Diario incompleto di 3 mesi in Palestina

agosto 4, 2014 at 3:43 pm

Oggi tra le sue montagne in Valle d’Aosta, è mancata una persona che ha dedicato vita, tempo, energie e pensieri al villaggio di At Tuwani.
Jean Emile aveva deciso di fare il lungo periodo con Operazione Colomba, ossia di donarsi per due anni alle persone che soffrono l’ingiustizia quotidiana dell’occupazione israeliana, stando con loro, condividendo la gioia e il buio delle ingiustizie subite.
Non si è mai risparmiato Jean e come ci chiamano qua, è stato uno “human right defender”, un difensore dei diritti umani, una persona capace di rendersi disponibile sempre e in qualunque circostanza.
Noi volontari sul campo gli abbiamo voluto bene e abbiamo imparato un sacco da lui e speriamo di fare tesoro, per il futuro che ci aspetta in terra di Plaestina, delle sue qualità più belle : la sua sete di giustizia che l’ha portato sino qua, la sua umanità che l’ha accompagnato in ogni suo passo, la sua semplicità disarmante che ci ha aiutato nei momenti più difficili.
Lasciamo a voi queste righe del nostro caro compagno Jean Emile

“DIARIO INCOMPLETO DI 3 MESI IN PLAESTINA

Prima di affrontare la vita in Palestina non avevo mai riflettuto così a lungo sul significato della parola “Resistenza”:

Resistenza è camminare

Resistenza è restare concentrati quattro ore di fila per scrutare un boschetto con un cannocchiale malfunzionante

Resistenza è stare concentrato sul video della telecamera quando sei circondato da una decina di soldati che imbracciando il mitra con evidente nervosismo

Resistenza è concentrarsi, dopo una giornata di lavoro, per scrivere un articolo sulla follia. Se va bene hai ancora un’ora e mezza

Resistenza è mangiare colazione alle 6.30 del mattino e pranzo alle 4 del pomeriggio

Resistenza è usare olio di semi per il soffritto perché l’olio d’oliva costa troppo

Resistenza è essere in due a fare le cose che andrebbero fatte in sei

Resistenza è uscire di casa alle 9.15, correre per chilometri in salita e discesa dalle 10 alle 13.30, rientrare a casa, mangiare e cadere finalmente in un sonno profondo… “svegliati dai, ci hanno chiamati, giù alla strada c’è un’emergenza”

Resistenza è correre veloce, più veloce dei tuoi muscoli e polmoni

Resistenza è sopportare un attacco d’asma giocando a palle di neve ai confini del deserto

Resistenza è dormire per terra, insieme a tuoi compagni

Resistenza è “finalmente stanotte dovrebbe arrivare un’altra compagna” – “No, è stata respinta all’aeroporto”

Resistenza è andare a letto alle 20.30 dopo aver bevuto dodici bicchieri di tè e due di caffè arabo, sapendo benissimo che non ti addormenterai prima dell’una di notte

Resistenza è svegliarsi alle tre di notte per andare in bagno e scoprire che alcuni militari dentro una camionetta ti stanno tenendo d’occhio… dall’alto

Resistenza è non dormire affatto, perché la paura di un’incursione notturna dell’esercito israeliano non dà pace alla mente

Resistenza è accompagnare due palestinesi disarmati nel bel mezzo di esercitazioni militari a cui partecipano centinaia di soldati

Resistenza è andare a visitare il villaggio circondato da centinaia di soldati isrealiani per incontrare gli occhi dei suoi abitanti

Resistenza è stare insieme intorno a un fuoco scrutando, nella notte, i soldati con un cannocchiale

Resistenza è accettare di mangiare pop corn mentre le truppe israeliane si stanno esercitando nel buio, a pochi metri di distanza… e due commilitoni stanno visibilmente dirigendosi nella tua direzione

Resistenza è visitare una famiglia che sta costruendo una nuova casa. In questa terra l’unico modo per farlo è farlo illegalmente e spesso sotto una tenda

Resistenza è stare in piedi tra un pastore palestinese e un colono israeliano, sapendo benissimo che se quest’ultimo decide di attaccare non avrai neanche il tempo di pensare

Resistenza è sentirsi dire da un ebreo “You like Nazi?”

Resistenza è assistere al parto di una pecora a qualche centinaio di metri da un avamposto di coloni nazional-religiosi

Resistenza è accompagnare un pastore nello stesso posto in cui era stato picchiato neanche 24 ore prima

Resistenza è apprendere che su quel pozzo c’era scritto, in ebraico: “Morte agli arabi. Rabbino Kahane aveva ragione”

Resistenza è continuare a sentire l’umanità dell’altro, nonostante il conflitto

Resistenza è impiegare due ore per accendere la stufa, perché piove da giorni e la legna è tutta bagnata

Resistenza è utilizzare un sacco di plastica e una maglia per accendere la stufa

Resistenza è rischiare di rimanere intossicati dal fumo che esce dalla parte sbagliata della stufa

Resistenza è cucinare la polenta sul fuoco della stufa

Resistenza è puzzare di fumo e di sudore: sempre e comunque

Resistenza è assistere, di notte, al bendaggio e all’arresto di un palestinese sconosciuto senza poter far molto, se non chiedere spiegazioni e riprendere con la videocamera

Resistenza è ricevere minacce perché stai riprendendo un palestinese sconosciuto, bendato e ammanettato sul ciglio della strada

Resistenza è ascoltare canzoni di donne che inneggiano alla libertà, di fronte a decine di soldati

Resistenza è convincere i soldati a farti riprendere mappe geografiche riportanti confini illegali

Resistenza è assistere allo scivolone maldestro di un soldato mentre sta cercando di raggiungerti per parlare… il fango ha otturato la canna del suo M-16

Resistenza è parlare per decine di minuti con soldati che si esprimono attraverso stereotipi e cliché

Resistenza è spiegare ad un soldato, per l’ennesima volta, che sta violando la sentenza della Corte Suprema Israeliana

Resistenza è scoprire che una soldatessa di leva la pensa come te

Resistenza è ascoltare la sofferenza umana, da qualsiasi parte arrivi

Resistenza è litigare con il tuo compagno per non aver fatto abbastanza

Resistenza è arrabbiarsi con sé stessi per non aver dato abbastanza

Resistenza è guardare in faccia all’ingiustizia, giorno per giorno

Resistenza è essere presi in giro da chi “proteggi”

Resistenza è non riuscire più a capire chi protegge chi

Resistenza è cercare di esprimersi in arabo senza averlo mai studiato

Resistenza è sentirsi giudicati per non aver imparato abbastanza in fretta quella lingua altrimenti sconosciuta

Resistenza è non dare ascolto a quella vocina interiore che dice “se c’era qualcun’altro, sicuramente, avrebbe fatto meglio”

Resistenza è sapere che ci sono palestinesi rinchiusi in carcere da mesi, da anni senza processo e senza motivazioni d’accusa

Resistenza è scoprire che molti di questi palestinesi sono in sciopero della fame da settimane o mesi… e in Europa sono veramente in pochi a saperlo

Resistenza è tornare insieme ai palestinesi sui campi che gli hanno proibito di coltivare… tutte le settimane

Resistenza è assistere all’arresto degli attivisti israeliani che si interpongono fisicamente per difendere i diritti di quei contadini

Resistenza è cooperare. Israelian*, palestinesi, italian*, inglesi, statunitensi, svedesi, cech*, polacch* insieme per raggiungere un unico fine senza confini: la giustizia

Resistenza è fare tutto questo per amore,

E tanto altro ancora…”

Jean Emile

Non serve correre se non sai volare.

luglio 19, 2014 at 4:07 am
C’era il sole e un po’ di vento.
A due passi dal mare.
C’era il rumore del mare contro il molo.
C’era la sabbia
e c’era un pallone.
Non c’erano scarpe,
solo piedi nudi sulla sabbia.
C’era il mare, appunto.
E quello squarcio di orizzonte.
Come una fuga,
ché anche se guardi bene
non lo vedi che l’orizzonte è mutilato.
Come una prigione, ma molto più grande.
Come una prigione, ma senza il tetto.
Come una prigione, ma a cielo aperto.
Quando sembra di non avere vie di fuga
basterebbe guardare il mare.
Ché il mare da serenità.
Ché il mare è uno slancio,
se non puoi scappare.
E’ di là che viene voglia di andare,
in volo,
via di là.
Per sempre,
via.
Si,
ma c’era il sole e un po’ di vento.
C’erano Mohammed,
Ismail,
Zakariya
e c’era Ahed.
C’era la sabbia
e c’era un pallone.
Poi un colpo
e la fuga,
a piedi scalzi,
in direzione opposta al mare,
perché il colpo è arrivato da lì,
proprio dal mare,
da quell’orizzonte
mutilato.
Mutilati, infatti.
Non serve correre se non sai volare.
Protesi verso il mare,
per un po’ di libertà.
In fuga dal mare,
in direzione contraria,
per salvarsi,
ma in volo.
C’era una corsa
e poi un altro colpo.
Poi il buio.
e niente sole.
Buio.
Niente più rumore del mare.
Silenzio.
Niente più vento,
niente più mare,
niente più sabbia.
Buio.
La morte è venuta dal mare,
qualcuno ha detto che era un drone,
in volo.
Poi no,
un colpo sparato da una motovedetta
della marina israeliana,
a caccia di terroristi.
A Gaza,
non serve correre se non sai volare.
…..
Dodici anni fa, da dentro Gaza, le cose non erano tanto diverse..
[quindiciluglioduemiladue]
Un’altra notte sotto coprifuoco. I soldati sono lì a qualche centinaio di metri, dove sull’asfalto sfavillante sfrecciano i pick-up dei coloni. Gli occhi arretrano fino alla sabbia dove sono seduto… Palme abbattute, campi divelti, case abbattute, un asino depresso, una donna che tiene al guinzaglio una capra, i bimbi che giocano a palla nella sabbia… Finché dalla jeep bianca una voce annuncia il coprifuoco.
Mi viene il vomito nonostante questo tramonto. Mi viene il vomito nonostante questo cielo. Abbiamo dormito nei sacchi a pelo sotto un mezzo tetto di lamiere, sacchi e palme. Lontano, colpi di cannone e smitragliate. I figli di Hassem, che ci ospita, si svegliano dal sonno.
Non gli riesce neanche di sognare, sognare una terra e la libertà. La libertà di essere palestinesi, la libertà di poter giocare a palla…
Anche i sogni gli hanno estirpato.
I bimbi piangono.
Sognano il mare di Gaza.
Sognano l’acqua del mare che scompare e i pesci che muoiono.
Le donne ricurve fanno il pane. Al-Jazeera e CNN non parlano di Medio Oriente, come se fosse pace…
E invece in qualche posto qui vicino qualcuno ha sparato, i carri armati hanno cingolato, i bulldozer hanno lavorato. Mi viene il vomito.
I bimbi scalzi ci spiano e sorridono.
La notte è passata, sempre uguale, sempre calda, sempre amara.
…..
Resistiamo, Umani.
F.

Nena News: GAZA. Le origini dell’attacco (seconda parte)

luglio 14, 2014 at 4:51 pm

Mentre l’esercito israeliano metteva a ferro e a fuoco la Cisgiordania e grida di vendetta divampavano da Gerusalemme alle colonie, il governo Netanyahu sapeva che i tre adolescenti erano morti. Tra censura, menzogne e manipolazione, la ricostruzione dell’ultimo mese di violenza in Palestina.

 

La casa di Mohammed Abu Khdeir (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

La casa di Mohammed Abu Khdeir (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

 

Prima parte

di Max Blumenthal – Electronic Intifada

Roma, 13 luglio 2014, Nena News – Nonostante Qawasmeh ed Abu Eishe fossero ampiamente conosciuti come membri veterani dell’ala militare di Hamas, rappresentavano un elemento-canaglia che ha piuttosto agito contro la volontà della leadership di Hamas e senza che quest’ultima lo sapesse.

Secondo il giornalista israeliano Shlomi Eldar, i membri del clan Qawasmeh di Hebron si erano guadagnati una reputazione per aver attaccato obiettivi civili israeliani durante il cessate il fuoco tra Hamas e Israele.

Mentre una famiglia allargata di oltre 10 mila persone difficilmente può essere incolpata per le azioni di alcuni dei suoi membri, è da notare che gli attacchi condotti dai combattenti della famiglia sono stati privatamente criticati dai leader di Hamas, come spiega Eldar. La leadership di Hamas considerava le loro operazioni atti autodistruttivi di sabotaggio e ha spesso pagato per loro sotto forma di assassinii israeliani. In ogni caso, la violenza ha mandato in frantumi il cessate il fuoco e ispirato rinnovati attacchi e spargimenti di sangue.

“La stessa cosa si sta realizzando ora”, scrive Eldar. “Marwan Qawasmeh e Amer Abu Eishe hanno portato Hamas in un luogo dove la sua leadership non aveva mai avuto intenzione di andare”.

La leadership di Hamas deve ancora assumersi la responsabilità per il rapimento e probabilmente non era a conoscenza della sua pianificazione. Come osserva il corrispondente militare di Haaretz Amos Harel, “Finora, non ci sono prove che la leadership di Hamas, sia a Gaza o all’estero, sia coinvolta nel rapimento”. Harel aggiunge che il rapimento ha “effettivamente congelato la riconciliazione Fatah-Hamas”.

Perché la leadership di Hamas avrebbe autorizzato un’operazione che rischiava così chiaramente di mandare a monte i risultati politici del movimento, distruggendo la vantata unità e lasciando senza rivali Abbas in Cisgiordania?

Il blitz di propaganda del governo israeliano ha affogato domande che fanno riflettere come questa. A sua volta, l’ordine di censura ha ostruito il flusso di informazioni che avrebbero complicato la propaganda.

Determinato a riformulare la narrazione dei media internazionali attorno alla difficile situazione di Israele nelle mani del terrorismo palestinese, Netanyahu è andato all’attacco.

#BringBackOurBoys

Il 17 giugno, lo stesso giorno in cui l’esercito israeliano confiscava le telecamere a circuito chiuso di Beitunia che avevano registrato le immagini dei suoi soldati intenti a uccidere due ragazzi palestinesi disarmati durante la protesta del Nakba Day, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Ron Prosor  saliva dietro un leggio presso la Missione delle Nazioni Unite a New York.

“Sono passati cinque giorni da quando i nostri ragazzi sono scomparsi  – tuonava Prosor – e chiedo alla comunità internazionale: dove siete? Dove siete!? ”

Riferendosi al governo di unità nazionale Fatah-Hamas, Prosor aggiungeva: “Tutti quelli che nella comunità internazionale si erano precipitati a benedire questo matrimonio, dovrebbero guardare negli occhi i genitori straziati e avere il coraggio di assumersi la propria responsabilità condannando il rapimento. La comunità internazionale ha fatto un cattivo affare e Israele sta pagando per questo “.

Accanto Prosor c’era un grande cartello che mostra i volti sorridenti dei tre ragazzi scomparsi sotto un hashtag che recitava #BringBackOurBoys.  Il blitz propagandistico di Israele si stava avvicinando al suo apice.

life under terror

Per giorni, i leader della propaganda online addestrati da Israele – dal portavoce delle unità dell’esercito israeliano, all’Agenzia ebraica, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – hanno inondato i social media con l’hashtag #BringBackOurBoys. Imitando la promozione di Michelle Obama dell’ hashtag #BringBackOurGirls che mirava a sensibilizzare sul rapimento di studentesse nigeriane da parte di militanti islamici, l’accigliata moglie del primo ministro israeliano, Sara, ha postato una sua foto su Facebook mentre mostrava un cartello che recitava: #BringBackOurBoys.

La campagna sui social media ha riecheggiato in tutte le comunità ebraiche degli Stati Uniti, con le sinagoghe di tutto il paese che esponevano nastri gialli in uno spettacolo di solidarietà con i ragazzi scomparsi attentamente coordinato. A New York, i politici locali apparivano ai raduni pro-Israele, mentre i diplomatici americani – dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Samantha Power all’ambasciatore Susan Rice – gareggiavano tra loro per il tributo più emozionante offerto ai ragazzi rapiti.

A Rachel Frenkel, la madre del rapito Naftali Frenkel,  il governo israeliano ha pagato un viaggio al Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra, per invocare l’aiuto internazionale per salvare suo figlio.

L’intera campagna di propaganda è stata messa in moto immediatamente, nonostante Netanyahu e la sua cerchia interna sapessero che i ragazzi erano quasi certamente morti. Ed è stata attivata grazie all’ordine di censura dello Shin Bet, che persino i corrispondenti stranieri come il responsabile dell’ufficio del New York Times  Jodi Rudoren hanno rispettato. Il governo israeliano ha rifiutato di consentire ai fatti da interferire con quella che sembrava un opportunità politica.

Dietro l’immagine pietosa che veniva mostrata al mondo, la società israeliana era assetata di sangue. Una pagina di Facebook creata spontaneamente chiedeva l’esecuzione di un prigioniero palestinese per ogni ora in cui i ragazzi fossero rimasti dispersi, mentre un’altra chiamata “Il popolo di Israele chiede vendetta” ha raccolto più di 35 mila likes, per lo più da giovani israeliani, in pochi giorni.

Manipolato da una campagna di alto livello di inganno e disinformazione per fargli credere che “suoi ragazzi” fossero ancora vivi, il pubblico israeliano stava per ricevere notizia scioccante. Nena News (continua)

Traduzione a cura della redazione di Nena News

NenaNews: GAZA. Le origini dell’attacco (prima parte)

luglio 13, 2014 at 6:09 am

Mentre l’esercito israeliano metteva a ferro e a fuoco la Cisgiordania e grida di vendetta divampavano da Gerusalemme alle colonie, il governo Netanyahu sapeva che i tre adolescenti erano morti. Tra censura, menzogne e manipolazione, la ricostruzione dell’ultimo mese di violenza in Palestina

Soldati israeliani in un villaggio palestinese (Fonte Infopal)

Soldati israeliani in un villaggio palestinese (Fonte Infopal)

 

di Max Blumenthal – Electronic Intifada

Roma, 12 luglio 2014, Nena News – Dal momento in cui il mese scorso i tre ragazzi israeliani sono stati dichiarati dispersi, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’apparato militare e di intelligence [Shin Bet, ndt] del paese hanno impedito il flusso di informazioni al pubblico. Attraverso una miscela tossica di propaganda, sotterfugi e incitamento, hanno infiammato una situazione precaria, manipolando gli israeliani nel sostenere la loro agenda fino a quando hanno reso un incubo assolutamente evitabile inevitabile.

Polizia israeliana, funzionari dell’intelligence e Netanyahu sapevano, a poche ore dal rapimento, che i tre ragazzi erano stati uccisi. E sapevano chi fossero i primi sospetti meno di un giorno dopo la segnalazione del sequestro.

Invece di rivelare questi dettagli al pubblico, lo Shin Bet ha imposto un ordine di censura sui media nazionali, proibendo ai giornali di riferire che i ragazzi erano quasi certamente stati uccisi, e vietando loro di rivelare l’identità dei loro sospetti assassini. Lo Shin Bet ha anche mentito ai genitori dei ragazzi rapiti,  facendo loro credere che i loro figli fossero vivi.

Invece di ordinare un intervento limitato per catturare i presunti responsabili e recuperare i corpi dei ragazzi, Netanyahu ha organizzato una campagna internazionale di pubbliche relazioni aggressiva, chiedendo simpatia e indignazione da parte dei leader mondiali: questi ultimi hanno avuto l’impressione che i ragazzi scomparsi fossero ancora vivi.

Nel frattempo, le forze armate israeliane  imperversavano in tutta la Cisgiordania occupata e bombardavano la Striscia di Gaza in una campagna di punizione collettiva ingannevolmente confezionata per gli israeliani e per il mondo come una missione di salvataggio.

I dettagli critici che erano a conoscenza di Netanyahu e dell’apparato militare e di intelligence, sono stati rivelati al pubblico israeliano solo dopo il rapimento di oltre 560 palestinesi, di cui almeno 200 ancora detenuti senza accuse; dopo il raid delle università palestinesi e il saccheggio di innumerevoli abitazioni; dopo l’uccisione di sei civili palestinesi da parte delle forze israeliane; dopo che la polizia dell’Autorità palestinese addestrata dagli americani aveva assistito i soldati israeliani nell’attacco ai giovani palestinesi nel centro di Ramallah; dopo il presunto furto da parte delle truppe israeliane di $ 3 milioni di dollari; e dopo che la stravaganza delle relazioni pubbliche internazionali di Israele aveva fatto il suo corso.

L’assalto in Cisgiordania è arrivato sulla scia del crollo dei negoziati guidati dagli Stati Uniti – per i quali questi ultimi hanno incolpato Netanyahu – e subito dopo la ratifica dell’accordo di unità di Hamas con l’Autorità Palestinese controllata da Fatah. Netanyahu stava ancora soffrendo per il riconoscimento da parte degli Stati Uniti del governo palestinese di unità nazionale quando è stato raggiunto dalla notizia del rapimento dei tre ragazzi. Visto che non bisogna mai perdere l’occasione di danneggiare i palestinesi, lui e la sua cerchia ristretta hanno pensato bene di attingere al sequestro per un valore massimo di propaganda.

Settimane dopo l’incidente, è ormai chiaro che il governo israeliano, i servizi segreti e l’esercito  si siano dotati di una copertura per fornire a loro stessi spazio politico per una campagna militare che aveva poco a che fare con il salvataggio di eventuali adolescenti rapiti.

La campagna di disinformazione che essi hanno intrapreso ha scagliato una popolazione pesantemente indottrinata – e comprensibilmente militarizzata –  in una frenesia tribalistica, provocando un’ondata di incitamento ad alto livello, culminata con la scioccante uccisione per vendetta di un adolescente palestinese innocente e disordini in tutta Gerusalemme est.

Non è dato sapere quando finirà il caos e quanto lontano si diffonderà. Ma le sue origini sono sempre più chiare.

IMBAVAGLIARE LA STAMPA, MENTIRE AI GENITORI DEI RAGAZZI

Il 12 giugno, tre giovani israeliani ebrei, Naftali Frenkel, Gilad Shaar e Eyal Yifrach,  scompaiono mentre fanno l’autostop da Kfar Etzion, un insediamento illegale nella Cisgiordania occupata. Alle 22.25 Shaar fa’ una chiamata in preda al panico alla polizia israeliana.

Durante la chiamata inquietante della durata di due minuti e nove secondi, si possono sentire i presunti rapitori mentre ordinano ai giovani a tenere la testa abbassata. In sottofondo, mentre Shaar chiede aiuto, si sente Radio Israele. Poi si sentono diversi colpi di pistola seguiti da un canto celebrativo, mentre i rapitori  dicono: “Abbiamo i tre.” I ragazzi sono stati uccisi.

Ci è voluto fino alla mattina successiva perché la polizia collegasse la chiamata effettuata alla denuncia presentata dai genitori dei giovani. In un incontro con i funzionari dello Shin Bet, quel giorno, i genitori dei ragazzi hanno ascoltato la registrazione della telefonata.

Bat Galim Shaar, la madre di Gilad Shaar, ha chiesto che gli investigatori le spiegassero il perché degli spari in sottofondo, e se questo significasse che suo figlio era morto.

Secondo Bat Galim Shaar, la polizia ha detto che i proiettili erano “a salve”. Quando l’auto utilizzata dai presunti rapitori è stato scoperta bruciata al lato di una strada, lo Shin Bet le ha detto che nessuna traccia di DNA era stata trovata. Eppure, proiettili e sangue erano presenti in tutto l’interno della vettura. Lo Shin Bet aveva mentito ai genitori dei ragazzi scomparsi, al fine di alimentare false speranze che i loro figli fossero ancora vivi.

“Quando [lo Shin Bet] alle 6 di venerdì mi ha detto che l’esercito era al lavoro sul posto – ha detto Bat Galim Shaar alla televisione israeliana Channel 10 – mi sono sentita meglio meglio, come se fossimo in buone mani. Sono stata ingenua, ho detto a tutti che Gilad sarebbe tornato a casa prima dello Shabbat. ”

Dopo aver ingannato i genitori delle vittime, l’apparato militare e di intelligence israeliano si è mosso per nascondere la verità al pubblico, imponendo una censura che proibiva ai media del paese di riferire il suono degli spari nella chiamata registrata dalla polizia.

Secondo il testo dell’ordine di censura, che è stato pubblicato in inglese dal portale Mondoweiss, i militari avevano proibito ai giornalisti israeliani di pubblicare “tutti i dettagli dell’indagine” e “tutti i dati che potrebbero identificarne i sospetti”.

Non solo tutti i soggetti coinvolti nell’inchiesta – Netanyahu, lo Shin Bet, i militari – sapevano da subito che i tre ragazzi scomparsi erano quasi certamente morti, ma avevano anche individuato i due uomini che credevano fossero responsabili del crimine poco più di un giorno dopo che si era verificato.

Per legittimare gli obiettivi più ampi dei militari, anche questa informazione è stata nascosta.

NASCONDERE I SOSPETTI

Il 17 giugno il sito di notizie in lingua araba Rai Al Youm ha riferito che la polizia israeliana e gli agenti dello Shin Bet avevano fatto irruzione nelle case di Marwan Qawasmeh e Amer Abu Eishe, i principali sospettati, a sud della città di Hebron. In quanto portale palestinese di stampa con sede a Londra, Rai Al Youm non è stato oggetto dell’ordine di censura dei militari israeliani ed era quindi libero di pubblicare i nomi dei due sospetti rapitori.

Citando un report del portale israeliano Walla! che era stato ripulito dall’ordine di censura o altrimenti reso inaccessibile, Rai Al Youm ha sintetizzato il racconto dal padre di Abu Eishe come segue: “Sabato all’alba [due giorni dopo la segnalazione del presunto sequestro], le forze speciali dell’esercito israeliano hanno fatto irruzione nella casa e interrogato i figli della famiglia cercando di trovare tutte le informazioni che li avrebbero aiutati  a capire dove si trovassero, ma non hanno avuto successo”.

Il padre di Abu Eishe ha aggiunto che lo Shin Bet aveva arrestato anche la moglie di suo figlio per interrogarla. Uno zio di Qawasmeh ha dichiarato che quattro dei fratelli di suo nipote e sua moglie erano stati arrestati il giorno dopo il presunto rapimento e interrogati.

Rai Al Youm ha aggiunto: “Molti dei corrispondenti militari dei media israeliani hanno riferito venerdì scorso una dichiarazione attribuita a un funzionario della sicurezza palestinese, in cui ha detto che l’Autorità Palestinese è sulle tracce di due persone di Hamas scomparse giovedì scorso [il giorno del sequestro] e che le forze di sicurezza dell’Anp hanno fornito le informazioni che dovevano a Israele. E ora è chiaro che questa storia era vera e che Israele li sta cercando e li ha accusati di essere dietro il rapimento.”

Allison Deger, corrispondente di Mondoweiss, ha visitato la casa di Qawasmeh e ha confermato che l’esercito e lo Shin Bet aveva portato via alcuni membri maschili della famiglia per un interrogatorio il 14 giugno.

In una normale indagine penale di alto profilo, i nomi dei sospetti fuggitivi sono ampiamente pubblicizzati. Gli investigatori affiggono poster dei criminali ricercati in spazi pubblici mentre i funzionari di polizia organizzano conferenze stampa in cerca di aiuto da parte del pubblico. In questo caso, tuttavia, i servizi di intelligence di Israele hanno scelto di mantenere le identità dei loro sospetti in un segreto gelosamente custodito per due settimane.

Mentre Netanyahu e i suoi principali deputati accusavano tutti i membri di Hamas per il rapimento, l’ordine di censura dello Shin Bet aveva soppresso tutte le informazioni relative alle identità dei sospetti fino al 26 giugno. Per quel che ne sapeva il pubblico israeliano, i rapitori avrebbero potuto essere ovunque in Cisgiordania, in qualsiasi scuola o casa o caffè o pollaio dove chiunque lontanamente affiliato a Hamas avrebbe potuto riunirsi.

Dopo aver manipolato una popolazione particolarmente suggestionabile attraverso l’attenta gestione delle informazioni, i militari avevano ottenuto tutta la latitudine politica di cui avevano bisogno per scatenarsi nelle città lontane dal luogo del delitto.

Durante un raid dell’università di Bir Zeit vicino a Ramallah, le truppe israeliane hanno sequestrato centinaia di bandiere di Hamas e le hanno portate via in camion, come se avessero ottenuto preziose testimonianze. Quando l’esercito ha bombardato la Striscia di Gaza, l’unica giustificazione di cui aveva bisogno era che il territorio costiero assediato era governato da Hamas.

Un sondaggio pubblicato il 2 luglio ha rivelato che il 76 per cento degli ebrei israeliani ha approvato le azioni dell’esercito e ha espresso un sostegno schiacciante per lo Shin Bet.

In breve tempo, l’ordine di censura aveva prodotto il risultato sperato. Nena News (Continua)

 

 

(Traduzione a cura della redazione di Nena News)

Link del’articolo: http://nena-news.it/gaza-le-origini-dellattacco-prima-parte/

+972 Mag: Palestinian teen murdered in suspected ‘revenge kidnapping’

luglio 3, 2014 at 5:34 am

By Michael Omer-Man, 2 July, 2014

Heavy clashes take place in a number of East Jerusalem neighborhoods, leading to dozens of injuries, including two photographers from Activestills; Kerry conveys condolences to the Palestinian people over despicable murder; ‘revenge’ calls spread throughout Israeli social networks, streets of Jerusalem.

Clashes between Palestinian youths and Israeli police broke out Wednesday morning when news broke of a suspected kidnapping and murder of a Palestinian teenager in the East Jerusalem neighborhood of Beit Hanina hours earlier. Speculation that the killing was a nationalistically motivated and perpetrated by Jewish Israelis as revenge for the kidnapping and murder of three Israeli teenagers in the West Bank appeared almost immediately in nearly every Israeli media outlet. Police initially urged caution, saying that no motive had been established, but later said they estimated it was a “nationalistic” crime.

Muhammad Hussein Abu Khdeir was walking to morning prayers for Ramadan after 3 a.m. Wednesday morning when a car pulled up and a number of passengers forced him in. Police later found his burned body in a Jerusalem-area forest. A gag order covered other details of the investigation. The family reportedly agreed to an autopsy and the funeral was scheduled for Thursday.

U.S. Secretary of State John Kerry on Wednesday condemned the “despicable and senseless abduction and murder,” adding, “[t]here are no words to convey adequately our condolences to the Palestinian people.”

“Those who undertake acts of vengeance only destabilize an already explosive and emotional situation,” Kerry continued. “We look to both the Government of Israel and the Palestinian Authority to take all necessary steps to prevent acts of violence and bring their perpetrators to justice.”

The Israeli Prime Minister’s Office published a readout from a conversation Prime Minister Netanyahu had with Public Security Minister Yitzhak Aharonovitch, in which he asked police to work quickly to investigate “work as quickly as possible in order to investigate who is behind the reprehensible murder and what the motive was.” The written statement added that “the prime minister calls on all sides not to take the law into their own hands.”

The uncle of one of the murdered Israeli teens said that if there the Palestinian teen was killed as a nationalistically motivated crime or revenge, it would be horrendous. “There is no difference between [Arab] blood and [Jewish] blood.”

In the two days since Israeli troops found the bodies of the kidnapped teenagers, incitement and calls for revenge have been rampant. Defense Minister Moshe Ya’alon spoke of “settling the score,” Prime Minister Netanyahu called the murderers “human animals” and others called for swift action against Hamas and the Palestinians.

Hundreds of Jewish Israelis, many of them teenagers, marched through the streets of West and East Jerusalem for hours Tuesday night chanting “death to Arabs” and physically assaulting at least five Palestinians along the way. Police also reportedly prevented attacks against a number of Palestinians. Police arrested 50.

A photo posted to the ‘The people of Israel demand revenge’ Facebook page

A Facebook group established Monday night, called “The people of Israel demand revenge,” garnered over 37,000 “likes” by Wednesday afternoon. Followers of the page posted photos of themselves holding signs or with writing on their skin with messages inspired by the name of the Facebook page. A number of the posters appeared to be active duty soldiers, some of whom framed their signs with insignia, military gear and weapons.

Dozens of Palestinians were wounded in the clashes in East Jerusalem on Wednesday, with Ma’an reporting that 17 required hospitalization. Five police officers were reportedly wounded, and at least four journalists were shot with sponge-tipped bullets by police. Among those shot were two journalists from Palestine TV and two Activestills photographers. Activestills photojournalist Tali Mayer, who also works for Walla! News, was shot in the face and will have to undergo surgery.

The demonstrators damaged a number of light-rail stations and maintained a standoff with riot police in the Shuafat and Beit Hanina neighborhoods of East Jerusalem. Police shut down the main roads running through the area, which are also the main arteries connecting Jerusalem and Ramallah.

http://972mag.com/palestinian-teen-murdered-in-suspected-revenge-kidnapping/92841/

Palestinian shepherd detained by Israeli soldiers. Released by a popular struggle action.

luglio 1, 2014 at 9:40 am

Palestinian shepherd detained by Israeli soldiers. Released by a popular struggle action.

On June 27, a Palestinian shepherd from the South Hebron Hills village of Saddith Thala was detained by Israeli soldiers in the charge of throwing stones towards a setter’s car, passing on the Bypass road 317. He was released, because no evidence, by a popular struggle action.

VIDEO: 2014-05-21 7th festival of nonviolent resistance in At Tuwani

giugno 25, 2014 at 9:20 am

EAPPI: The tribulations of Khaled Al Najar

maggio 26, 2014 at 2:57 pm

by Hans, EAPPI South Hebron Hills

Khaled Al Najar is a simple, but proud and dignified Palestinian farmer from the small village of Qawawis in the South Hebron Hills. But today I saw him wipe a tear off his cheek. Last night, two settlers torched Khaled’s entire harvest. Months of labor, 3 tons of wheat, several tons of animal fodder and the 3-4 monthly wages his family of fourteen was to live on for the summer disappeared in an inferno fuelled by hate and God’s promise.

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Khaled Al Najar (Photo: EAPPI/H. Tyssen)

I was woken by a call at 5 am. Our good friend and driver, Abbed, had received a call from his brother who is a Palestinian contact in the Israeli human rights watchdog organization B’Tselem. “Khaled’s harvest is burning. Should we go?” he sleepily said. He is all too used to the occupation; he has never seen anything else. I immediately called our Italian colleagues in Operation Dove who live nearby. They were already at the scene, and there was nothing for us to do but to come back in the morning to write yet another report. Everything was lost. But nothing prepared me for the story I would be served.

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Smoke from the ashes (Photo: Operation Dove)

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Khaled, Abbed and EAs inspect the damage. Conclusion: Total. (Photo: EAPPI/H.Tyssen)

When my three colleagues from EAPPI and I arrived at 3:00 pm, a gang of settlers on tour were making their way back into their bus. Apparently the misfortune of Palestinians is the newest attraction on their sightseeing tours in the West Bank. Khaled was stood in the middle of his field, watching what once was his livelihood reduced to a pile of ash, with tiny flames still sparking up wherever they found some remnants to devour. The day before we had seen him finish the harvest of his 25,000 square meters of wheat, and everything was done painstakingly by hand. He had left it on the field to dry. At about 3:45 in the morning, a worker from his village had seen a car with two settlers circling the area. But the car was already late for the checkpoint crossing into Israel, where you have to be at 4:00 am to be in time for work, and the driver was unwilling to stop. Ten minutes later another worker saw the two settlers torching the pile and make for a quick escape. That’s when Khaled was called.

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Remnants of a harvest (Photo: Operation Dove)

UPDATE: Palestinian harvest burned near Mitzpe Yair Israeli outpost and Suseya settlement

maggio 23, 2014 at 1:52 pm

On May 22, at about 4:30 am, Palestinians from the South Hebron hills area village Qawawis discovered about 3 tons of wheat burning on a Palestinian-owned field close to the Bypass road 316 and the Israeli outpost of Mitzpe Yair, in front of Suseya settlement. The wheat was harvested the day before and collected on the field. At around 5:00 am, when some international observers arrived on the field, the Israeli police and army were there, with also an Israeli fireman. Israeli policeman and soldiers made some surveys until around 5:15 am. After that the fireman started to extinguish the fire. During the operations, the Palestinian family owns the field stayed on the border of it. At around 6:00 am, two of them were accompanied by the police to the Israeli police station of Kiryat Arba in order to complain the facts. Qawawis is a South Hebron hills area village that is suffering the Israeli occupation in particular because it is near the Israeli outpost of Mitzpe Yair and the Israeli settlement of Suseya.

by Operation Dove

by Operation Dove

Il 22 maggio , verso le 04:30 di mattina, i palestinesi del villaggio Qawawis, nelle colline a sud di Hebron hanno scoperto che circa 3 tonnellate di grano stavano bruciando su un campo di proprietà palestinese vicino alla Bypass road 316 e all’avamposto israeliano di Mitzpe Yair , di fronte alla colonia di Suseya. Il grano era stato raccolto il giorno prima e ammassato sul campo. Verso le 05:00, quando alcuni osservatori internazionali sono giunti sul luogo, la polizia, l’esercito e un vigile del fuoco israeliani erano già presenti. Un poliziotto e alcuni soldati israeliani hanno fatto alcuni rilevamenti fino alle 05:15 circa. Solo dopo il vigile del fuoco ha iniziato a spegnere l’incendio. Durante le operazioni, la famiglia palestinese proprietaria del campo è rimasta sul bordo dello stesso. Verso le 06:00, due di loro sono stati accompagnati dalla polizia alla stazione di polizia israeliana di Kiryat Arba per denunciare i fatti. Qawawis è un villaggio dell’area delle colline a sud di Hebron che sta soffrendo l’occupazione israeliana, in particolare perché vicino all’avamposto israeliano di Mitzpe Yair e all’ insediamento israeliano di Suseya.

 

P/R: Masafer Yatta: Israeli military training is damaging Palestinian harvest

maggio 14, 2014 at 5:57 am
Despite the mediation process, the Israeli army continues to train on private Palestinian property
(Italian follows)

May 14, 2014

At Tuwani – On May 12 and 13, Israeli military training took place on a Palestinian-owned fields, close to the Palestinian villages of Jinba and Al Mirkez, in Masafer Yatta. On May 12, from around 3.00 pm to 4.30 pm three army tanks went out of the near Israeli military base in order to train inside Palestinian owned fields, damaging the harvest.
Around 5 pm, four military tanks reentered Palestinian owned fields in order to start training once again, but when one of the tanks tried to enter a field that was still undamaged, several Palestinians stopped it by standing in front of it. At this point the soldiers returned inside the military base.

On May 13, the training was still taking place in the same fields of the day before and also in other undamaged ones. From around 11.15 am to around 12.00 pm four tanks went out of the near Israeli military base. Initially the Israeli tanks took position in the fields where few palestinian men were collecting the crops, disturbing their working activities. Because of this, other 20 Palestinian men and children who were working in the closest fields ran there in order to monitor the situation. Palestinian people tried to prevent the military operations but, anyway, the tanks heavily damaged the fields, most of the time intentionally increasing the damage through unusual operation. In the closest hills and fields many other Israeli soldiers trained themselves using weapons.

As for the legal issue regarding the South Hebron Hills area denominated Firing Zone 918 by the Israeli army, the time period given by the Civil Administration of the Occupied Territories to national and international organizations to access the area, as well as to rehabilitate the roads inside of it, will expire on the 15th of May. During the trial the Israeli High Court of Justice’s magistrates stated a mediation between the State and more than one thousand Palestinians who risk to be expelled from their homes and properties. By this decision the magistrates are trying to end the legal battle begun 15 years ago. Also by the mediation process the Palestinian residents reiterated their right to stay and live in their lands in Masafer Yatta.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the incident: http://www.operazionecolomba.it/galleries/palestina-israele/2014/-altro-1-di-5-421-2014-05-14-masafer-yatta-israeli-military-training-is-damaging-palestinian-harvest/

For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

By Operation Dove

by B’Tselem

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COMUNICATO STAMPA

Masafer Yatta: esercitazioni militari israeliane danneggiano raccolti palestinesi

Nonostante la mediazione, l’esercito israeliano continua ad esercitarsi sulle proprietà private palestinesi

14 maggio 2014

At Tuwani – Il 12 e il 13 maggio hanno avuto luogo delle esercitazioni dell’esercito israeliano su terreni coltivati da palestinesi, nei pressi dei villaggi palestinesi di Jinba e Al Mirkez.

Il 12 maggio, dalle ore 15:00 sino alle ore 16:30 circa, tre carri armati sono usciti dalla vicina base militare israeliana al fine di compiere dell’esercitazioni in terre di proprietà palestinese, danneggiandone i raccolti. Intorno alle 5 del pomeriggio, quattro carri armati israeliani sono entrati nuovamente in campi di proprietà palestinese al fine di ricominciare l’esercitazione, ma, quando uno di questi ha provato ad entrare in un campo non ancora danneggiato, alcuni palestinesi lo hanno fermato restando davanti al carro armato. A quel punto i militari sono rientrati alla base.

Il 13 maggio le esercitazioni sono ricominciate negli stessi campi del giorno precedente e anche in altri non ancora danneggiati. Dalle 11:15 alle 12:00 circa, quattro carro armati israeliani sono usciti dalla vicina base militare, inizialmente prendendo posizione nei campi dove alcuni Palestinesi stavano raccogliendo il grano, disturbando quindi le loro attività lavorative. A questo punto 20 Palestinesi, uomini e bambini, che stavano lavorando nei campi vicini, sono corsi sul posto per monitorare la situazione. I palestinesi hanno provato ad impedire le esercitazioni, ma i carro armati hanno ugualmente danneggiato i campi pesantemente, spesso aumentando i danni intenzionalmente attraverso manovre non usuali. Nei campi e nelle colline vicine molti altri soldati israeliani si esercitavano all’utilizzo di varie armi da fuoco.

Rispetto alla situazione legale dell’area delle colline a sud di Hebron denominata Firing Zone 918 dall’esercito israeliano, il periodo di tempo, indicato dall’Amministrazione Civile dei Territori occupati, di accesso all’area per le organizzazioni nazionali e internazionali, così come il periodo concesso per la sistemazione delle strade interne ad essa, scadrà il 15 maggio. Questo periodo di tempo è stato concesso come parte del processo di mediazione, iniziato lo scorso ottobre, che si sta svolgendo al di fuori del tribunale. Durante il processo i magistrati dell’Alta Corte di Giustizia israeliana hanno imposto una mediazione tra lo Stato e più di mille palestinesi che rischiano di essere espulsi dalle loro case e proprietà. Con questa decisione i magistrati stanno cercando di porre fine alla battaglia legale iniziata 15 anni fa. Anche attraverso il processo di mediazione i residenti palestinesi hanno voluto ribadire il loro diritto a rimanere e vivere nelle loro terre in Masafer Yatta.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://www.operazionecolomba.it/galleries/palestina-israele/2014/-altro-1-di-5-421-2014-05-14-masafer-yatta-israeli-military-training-is-damaging-palestinian-harvest/

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]