Considering that the police officers know there are not weapons owned by the palestinians from Um al Kher, they decided to enter in Karmel to collect evidences and to speak to the security chief of the settlement.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the incident: http://goo.gl/7vdfQ4

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

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P1020304——-

Cane da pastore riporta ferita d’arma da fuoco vicino alla colonia di Karmel

At Tuwani – Il 10 ottobre un cane di proprietà di una famiglia del villaggio di Um al Kher, ha riportato una ferita d’arma da fuoco.

Secondo testimoni palestinesi, di prima mattina un pastore stava pascolando il suo gregge con il cane, quando hanno sentito un colpo d’arma da fuoco proveniente dalla colonia israeliana di Karmel. Dopo pochi minuti il cane è ritornato al villaggio con una ferita d’arma da fuoco.

I palestinesi di Um al Kher hanno chiamato la polizia israeliana per denunciare il fatto e gli è stato chiesto di recarsi alla stazione di polizia di Kiryat Arba. Considerato che gli agenti di polizia sanno che i palestinesi di Um al Kher non possiedono armi, hanno deciso di entrare a Karmel per raccogliere prove dell’accaduto e per parlare con il capo della sicurezza della colonia.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://goo.gl/7vdfQ4

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

+972: How the army helps settlers establish illegal outposts

settembre 29, 2014 at 2:28 pm

By Yossi Gurvitz, for Yesh Din (+972 Magazine)

Through the use of civilian security coordinators in settlements and outposts, the IDF has, essentially, privatized law enforcement in the West Bank. A further aspect of this symbiotic relationship is the army’s use of the coordinators to promote de facto recognition of unauthorized settler outposts.

Our first post about our report “The Lawless Zone” focused on the unclear relationship through which Israel effectively privatizes powers in the field of defense, law enforcement and policing, and transfers these to Israeli settlers. The security coordinators are residents of West Bank settlements who receive quasi-military powers. Although they are not formally empowered to issue commands to soldiers, in practice they do so, and in many cases they exploit their powers in order to expand their settlements’ territory.

This is the main problem created by the institution of the security coordinators, and accordingly our key recommendation is that the army should reassume these powers and appoint security coordinators who are officers in the permanent army and are accountable solely to the army and not to the settlements. There is another problem, however, one that highlights the symbiotic relationship between the army and the settlers.

In the mid-1990s, the Israeli government decided not to establish new settlements unless they were approved by the entire government. Since then the phenomenon of the “outposts” has developed. An outpost is the result of the seizure of land that is ostensibly private and unauthorized, but enjoys the de facto support of the authorities, including generous support from government sources. This tool is used by settlers to seize Palestinian or public land. This process was described in extensive detail both in a report prepared by Attorney Talia Sasson and in the Yesh Din report “The Road to Dispossession.” In recent years the emphasis has been on expanding and approving existing outposts, rather than on establishing new ones.

None of this could have happened without extensive assistance from the army. In one instance, the outpost of Netzach Binyamin was torched by Palestinians. The army did not provide protection and so the Israeli civilians fled. In a case involving the land seizure orders in Dura al-Qara, the army concealed the existence of the orders from the Palestinian residents to prevent them appealing, exposing a long-standing pattern of collaboration between the army and the settlers. Our latest report has identified a new dimension to this collaboration.

In 2009 the district brigades redefined the guarding areas for which the security coordinators are responsible. The changes were made after many years in which the coordinators effectively worked without any geographical restriction, since the guard order defining their operations did not specify the boundaries of the settlements. Following a petition submitted by the Association for Civil Rights in Israel, the army took no less than four years to prepare the amendment.

The amendment led to two changes. Firstly, the guarding area of the settlement was defined not according to its municipal boundaries, but according to the defense perception of the brigade commander. More importantly, for the first time the orders defined guarding areas for illegal outposts: 48 such outposts were allocated independent guarding areas, while 35 more were included in the guarding area of their parent settlement.

This provision constitutes the de facto approval of the outposts by the IDF – and this in an administrative process that was supposed to restrict the security coordinators’ operations.

This process happened quietly, without a government decision, without public discussion and without updating the courts, which are still hearing the issue. An ostensibly technical military order bypassed all these stages, granting official recognition to a criminal offense.

This post is presented as a public service, in case you still believe in the fairytale about the wild settler and the army that does not pick and choose its operations. The army very much picks and chooses its operations; it has always done so.

Written by Yossi Gurvitz in his capacity as a blogger for Yesh Din, Volunteers for Human Rights. A version of this post was first published on Yesh Din’s blog.

Read the full Yesh Din report here.

Il rumore sereno della nonviolenza

settembre 29, 2014 at 9:40 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERANon so che cosa si possa pensare, da lontano, circa il significato di vivere nei Territori Occupati Palestinesi un progetto di resistenza senz’armi che abbiano mirino e caricatore. Non so come ci si immagini che sia una giornata di nonviolenza guidata dal solo principio della condivisione perenne con le persone che vivono questa incrollabile lotta fatta solo di una determinazione che corra sempre un passo avanti al proprio timore di finire arrestati, picchiati, schiacciati dal macigno dell’ingiustizia.
Eccola questa vita che si ostina a vivere: tensione, sporco, tanta fatica, inesauribile sonno, insetti, spine. Sconosciuta intimità e dimenticata solitudine, respiriamo la polvere di un paese in cui l’occupazione quotidiana dello spazio territoriale, fisico e mentale non conosce riposo né ripensamenti.
Quando alla sera torni da accompagnamenti chilometrici per colli bruciati dal sole, dopo che sei stato tutto il giorno in mezzo al puzzo delle pecore, che hai bevuto l’acqua del pozzo perchè non c’era altro e sai che la notte starai male, dopo che come un falco hai strabuzzato occhi e cuore verso l’orizzonte accecante di luce nell’attesa e nel timore di scorgere un soldato che imbraccia il suo fucile o un colono che imbraccia il suo odio (o un fucile pure lui, o tutt’e due le cose e magari anche qualche pietra), dopo che il militare di turno ti insulta o non ti risponde per niente facendoti sentire inesistente per un attimo che dura millenni, dopo che l’accompagnamento va male e finisce pure che arrestano i pastori che erano con te, dopo che la scorta non si presenta e ti carichi la responsabilità di portare a scuola dieci ragazzini spaventati sfrecciando tra sassi, rovi e salite estenuanti, proprio sotto un avamposto di coloni considerati terroristi anche da Israele, ecco, dopo tutto questo, quando arrivi a casa la sera e vorresti collassare sul letto, ormai imbiancato dal sale del tuo stesso sudore, ti accoglie invece la puntuale, caotica processione dei giovani del villaggio verso casa nostra, luogo di ritrovo perchè spazio libero sul confine culturale tra popoli che hanno deciso di combattere assieme sulla strada dell’umanità. Qui, rifugio dove si viene a cercare la pasta e il caffè espresso e dove fino a tarda sera si può suonare la chitarra e provare a scherzare persino sulla guerra, i pensieri si incontrano e si intrecciano le nostre esistenze: italiani e palestinesi coltiviamo assieme radici profonde di una presenza che, in cambio del nostro impegno, raccoglie un affetto fraterno e un’invasione di bambini e adolescenti per i quali gli ajaneb, noi stranieri, siamo diventati una piacevole abitudine educativo-ricreativa. Ci chiedono di suonare insieme, di fare a cazzotti, di giocare, vogliono disegnare sulle nostre mani, insegnarci a cucinare i loro dolci, fare conversazione in italiano, in inglese, in arabo; vogliono che li coccoli, che si raccolga inseme i fichi strappati alla terra resa arida dal furto incessante di acqua, devi placare i litigi e spegnere i pianti, prenderti i pugni nella pancia quando si gioca al “colono che picchia l’ajaneb”, o la sua versione alternativa con il “soldato che maltratta l’ajaneb”.
Perenne la consapevolezza di essere qui per un motivo e avere un lavoro da fare, di essere sotto lo sguardo attento di ciascuno, ogni nostra mossa amplificata dalla ricaduta che avrà sulla vita di queste persone anche quando ce ne saremo andati: ti domandi incessantemente se stai dimostrando abbastanza rispetto, se sarai efficace sul campo, ti chiedi se è stato utile parlare col soldato o se avresti potuto fare di più, se la ripresa con la videocamera non poteva essere migliore e la foto più precisa, se stai correndo abbastanza veloce sulla strada che ti porta all’emergenza per la quale ci hanno chiamato. Passi la giornata combattendo stanchezza, paura e la sensazione di non essere mai all’altezza del ruolo che ti viene richiesto da queste persone colme di saggezza ed esperienza; e vai a dormire vestito per essere pronto all’allarme notturno, con la telecamera accanto al cuscino e l’ansia di una chiamata di intervento come buonanotte. Ti alzi prima dell’alba per correre dalla parte opposta delle colline a monitorare che i bambini arrivino a scuola, e mentre sballotti per gli sterrati scoscesi e cerchi di non ammazzarti rotolando a valle, resti vigile e pronto ad agire in caso d’attacco. Sai che se la scorta sarà in ritardo o non arriverà dovrai distrarre i bambini, infuriati perchè vogliono arrivare a scuola, e subito dopo spaventati perchè coscienti che ci dovranno arrivare passando per strade pericolose e senza protezione, se non quella del nostro corpo che combatte l’ansia e una cinepresa piantata verso l’ignoto minaccioso. Sai che leggerai nei loro occhi l’ombra dell’umiliazione, mentre i minuti passano e passano e tu ti attacchi al cellulare per chiamare gli avvocati, i difensori dei diritti umani, la centralina dell’esercito per sapere perchè accidenti la scorta non arriva. Sai che proverai a fargli il solletico e a cantare, a fare il giullare idiota che cerca di imparare l’arabo e sbaglierai apposta la pronuncia per farli ridere; sai che mentre l’orologio corre via e ti affanni a farli sentire ancora bambini, ancora protetti e al sicuro, loro stanno già maturando la consapevolezza di essere vittime dell’esercizio del razzismo, sanno già, a sette anni, di essere schiacciati da un’occupazione che ti costringe ad aspettare tre militari armati per andare a scuola, a scudo della stessa gente alla quale appartengono anche quegli stessi militari. Sai che, se questa follia mattutina non andrà a buon fine e il gioco delle parti si incepperà in qualche suo passaggio, questi bambini che ti guardano confidando che tu possa fare qualcosa arriveranno in ritardo al loro appuntamento con il diritto all’istruzione, più amareggiati, più spaventati, più arrabbiati del mattino precedente. Sai che saranno già meno bambini ma più disillusi del momento in cui tu hai messo piedi e cuore in questi villaggi sperando davvero di poter essere utile a qualcuno, di poter sbiadire cancellata dopo cancellata qualcuna delle righe di quest’ingiustizia perenne, di questa tortura silenziosa e crudele che strappa via l’innocenza ai giovani e la dignità agli adulti.

Eppure eccoci: siamo qui. E qui c’è anche felicità. Perchè quando uno di quei bambini ti abbraccia, quando tutto il villaggio impara i nostri nomi per pronunciarli con affetto e rispetto, quando una casa ci apre le sue porte e le donne ci accolgono nella loro cucina, quando gli uomini ci chiedono che ne pensiamo dell’occupazione mentre si beve assieme un tè, quando un pastore di dieci anni viene a bussarci ancora in groppa al suo asino per chiederci di scortarlo perchè con noi si sente al sicuro, quando riesci a parlare almeno a un soldato e dirgli che le sue armi non ti piacciono e che ci potrebbe e ci deve essere un modo diverso per vivere, quando il gregge delle pecore viene spinto dai pastori, rassicurati dalle nostre telecamere, un chilometro più avanti verso gli avamposti illegali, riconquistandosi mille metri di terra, di coraggio e di diritti, quando alla sera ci godiamo finalmente la mezz’ora di silenzio mentre il villaggio si prepara per la notte ventosa, e ripensiamo a tutti i sorrisi che abbiamo raccolto e a tutte le mani che abbiamo stretto durante la giornata… ecco, allora sì, ascoltiamo la serenità.
Che suona ancora più forte e rassicurante, che ci fa trovare nuove energie e nuove speranze, che fa ancora più rumore di tutti questi suoni e voci e parole e minacce e risate e strafalcioni linguistici e versi di animali e grida di coloni e urla di bambini e richiami dell’alba alla preghiera proprio quando finalmente ti eri appena addormentato: è il rumore della pace in costruzione.
Il rumore che fa questo sogno mentre sta diventando realtà.

Crilla

UPDATE: Palestinians resisting settlers expansions, South Hebron Hills

settembre 22, 2014 at 7:06 am

(Italian follows)

September 22, 2013

Tuwani – On September 20, the South Hebron Hills Popular Committee (SHHPC) have organized a nonviolent action to claim the Palestinians right to access to the land and to denounce the illegal settlers expansion, near the Palestinian village of Susiya.

One week ago the Israeli settlers illegally built a tent (about 20 s.m.) on Palestinian land, situated between the Palestinian village of Susiya and the Israeli Suseya settlement, where the settlers used to gather every afternoon. Beside this tent there is a well owned by a Palestinian from Susiya in which the settlers used to swim. This violations prevented the Palestinian shepherds and villagers to use the well and to graze in the valley close to the place.

On Saturday morning, at 10 a.m. several Palestinian men, women and children, with the solidarity of Israeli activists went to the tent and dismantled it. Subsequently they collected the garbage around the well and they took water from it as a demonstrative action.
Suddenly around ten settlers came out from Suseya and some of them crossed an area in which the access is forbidden to Israelis and raged against the nonviolent activists.
In the meanwhile Israeli Forces arrived and the Palestinians denounced the settlers violations. At 10:45 the Israeli army and Border Police declared the area a “close military zone” for one day, in order to push away the Palestinians and the Israeli activists. Yet the settlers remained inside the temporary close military area with the Police and army.

The nonviolent action aimed to prevent the settlement illegal territorial expansion and to stop the ongoing appropriation of Palestinian land from the settlers present in the South Hebron Hills are.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the action: http://goo.gl/21d7bw

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]


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I Palestinesi resistono all’espansione delle colonie, colline a sud di Hebron

22 settembre 2014

At Tuwani – Il 20 settembre, il Comitato Popolare delle colline a sud di Hebron ha organizzato un’azione nonviolenta per affermare il diritto dei Palestinesi di accesso alla terra e per denunciare l’illegale espansione dei coloni, vicino al villaggio palestinese di Susiya.

Una settimana prima i coloni Israeliani hanno illegalmente costruito una tenda (di circa 20 mq) su terra di proprietà palestinese, situata tra il villaggio Palestinese di Susiya e l’insediamento Israeliano di Suseya, dove i coloni usano riunirsi tutti i pomeriggi. A fianco alla tenda c’è un posso di proprietà di un palestinese di Susiya, nel quale i coloni fanno il bagno. Queste violazioni impediscono ai pastori e gli abitanti palestinesi di usare il pozzo e di pascolare nella valle vicina.

Il sabato mattina alle 10:00 molti palestinesi (uomini, donne e bambini) con la solidarietà degli attivisti israeliani sono andati alla tenda e l’hanno smantellata. Successivamente hanno raccolto i rifiuti intorno al pozzo e, come azione dimostrativa, hanno utilizzato l’acqua.
Improvvisamente circa dieci coloni sono venuti dall’insediamento di Suseya e alcuni di loro hanno attraversato un’area in cui l’accesso è vietato agli israeliani e si sono infuriati contro gli attivisti nonviolenti.
Nel frattempo sono arrivate le forze armate israeliane e i palestinesi hanno denunciato le violazioni dei coloni. Alle 10:45 l’esercito israeliano e la polizia hanno dichiarato la zona un area militare chiusa per un giorno, al fine di scacciare i palestinesi e gli attivisti israeliani. Eppure i coloni sono rimasti dentro la temporanea area militare chiusa con la polizia e l’esercito.

L’azione nonviolenta ha lo scopo di impedire l’illegale espansione territoriale della colonia e di fermare la continua appropriazione di terra palestinesi da parte dei coloni israeliani nelle colline a sud di Hebron.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’azione: http://goo.gl/21d7bw

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

UPDATE: Israeli settlers entered into At Tuwani village escorted by army, South Hebron Hills area

settembre 19, 2014 at 8:25 am
(Italian follows)

September 19, 2014

At Tuwani – On September 17, at 5:30 a.m. three cars with fourteen Israeli settlers came into the Palestinian village of At Tuwani, escorted by two army jeep.

The settlers entered in the archeological site located between several Palestinian homes, in the middle of the village, one of them was armed. At Tuwani inhabitants started to gather at the closest Palestinian home and the owner of the house demanded to the Israeli army explanations about the happening. After the villagers nonviolent pressure on the Israelis both settlers and soldiers, they left the village at 6:15 a.m. This is just the last of several ongoing provocations carried out by the Israeli army and settlers to which the South Hebron Hills palestinian communities keep reacting in a nonviolent way.

In 2011, in At Tuwani were conducted excavations by Israeli archaeologists escorted by the army. Several archeologist that came to visit the village affirmed that the evidences are dating from the Byzantine period. Yet in December 2011 during an archeology meeting placed in the Israeli settlement of Suseya (in the South Hebron Hills area) was declared that the ruins are part of an ancient synagogue. In the meeting was also explained how to reach the site. The finding of ancient jewish ruins in the ’80s was the formal pretext to forcibly evict the Palestinian population of Susiya village.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the incident: http://goo.gl/mJicAx

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

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Coloni israeliani entrano nel villaggio di At Tuwani scortati dall’esercito, nelle colline a sud di Hebron

17 giugno 2014

At Tuwani – Il 17 Settembre, alle ore 5:30, tre macchine con quattordici coloni Israeliani sono arrivate nel villaggio Palestinese di At Tuwani, scortate da due jeep dell’esercito.

I coloni sono entrati nel sito archeologico situato tra le case di alcuni palestinesi, nel centro del villaggio, uno di questi era armato. Gli abitanti di At Tuwani si sono riuniti presso la casa palestinese più vicina e il proprietario della casa ha chiesto spiegazioni all’esercito Israeliano riguardo a quello che stava accadendo. Dopo la pressione nonviolenta esercitata dagli abitanti del villaggio sull’esercito e sui coloni, questi se ne sono andati alle 6:15. Questa è l’ennesima delle continue provocazioni compiute dall’esercito e dai coloni israeliani, alla quale le comunità Palestinesi delle colline a sud di Hebron continuano a reagire in maniera nonviolenta.

Nel 2011 ad At Tuwani sono stati condotti scavi da parte di archeologi israeliani scortati dall’esercito. Molti degli archeologi che hanno visitato il villaggio affermano che i ritrovamenti risalgono all’epoca Bizantina. Eppure nel Dicembre 2011, durante una conferenza sull’archeologia avvenuta nell’insediamento Israeliano di Suseya (nell’area delle colline a sud di Hebron), è stato dichiarato che le rovine sono appartenenti ad una antica sinagoga. Nella conferenza è stato anche indicato come raggiungere il sito archeologico. Il ritrovamento di antiche rovine ebraiche negli anno ’80 è stato il pretesto formale per l’evacuazione forzata della popolazione palestinese dal villaggio di Susiya.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://goo.gl/mJicAx

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]