Frightening night for Palestinian families

novembre 3, 2012 at 8:08 pm

ISRAELI ARMY AND DISTRICT COORDINATION OFFICE RAID IN FOUR PALESTINIAN VILLAGES INSIDE FIRING AREA 918, SOUTH HEBRON HILLS

The 1st of November Israeli soldiers irrupted in Al-Fakheit, Al-Majaz, A-Tabban and Al-Mirkez, villages of the ‘Firing Area’ 918. Contemporaneously the soldiers surrounded the villages, internationals’ phones started to ring continuously. One by one the first news from the Palestinians arrived to the internationals and pushed them to move quickly toward the area.

C/S: Palestinese picchiato e arrestato ad Ar Rakeez, nelle colline a sud di Hebron

ottobre 30, 2012 at 3:28 pm

COMUNICATO STAMPA
Palestinese picchiato e arrestato ad Ar Rakeez, nelle colline a sud di Hebron

30 ottobre 2012
At-Tuwani –  Il 29 ottobre l’esercito e la polizia israeliana hanno fatto irruzione nel villaggio di Ar Rakeez dove hanno fermato i lavori alla nuova cisterna dell’acqua. Il proprietario, Said Mohammad Ibrahim Raba’, è stato picchiato e arrestato.

Ha’aretz: The calm before the storm in the West Bank

ottobre 27, 2012 at 12:16 pm

It’s kind of boring in the West Bank. The Gaza Strip has been closed to Israeli journalists for about six years now, and very little is actually happening in the West Bank. There is no way to reflect routine, week after week, no matter how discouraging it is. And the routine of life in the West Bank, we must admit, has been a bit more humane in recent years. The Israeli occupation has become more comfortable, a little.

There are no terror attacks and therefore there are no Arabs – in the Israeli mind. Indeed, there are no terror attacks and there are no assassinations; let us admit this as well. In recent years the occupation and resistance have been in another of their intermissions between bloodletting. But this will continue only until the next uprising, which will most certainly come – although not very soon, one might hazard.

Hello. I refuse to enlist.

ottobre 26, 2012 at 7:12 pm

Moriel. 23 anni. Israeliano. Crede nella nonviolenza. Obbiettore di coscienza. Ora, in prigione.

Lo abbiamo conosciuto ad Al Mufaqarah, un villaggio nel sud della Cisgionrdania, lo abbiamo visto lavorare e condividere con i suoi “nemici” palestinesi. Ora è in prigione, perché si è rifiutato di servire nell’esercito israeliano poiché occupa i Territori palestinesi. Non solo. Ha avuto il coraggio di dire che crede in un’alternativa alla guerra, ad “una cosa più estrema della violenza”, la nonviolenza. Quel giorno è arrivato all’appuntamento con l’ufficiale dell’esercito israeliano accompagnato da amici e parenti, sul volto la risata di chi è libero.

Questo il dialogo negli uffici dell’esercito a Gerusalemme.

Me: Hello. I refuse to enlist.

Clerk: Why don’t you want to go to the army?

Me: Because I am against the occupation.

Clerk: You’re against the occupation, so what are you for?

Me: I’m for nonviolence and peace.

The clerk mumbles something about peace shmeace, and then says: It’s clear to you that you’re going to jail, correct?

Me: Yes. It is.

 

Moriel sta raccontando la sua esperianza sul suo blog:  http://thelefternwall.com/

Articolo uscito su Haaretz su di lui:  http://snipurl.com/25ezjp2

Riflessioni

ottobre 15, 2012 at 11:11 am

Riflessione I (29-08-2012)

Come quando studio Freud, nel sogno si leggon i contenuti manifesti e latenti..
Qui ci troviamo a legger la Frode dell’uomo, in questa terra dove si vivono, vedono onirici segni come sogni.
In questa terra dove il conflitto è manifesto, il conflitto è latente.
Quanta energia si usa se si è esposti a un conflitto manifesto?

Quanta energia se si mostra un conflitto latente?
E’ una domanda per me senza ancora risposta, persa in una tormenta di pensieri che nebulizzano dubbi nella terra della mia mente, portan tormento e sorrisi a intervalli irregolari.
E’ una domanda che forse non troverà risposta, è una domanda forse troppo acerba per porsela ora ma non m’importa, pensiamoci ora perchè è sera e i bambini vanno a dormire, i cani si rispondon da collina in collina, il vento continua a soffiare, pensiamoci ora e per fortuna che è sera.
Il conflitto manifesto sfrega, sfriziona un qualcosa dentro di te che s’accende e da cui si scaturisce una fiamma, ogni parte di noi ha un diverso modo di bruciare. Ma tutte quando si esauriscono lasciano un segno nero di bruciatura, memento e monito.
Per una salvezza possibile dei fatti futuri, di castigo probabile per ciò che ci rimane dentro.
Ciò che provo per il conflitto latente però nella mia esperienza ancora bianca come foglio di carta è forse più debilitante.
Anche se non cerchi un nemico per forza, anche se non vuoi crearlo un conflitto, anche se vuoi far causa tua le situazioni che accadono qui intorno..perfino far capire un errore a chi sbaglia o cercare una persona a cui sorridere, se sei dentro una foschia di segnali dubbiosi e sfuocati, tutto diventa più difficile e impastoiato.

Fai finta

ottobre 12, 2012 at 11:47 am

Fai finta di essere un colono israeliano. Uno di quelli cresciuti a pane e Torah, nel rispetto dei vecchi saggi, leggendo commentari talmudici, celebrando Sukkot e Yom Kippur vari e mangiando rigorosamente come le antiche leggi prescrivono da secoli e secoli a questa parte, secondo il rito kosher, sempre attento a non mischiare latticini con carne. Un buon ebreo ortodosso insomma o almeno tenti di esserlo. Sei partito dalla grande città, Tel Aviv o Yaffo o Haifa che sia e, seguendo una qualche guida religiosa illuminata ti sei trasferito in questo “bucodiculodimondo”, convinto di riprenderti la terra che Dio ha assegnato a te sin dal nascere dei giorni, quando tutto era ancora da scrivere, dopo che Davide vinse Goliath.
Esci dalla tua casa, che hai costruito con le tue mani insieme a tua moglie. Fuori ci sono i tuoi figli che giocano con le galline e con le capre, in cortile sotto il sole.
Dopo 2000 anni di persecuzioni vivi nella terra che Dio ti ha donato. Finalmente.

Assurdo, Normale, Straordinario

ottobre 9, 2012 at 10:31 am

Tre parole per esprimere concetti molti diversi tra loro, in quasi tutte le parti del mondo ma non qui. Ogni volta che torno in Palestina mi stupisco di come questi tre concetti qui si confondano tra loro a volte si fondano, fino ad essere indistinguibili, fino a perdere di significato.

Un soldato dello stato israeliano che fa la sentinella in una specie di gabbiotto stile portineria, all’entrata di un avamposto illegale persino per la legge israeliana. Lo stato impiega i suoi soldati per difendere una specie di villaggio, costruito illegalmente su terra che non appartiene a quei coloni. Un soldato che più volte vediamo prendere ordini da un colono, addetto alla sicurezza dell’avamposto illegale, quasi fosse un suo superiore e non un conclamato criminale che infrange la legge dello stato israeliano.

La forza e il coraggio

settembre 28, 2012 at 7:35 am

“la forza si manifesta pienamente nella debolezza” 2 Cor 12, 9

La forza e il coraggio per me hanno il volto di una ragazzina di 11 anni, dai capelli scuri e gli occhi verdi. Si chiama Mona. Mona oggi porta al pascolo il gregge di suo padre, che ieri è stato cacciato e minacciato dai militari dell’esercito israeliano mentre lo faceva. Suo padre è stato cacciato, come anche tante altre volte prima, perchè si è avvicinato troppo ad Avigayil, un avamposto di coloni israeliani. Un avamposto è un insediamento, un piccolo villaggio costruito sul suolo palestinese in violazione, oltre che del diritto internazionale, anche della stessa legge israeliana. Nonostante l’illegalità, gli oltre 100 avamposti israeliani in terra palestinese sono solitamente sostenuti e protetti dall’esercito. Oggi siamo in tre ad accompagnare Mona. Abbiamo tutti le telecamere per documentare eventuali abusi e ingiustizie. Mona si spinge vicino all’avamposto, proprio davanti al cancello. Dopo quasi un’ora un colono ci avvista e come al solito scende da Avigayil innervosito. E’ un ragazzo sulla trentina con maglietta azzurra e macchina fotografica. Comincia a fare delle foto a noi e a Mona. Le dice che deve andarsene. Usa un tono duro. Mona non si muove, gira solo la testa per non farsi fotografare. Si muove tranquillamente tra le pecore. Siamo in due vicino a Mona, mentre un altro riprende la scena da lontano. Il ragazzo che è con me prova a dire al colono che è solo una bambina, ma lui prima ci dice che quello è terreno di Avigayil e poi lo ignora. Scende anche il soldato di guardia all’avamposto. Non sa bene che fare. Sembra uno di quei soldati che si trovano nell’ultimo posto in cui vorrebbero essere. MI avvicino e scambio con lui due parole. Mi chiede cosa faccio lì. Io dico che vivo nel villaggio di At-Tuwani, lì vicino. Mi chiede se sono lì per aiutare i palestinesi. Io gli dico sì, ma sono sono qui per tutti. Lui mi risponde anch’io. Mi sembra vero e sincero. Il colono non è soddisfatto però di come stanno andando le cose e chiama altri soldati. Dopo poco arriva una camionetta dell’esercito da cui scendono in tre, col mitragliatore a tracolla come sempre. I militari sono a disagio per la situazione. Cominciano a insultarci, dicendo che siamo disgustosi. “You are a war criminal”, “Sei un criminale di guerra” mi ripete quello che mi sembra il comandante. “Usi una bambina per i tuoi interessi personali”. Cerco di replicare ma non mi ascolta, ripete le stesse parole come un disco rotto. Chissà, forse vuole scaricare su di me cose che sente lui dentro, ma un po’ mi fa male. Poi passa a Mona. Cerca di cacciarla, alzando la voce e dicendo che lì non può stare. Chiede a Mona come si chiama e da dove viene. Mona risponde a monosillabi, poi si gira dall’altra parte e fa finta di niente. Cammina tranquilla tra le pecore.
La situazione sta andando avanti da mezz’ora ormai. Poi i soldati si mettono personalmente a cacciare le pecore sull’altro versante della collina. Ormai le pecore hanno pascolato a sufficienza, e Mona lascia fare. Mentre se ne vanno, un soldato dice ecco, qui c’è l’erba migliore. Dopo poco sentiamo dal megafono della camionetta che se ne va ancora una volta “You are a war criminal, you are a war criminal!”. Mona sorride. Io mi sento piccolo di fianco a lei.

Per il secondo anno i palestinesi delle colline a sud di Hebron marciano per la Pace

settembre 24, 2012 at 3:47 pm

24 settembre 2012

At-Tuwani – Ispirati dalla marcia Italiana Perugia-Assisi, fondata da Aldo Capitini, e ad un anno di distanza dalla prima marcia per la Pace, i palestinesi dei villaggi delle colline a Sud di Hebron, il 22 settembre si sono riuniti per ribadire il loro deciso impegno nonviolento nella ricerca della giustizia. Una giustizia che nei Territori Occupati troppo spesso è funzionale all’Occupazione. Dove la politica Israeliana di isolamento dei villaggi palestinesi mira a guadagnare sempre più terreno e pone i palestinesi in una condizione di insicurezza. Molti sono stati gli attacchi negli anni subiti dagli abitanti del luogo ad opera dei coloni, ed oggi, anche per questo motivo si marcia. Si cammina sulla strada che ogni mattina porta i lavoratori dal villaggio di Tuba alla città, ma questa volta si cammina assieme. Si cammina nella “Palestinian Peace Area”, come ricordano i manifesti attaccati sui blocchi che delimitano la “firing zone”, un’area nata all’inizio degli anni ’70 destinata alle esercitazioni militari comprendente dodici villaggi palestinesi, di cui attualmente otto sotto ordine di evacuazione e demolizione. E’ un gruppo folto, unito, quello dei Palestinesi accorsi da molti dei villaggi vicini in segno di solidarietà. C’è gente di At-Tuwani, Al-Mufaqarah, Susiya, Ar-Raeez, Jawwaya, Maghayir al Abeed, al Birke. Tra cori, striscioni e musica si parte da At-Tuwani alle undici del mattino. Nei vari cartelloni branditi da un gruppo di bambine c’è anche Vittorio Arrigoni e il suo Restiamo Umani. La marcia cammina sulle strade polverose palestinesi, affiancando i piloni della corrente abbattuti dall’esercito ed in direzione di Al Mufaqarah, villaggio che è stato luogo di arresti e demolizioni in passato e oggi importante centro della resistenza nonviolenta delle colline a sud di Hebron. Il corteo cresce lungo la strada accogliendo con se i palestinesi che trova. Il messaggio è solo uno: “PEACE IS WHAT WE WANT”. Questo è quello che continua a ripetere il coordinatore del comitato nonviolento promotore della marcia. Non c’è odio sulla faccia dei manifestanti ma tanta gioia e solidarietà per chi queste strade le fa tutti i giorni, e spesso nell’incertezza e nella paura di essere attaccato dai coloni. Dopo esser passati vicino all’avamposto di Avigayil, sempre scortati a vista dall’esercito israeliano, ci si ferma a Al Mufaqarah per un tè in un clima di festa. Si riparte, percorrendo il sentiero vicino all’avamposto di Havat Ma’on, dove una decina di coloni attendono l’arrivo dei manifestanti. Troppe volte i palestinesi sono stati vittime di attacchi percorrendo una strada che gli appartiene di diritto, ma oggi no. C’è l’esercito, ci sono gli attivisti israeliani e internazionali, c’è la voglia della gente di portare avanti una manifestazione pacifica. Sotto gli occhi attoniti dei coloni centinaia di palestinesi affollando il percorso, rendendo qualsiasi provocazione sterile. Dopo due ore dalla partenza si giunge a Tuba, dove decine di persone attendevano la marcia, pronti con cibarie ed acqua, in una giornata particolarmente calda. Nel pomeriggio i manifestanti hanno preso parte alla proiezione di Tomorrow’s Land un documentario sull’occupazione e sulla resistenza nonviolenta di cui molti di loro erano protagonisti. Oltre allo stupore di ritrovarsi sul grande schermo, in molti è cresciuta la consapevolezza che l’occupazione non la si può nascondere, che tutto ciò che hanno subito non è stato e non sarà mai dimenticato, nel tentativo di costruire un futuro migliore. E proprio la documentazione e la denuncia sono alcune delle armi nonviolente di questi villaggi.

È strano come si possa avere una differente percezione di uno stesso episodio: quello che per i volontari internazionali e per gli attivisti desta indignazione, per la gente del posto invece è la normalità. Al ritorno diversi palestinesi sono stati attaccati dai coloni. Quasi a dimostrare che non basti una marcia per rivendicare l’appartenenza di una strada, ma questo è un processo lungo che si porta avanti giorno dopo giorno. Per oggi qualcosa di straordinario è stato raggiunto, ovvero che una volta tanto un colono è stato arrestato. Forse ci piace pensare sia stata anche una diretta conseguenza della marcia e del loro impegno quotidiano nel ripudio della violenza. Intanto i palestinesi guardano già al prossimo anno, quando si collegheranno con la marcia italiana in streaming, e per quel giorno vogliono essere sempre di più.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’evento: http://snipurl.com/2537aor

 

Per informazioni:

Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Second Peace March in the South Hebron Hills – Saturday, September 22

settembre 19, 2012 at 12:55 pm


At-Tuwani, South Hebron Hills

Contact: 054 992 5773, Operation Dove

What: Peace March across five Palestinian communities in the South Hebron Hills.

Where: Villages of At-Tuwani, Al Mufaqarah, Maghayir Al Abeed, Isfey and Tuba.

When: Saturday, 22nd of September. The march will start from At-Tuwani at 10 am and will end in Tuba village at around 4 pm.

Why: The purpose of the march is to reinforce the communities’ right to live and to resist in a nonviolent way under Israeli occupation and settler’s violence. Walking for peace means acting for peace. And acting for peace means acting against injustice.

Additional Info:

The event is organized by the Popular Resistance Committee of South Hebron Hills and is inspired by the Italian Perugia-Assisi Peace March. The march will pass through lands that are particularly targeted by settler’s attacks (against properties and people) and will stop in four villages inside the Firing Zone 918. From November 1, seven Palestinian villages in this area will be under risk of evacuation because the territory is needed for Israel Defense Forces training exercises.

The conclusion of the event will take place in Tuba village, where there will be speeches of Palestinian representatives, Israeli peace activists and international volunteers; there will be also musical entertainment and a show of Palestinian traditional dance, dabke.

It will be possible to sleep in Tuba village. Everyone who wants to do it should bring his sleeping bag.

Please confirm your participation at the event.

“Despite the military aggressive rules, despite the settler’s violence, despite the human rights violations, despite the demolitions of the Palestinian homes, we pray for peace, we act for peace, we will march for peace.” Said the coordinator of the South Hebron Hills Popular Resistance Committee.

Please come to participate and to support Palestinian communities under demolition and evacuation risk in their attempt to affirm their right to exist.

Come to support their efforts for the peace and the justice.

Come to act for peace.