A wonderful day

settembre 19, 2012 at 11:59 am

2012-09-08 

Today is Saturday, and it’s a good day for a nonviolent action here in the Occupied Territories. The meeting is at 10 am, just in front of the gate of Ma’on settlement.

While we walk through the hills in order to reach the place, we wonder about the things we should expect today. When we talk of nonviolence, we always think of a demonstration full of people who are not afraid to scream all the injustices they suffer, and demand for their right of dignity.

Once we walk down the hill, we see just one tractor, a few soldiers on the road that divides the Palestinian land and the entrance of the settlement, and few Palestinians who are sitting on the top of the hill. The aim, of course, is to work on the land.  This, however, sounds unrealistic due to the small distance between them and the Israeli settlement.

Una splendida giornata

settembre 14, 2012 at 7:19 pm

08-09-2012

Oggi è sabato, giorno buono per l’azione nonviolenta qui nei Territori Occupati. L’appuntamento è alle ore 10, proprio davanti i cancelli della colonia di Ma’on.

Mentre percorriamo le colline che ci separano da At-Tuwani al luogo del ritrovo proviamo ad immaginarci cosa ci aspetterà. Quando si parla di azione nonviolenta si pensa subito a qualcosa di grande, ad una manifestazione piena di gente, dove non si ha paura di condannare le ingiustizie e di chiedere dignità per le comunità palestinesi.

Scolliniamo e vediamo solo un trattore al centro della scena, un po’ di soldati sulla strada che separa la terra palestinese dall’entrata della colonia e pochi ragazzi palestinesi seduti su una montagnola. L’obiettivo di oggi, capiamo subito, è lavorare la terra. Obiettivo ambizioso, quasi folle vista la vicinanza del campo palestinese alla colonia israeliana.

Il clima che si respira è un po’ strano però. Lo spiegamento di palestinesi che ci aspettavamo non c’è. I giovani del villaggio di Jawwaya sono fermi distante dalla terra da lavorare. Al centro solo il trattore con il suo autista, due signori palestinesi, i proprietari, e cinque attivisti israeliani di Ta’ayush. Al di là della strada invece, quasi a fronteggiarci, ci sono già una quindicina di soldati.

Il lavoro inizia dopo pochi minuti succede ciò che ci immaginiamo: il trattore viene bloccato dalle forze israeliane. Cominciano le solite telefonate, si controllano i documenti, i palestinesi si avvicinano e già ci aspettiamo il classico epigolo: un po’ di contraddittorio e poi tutti a casa, cacciati dai militari. Ma oggi quei fogli pesano un bel po’. I “vecchi palestinesi” rimandano indietro i giovani, che obbediscono, e si attende la sentenza. Sembra un miracolo quando un attivista israeliano si gira e ci dice che i lavori possono continuare perchè ci sono tutte le carte in regola.

Gli avvocati hanno fatto un gran lavoro e l’azione è stata preparata con saggezza. Poca gente sul campo, gli indispensabili, per evitare le provocazioni che possono mandare in fumo il lavoro legale di legittimazione di un diritto che a casa nostra consideriamo inalienabile, il diritto alla terra. Arrivano jeep e camionette, soldati e poliziotti, che sentiamo non essere interessati ai palestinesi che lavorano o a noi internazionali che filmiamo e fotografiamo tutto. Il loro lavoro comincia ora.

Cominciano ad uscire da Ma’on gruppi di coloni. Prima i ragazzini, poi anche gli adulti, a passo veloce verso il cordone di militari che li separa dalla terra palestinese che non riconoscono tale. Fermare il trattore è impossibile e allora cominciano a cercare di aggirare i soldati per arrivare al gruppo di pacifici palestinesi poco distante. Un bel modo per rovinare un giornata che sembra promettere bene in tema di giustizia. Se i coloni riescono ad arrivare ai palestinesi è sicuro che i secondi avranno la peggio, fine dei lavori e rischio di arresti.

Il clima si riscalda, volano parole grosse tra coloni e soldati, e poi arrivano anche gli spintoni e i tentativi di sfondamento. Ma oggi fortunatamente non si passa, i soldati fanno il loro lavoro -fanno rispettare le leggi- e anche chi sfugge al loro controllo viene bloccato dalle telecamere degli internazionali. I coloni imbufaliti le provano tutte ma il trattore finisce di arare il campo, i palestinesi tornano a casa e anche i coloni non possono fare altrimenti e a malincuore se ne devono tornare nelle loro case illegali in territorio palestinese.

Anche noi torniamo a casa e nel viaggio si ripensa a ciò che è successo. Quindi, ricapitoliamo. Oggi è stata lavorata un terra palestinese inaccessibile da una decina di anni ai legittimi proprietari. Oggi dei documenti legali hanno bloccato l’illegittimo -ma quotidiano- intervento dei militari per negare l’accesso alla terra ai legittimi proprietari. Gli stessi militari che sovente abusano del proprio potere hanno rispettato i diritti dei palestinesi e degli internazionali tutelandoli dalle provocazioni e dal probabile attacco dei coloni. Militari e coloni che poi si sono scontrati, verbalmente e fisicamente, interropendo quella connivenza e complicità di cui spesso siamo testimoni.

Oggi è stato un giorno di giustizia, come lo è stato sabato scorso quando un colono è stato arrestato per aver aggredito un attivista israeliano o come il 2 settembre quando l’avamposto di Migron -vicino a Ramallah- è stato evacuato. Piccole gocce di giustizia in una terra di continua ingiustizia.

Poca roba visto che i soldati che han protetto i palestinesi oggi, domani torneranno a vessarli, scacciandone le greggi, umiliandoli ad un checkpoint o abbattendone la casa.

Tanta roba se pensiamo che di solito queste cose non succedono e che oggi delle famiglie sono tornate a casa col sorriso sulle labbra dopo aver potuto lavorare dignitosamente la propria terra.

Chissà che effetto fa risentire il sapore della giustizia dopo una vita di ingiustizie.

Foto dell’azione nonviolenta : http://snipurl.com/24y75x7

Viviamo in una casa da scoiattoli

settembre 8, 2012 at 11:52 am

In questo giovane albero che da otto anni cresce rigoglioso c’è un piccolo foro.
Dentro ci siamo noi.
Ne è passata di vita qui, quanta sabbia palestinese ha percorso gli angoli di questa casa, trasportata dal vento che non si ferma mai,
eccone un mucchietto proprio lì sotto agli scaffali per i vestiti nella stanza da letto barra ufficio, stabile e inosservata come le piccole ditate bianche sul soffito annerito laddove la stufa elargisce calde carezze nelle giornate del breve inverno di Tuwani.
In questa tana dove la luce gocciola già al primo spicchio d’alba dentro le tre semplici stanze, comincia presto il turbinare di code degli scoiattoli, chi per andar ad aspettare i cuccioli che da altre foreste vengon alla scuola del villaggio, chi per aiutar i pastori che sulle loro colline devon proteggere la loro dignità e le loro pecore, chi per amore degli altri scoiattoli si sveglia con loro per
rosicchiare qualche cosa di colazione e cominciar la lunga giornata che è appena nata.
Rumore di piccoli passi veloci eccheggia nella casa, è la famiglia del ramo superiore che ci ha donato questa sede e che intrattiene con noi, oltre che i quotidiani impegni e pensieri, anche un botta e risposta gastronomico : chi passa a chiederci un sacchetto di pasta, chi ci porta un piatto di un dolcetto rosso, rosso come i capelli di chi ce lo dona.
Chi chiede una tazza di miele con i suoi occhioni da scoiattolina (e dalla ruffianeria dietro l’angolo), e chi ci porta poi il buon pane palestinese appena uscito dai tondi forni che fumano fuori dalle loro tane.
La vita è fatta anche di cibo a volte, condividerla con loro vuol dire anche questo.
Come ciò che fa parte di questa terra ci viene a chiedere asilo, il gentile vento, le instancabili mosche, la sottile sabbia e di notte qualche zanzara un po’ caciarona, così questa tana ha sempre le braccia aperte per chi vuol appoggiarsi dopo una lunga camminata piegato dal caldo mattina, per chi si acciambella come gatto sui nostri divani che contornano il nostro ingresso barra cucina barra soggiorno, chi viene per organizzare gli impegni futuri con noi, facendoci sentire presenti, a cui una sigaretta e un caffè non si posson negare..anzi va condiviso tutto insieme!
Queste sono piccole lezioni che un po’ per volta han bussato alla nostra porta e son entrate con passetti da gnomo, hanno aperto la loro valigetta e pazientemente han profumato di vitalità i mobili di questa casa, d’ospitalità i divani, di tenerezza i cuscini.
Questi piccoli gnometti non son venuti per caso, queste lezioni si respirano dovunque qui nelle South Hebron Hills.
Sono i palestinesi che con i loro sorrisi e la loro infinita e dolce pazienza ci han fatto capire che accogliere un ospite, preparare un
thè, condividere il pane, cedere l’ultima scatola di cibo DEVE essere naturale come naturale è qui che il sole sia caldo, che gli ulivi
abbiano riflessi d’argento, che i bimbi schiamazzino e che la Palestina trovi sempre la vita e la forza, da qualche parte dentro di
sé.
E’ una lezione (probabilmente vi sarete detti) che noi diamo scontata per consuetudine, ma arroccati nelle nostre etichette, impastoiati nelle nostre regole di bonton o di “pulito vivere”, ricreiamo con dei sapienti strati di pregiudizi e stereotipi la malta con cui cementare quelle che una volta eran le nostre finestre aperte come occhi alle persone, quello che un tempo era l’ingresso di casa nostra largo come un abbraccio.
Cerchiamo di fare nostre le saggezze di questa terra, cerchiamo di aprire il cuore alle persone : poi aprire le porte delle nostre case verrà da sé, naturalmente. Lentamente, un po’ per volta, grattiamo via gli strati che ci chiudono agli altri e ritroviamo la bellezza nella semplicità.

La Colomba vi manda questo augurio quindi, un grosso abbraccio e un buon appetito!

Rol

Update: Wind turbine under demolition order in Tuba village

settembre 5, 2012 at 7:56 am

On 3th September 2012 at around 10.30 am the Dco (Distric Coordination Office, the section of the Israli Army that work for the civil administration in the Occupied Palestinian Territories) and the Israeli Army  delivered in Tuba village one demolition order for the wind turbine and a stop working order for an house-tent and a house, in which in total are living ten people.

The demolition order for the wind turbine is the conseqence of a stop working order delivered on 18th June 2012 (Press Release: http://snipurl.com/24w6g3b). The wind turbine was donated in 2010 by “Comet-Me”, an Israeli NGO that supports the economic and social empowerment of local communities through material support and environmental sustainability. If it will be demolished, around 70 people would remain without electricity . According to the order, the owners have three day time in order to appeal.

Pictures: http://snipurl.com/24w6gkr

C/S: Ancora sotto scorta militare il pericoloso tragitto per la scuola dei bambini di Tuba e Magayir Al Abeed

settembre 5, 2012 at 7:17 am

2 Settembre 2012

At-Tuwani – Nella giornata del 2 settembre è iniziato il nuovo anno scolastico nel villaggio di At-Tuwani e in gran parte dei Territori Palestinesi Occupati.  Per raggiungere la scuola di At-Tuwani, i bambini palestinesi dei villaggi di Tuba e Maghayir al Abeed, di età compresa tra i 6 e i 15 anni, percorrono di solito la via più breve (circa 20 minuti di cammino) che passa tra l’insediamento israeliano di Ma’on e l’avamposto di Havat Ma’on (Hill 833) e che rappresenta la principale strada di collegamento fra i villaggi di provenienza e At-Tuwani.

C/S: Demolizioni e resistenza popolare nonviolenta nelle colline a sud di Hebron

agosto 29, 2012 at 1:37 pm

COMUNICATO STAMPA

Demolizioni e resistenza popolare nonviolenta nelle colline a sud di Hebron

L’esercito israeliano demolisce nei villaggi palestinesi di Susiya e Khirbet Zanuta, mentre il Comitato di Resistenza Popolare organizza una manifestazione nonviolenta

29 agosto 2012

At-Tuwani – La mattina del 28 agosto 2012 l’esercito israeliano demoliva gran parte del villaggio palestinese di Khirbet Zanuta e tre tende nel villaggio palestinese di Susiya. A pochi kilometri di distanza una manifestazione pacifica organizzata dal Comitato di Resistenza Popolare delle colline a sud di Hebron protestava contro le politiche israeliane di demolizione e ricordava Rachel Corrie, in occasione della sentenza sulla sua uccisione nel marzo 2003.

17 marzo 03, Gaza: chi ha paura delle formiche bianche?

agosto 29, 2012 at 11:12 am

“As we come marching in the beauty of the day, hearts starve as well as bodies. yes, it is for bread we fight, but we fight for roses too” “Mentre noi arriviamo marciando nella bellezza del giorno, anche i cuori, come i corpi soffrono la fame. si, è per il pane che lottiamo, ma lottiamo anche per le rose”

Nel giorno più amaro scoppio.
Tante volte in queste notti ho cercato di raccattare tutti i pensieri fermati di sfuggita su qualche foglio, sul quaderno perché non rimanessero soltanto appunti sparsi ma anche una testimonianza per chi è lontano dai cingoli dei carri armati che occupano la terra di Palestina.
Oggi è un giorno amaro. E’ il giorno migliore per scoppiare. Ho abbastanza forza per trattenere le lacrime per quello che è successo ieri e per quello che mi arriva dal resto del mondo.
Rachel aveva ventitre anni. Da qualche mese era a Rafah dove cercava di fare quello che ogni persona con un po’ di senno e di coraggio dovrebbe fare, cercare di fermare le ingiustizie.
Rafah è l’estremo sud della Striscia di Gaza, la prigione più grande del mondo, una delle aree più densamente popolate del mondo. Rafah è la fine del mondo, il posto dove muoiono le speranze, in una tormenta di sabbia, la sabbia del deserto. in una tormenta di rabbia, la rabbia della Palestina.
La tormenta, il tormento. La terra trema ai cingoli dei carri armati e non scoppia. Tremo ai cingoli dei carri armati e scoppio. A Rafah, la fine del mondo, il paesaggio cambia giorno dopo giorno e ci si perde a guardare questa decadente scenografia mutare.
Cambiano le forme e i colori. E tutto mi sembra grigio. A rafah i bulldozer dei forti demoliscono le case, per millantate ragioni di sicurezza.
Centinaia di case ora sono macerie, quelle grigie. Centinaia di famiglie sono senza casa, se per assurdo si può chiamare casa quattro mura di mattoni in un campo profughi, uno dei tanti.
C’è qualcuno, qui in Palestina, che resiste alle tormente e ai tormenti, quelli che affliggono i palestinesi fino a farli scoppiare. E loro scoppiano davvero e qualcuno non ne capisce i motivi. Ma questa non è una giustificazione. Nella Striscia di Gaza ci sono delle formiche. delle formiche bianche.
Piccole formiche bianche. Sono persone che lasciano le loro case, laddove non rumoreggiano cannoni, e se stanno sotto il sole di Palestina che già a marzo scotta. E se ne stanno sotto il sole, davanti ai bulldozer, davanti ai carri armati dei forti mentre distruggono una casa o abbattono un aranceto.
“E dove fanno deserto quella chiamano pace” ce ne stavamo così, sotto un sole di marzo, a pochi metri da quei bulldozer, spaventosi alla vista, che incuranti del mondo pattinavano su un aranceto.
Ce ne stavamo lì, piccole formiche bianche. Perché sembravamo delle formiche di fronte a quel mastodonte di metallo verdastro.
Ce ne stavamo lì sotto il sole di marzo e cercare di capire perché. Avremmo voluto chiedere a loro perché e per cosa ma non ci hanno permesso di avvicinarci.
Ci hanno fatto ‘no’ con il cannone del carro armato e hanno sparato in aria. Ce ne siamo rimasti lì, col passaporto in mano e quelle casacchine chiare che ci rendevano formiche bianche.
Non c’è stato verso di fermarli, non c’è stato verso di parlare. Hanno spianato e sparato.
Tornando a casa mi convincevo dell’ennesimo fallimento. Niente sembra fermarli, niente, o forse si. Un’ora dopo essere andati via i mastodonti dei forti si sono ritirati lasciandosi dietro tronchi sradicati e arance morte.
La gente pensa che sia stata la nostra silenziosa presenza a dissuaderli. Ci piace pensare che i mastodonti verdi abbiano avuto paura delle formiche bianche.
Chi ha paura delle formiche bianche?
Ieri una formica bianca è rimasta schiacciata. A Rafah ieri i mastodonti verdi stavano demolendo una casa e le formiche, che sono piccole e camminano piano, si sono messe in mezzo.
Il mastodonte, il bulldozer dell’esercito israeliano, dice di non averla vista ed ha tirato avanti seppellendola coi detriti. I detriti grigi che fanno il paesaggio di Rafah grigio, come in bianco e nero.
L’ho vista una sola volta Rachel, coi capelli biondi che spuntavano dal velo che aveva deciso di mettere, per rispetto alla gente del posto.
Da gennaio Rachel era in Palestina, e faceva quello che una formica bianca può fare, mettersi in mezzo.
Ma il mastodonte l’ha seppellita. Non so dire se in quel momento qualcuno ha avuto paura di quella formica bianca. So soltanto che forte della sua stazza il mastodonte ha tirato avanti uccidendola.
E ripenso a me, formica tra le altre sei formiche bianche, qualche giorno prima davanti agli stessi mastodonti. E gli occhi inciampano su un pensiero: eravamo formiche uguali, bianche.
Dove volano le formiche bianche quando muoiono? E chi ha paura delle formiche bianche? Forse più nessuno ora.
I carri armati cigolano, i bulldozer pattinano su case e campi coltivati. E’ la quotidianità palestinese, dove se esci di casa non sai se ci tornerai.
Non solo perché forse avrai da passare una notte fermo ad un check-point ma perché forse il bulldozer la sta tirando giù. E non c’è preavviso.
Solo “ragioni di sicurezza”. o la ragione del più forte, di chi sa di rimanere impunito. La quotidianità della Striscia di Gaza sono le torrette e gli avamposti militari, sono le strade dei coloni e i muri di cemento, sono i tetti rossi degli insediamenti e i muri mitragliati delle case nei campi profughi.
La quotidianità della Striscia di Gaza sono i bambini scalzi e smoccioloni che scalano collinette di macerie di case demolite, sono i piedi nella sabbia di un campo di calcio troppo vicino ad un insediamento israeliano. Dove si gioca una doppia partita. Col pallone e con la vita.
Ieri a Khan Yunis un’altro ragazzino è stato ammazzato dal fuoco israeliano, mentre giocava a calcio. Ieri a Rafah una formica bianca è stata ammazzata. Forse davvero nessuno ha paura delle formiche bianche.
Abbiamo deciso ugualmente di restare qui, anche se nessuno ha paura delle formiche bianche. Abbiamo occhi e voce.
Ma a volte non abbiamo lacrime e parole. Abbiamo un biglietto di ritorno, per poter raccontare quello che succede qui, in questa terra che agli occhi dei media sembra essere silente. Ed invece non c’è un minuto di silenzio. Non si parla più della Palestina, come se fosse scoppiata la pace.
Ma forse davvero la pace è il deserto. E’ un giorno amaro. e mi sono scoppiati i pensieri.
Chi ha paura delle formiche bianche?

“Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”

Fabio

[28 agosto 2012, villaggio palestinese di Al Mufaqarah]

“Spiacevole incidente”

agosto 28, 2012 at 9:32 pm

Ha’aretz: Two masked men attack 67-year-old Palestinian shepherd in South Hebron Hills

agosto 28, 2012 at 9:12 pm

Ha’aretz / 28 agosto 2012 / Amira Hass

Ismail Adara, from the village of Bir al Eid, was attacked with a razor and sticks by two men.

Two masked men attacked and wounded Ismail Adara, a 67-year-old Palestinian shepherd on Monday, in the cave village of Bir al Eid in the South Hebron hills, as he was grazing his flock near the village. He was rushed to hospital in Hebron with wounds in the neck and fingers, and with possible head fractures.

Adara was grazing his flock on Monday afternoon next to the village, a few hundred meters from the residential buildings of the unauthorized settlement outpost of Mizpeh Yair when he was attacked by two masked men. Two of his young children, a boy and a girl, were near the scene of the attack. Immediately afterwards, he managed to use his cell phone to call Kamer Mashraqi Assad, a lawyer with the organization Rabbis for Human Rights, who notified the IDF and the police.

According to Adara, they arrived on the scene some 45 minutes after the attack. Adara told the lawyer that shortly before 5.30 P.M. he was saw two Israelis whose full names he knows driving a car and dropping off two masked men from the vehicle. The two attacked him with a razor and beat him on the head with sticks.

Adara had in his possession a thick rubber hose, which he uses while herding his flock, and he claims he protected himself with the hose, and might have managed to hit one of the two men who attacked him in the face.

Adara was taken by military ambulance, and remembers that he lost consciousness for a while. Near the Sussiya settlement, he was transferred to a Red Crescent ambulance. As far as is Mashraqi Assad knows, police asked Adara’s two young children about him, but have still not been in direct contact with the shepherd himself.

Due to repeated harassments by Israelis who live in the area, residents of Bir al Eid gradually left the village in the early 2000s, with the last resident leaving in 2003. Traffic restrictions imposed by the army and building prohibitions imposed by the Civil Administration made life there even more difficult. Residents complained to police of harassment which included the killing of their sheep, the burning of fields and crops, damage to their property, blocking access to the village, setting dogs on them, and dumping sheep carcasses into cisterns.

In a visit to the abandoned village in autumn 2007, Haaretz photographer Alex Levac, a Haaretz reporters and UN staff were attacked by two Israelis from the outpost. After a legal battle led by Rabbis for Human Rights, the residents returned to the village in 2009. Adara, who is married to four women, was one of the residents who was most anxious to return to his home, despite fears of recurring attacks. In the past three years, the residents have again complained of harassment, such as repeated damage to pipes that carry water from the well, sheep stealing, property damage and trespassing.

Fonte: Ha’aretz

Video: Havat Maon.. a promo.

agosto 21, 2012 at 1:27 pm

Havat Maon Settlement – Promo from Yoray Liberman on Vimeo.