VIDEO: coloni minacciano e scacciano i pastori dalle loro terre, At Tuwani

marzo 13, 2013 at 2:30 pm

La mattina di sabato 2 febbraio dieci coloni hanno tentato di scacciare i palestinesi con le loro greggi dalle terre situate tra il villaggio di At Tuwani e la colonia di Ma’on. Quest’area è proprietà privata palestinese e viene coltivata ogni anno dalle famiglie del villaggio.

Verso le 10 una famiglia e due ragazzi del villaggio di At Tuwani stavano pascolando le loro greggi nelle collina di Khelly, quando 10 coloni (alcuni minorenni) sono corsi da Ma’on verso la valle per poi raggiungere i pastori. I coloni hanno hanno scacciato violentemente le pecore e intimato ai palestinesi di andare via dicendo che si trovavano in Israele e per questo motivo non potevano essere lì. I coloni hanno minacciato i palestinesi e due volontarie di Operazione Colomba che li accompagnavano, tentando anche di impedire loro di filmare la scena. Era presente sul posto una pattuglia di soldati, che non è riuscita ad impedire ai coloni di accorrere sui campi palestinesi, né di raggiungere i pastori. Una donna incinta si è interposta tra il gregge e i coloni per impedire un aumento della violenza, ricevendo urli e minacce lei stessa.

La tensione è diminuita dopo che molti abitanti del villaggio di At Tuwani, uomini, donne, bambini ed anche i più anziani, sono accorsi sul posto per difendere il loro diritto di usare quella terra.

Quando la polizia è arrivata sul posto ha detenuto un colono e un palestinese: il primo perché ha insultato un agente ed ha provato a scappare, il secondo perché sospettato di aver tirato una pietra. Entrambi sono stati rilasciati dopo circa un’ora.

 

Un tè con il nemico!

marzo 12, 2013 at 3:36 pm

Oggi evento storico. Dopo una mattina in cui Border Police ed esercito hanno minacciato i volontari,  scacciato i pastori e arrestato un ragazzo di Tuwani, sono usciti alcuni coloni dall’avamposto per fare una passeggiata al gate. Hussein, ragazzo di 15 anni, incitato dagli adulti, è andato loro incontro offrendo del tè.

Uno di loro lo ha accettato e ha scambiato quattro chiacchiere.
I palestinesi presenti hanno detto che è stata la prima volta.

Guarda le foto.

VIDEO: Il “responsabile della sicurezza” dell’avamposto di Avigayil attacca un pastore palestinese di fronte ai soldati

marzo 11, 2013 at 4:48 pm

 

L’opposto della solitudine

marzo 11, 2013 at 4:09 pm

Si dice che l’empatia sia il dono di riconoscere se stessi negli altri.
Una delle cose migliori che ho imparato nel servizio con la Colomba è che non bisogna mai farsi cogliere impreparati dalla bellezza.
Sono passati diversi mesi dall’accadimento temporale di questa storia. Nuovi avvenimenti e notizie hanno sconvolto le prime pagine dei quotidiani, al punto che l’ultima operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza sembra solo un ricordo antico. Una foto ingiallita dal tempo. Molti giorni sono trascorsi, eppure tengo molto alla conservazione di questo ricordo; è un dono da tirare fuori dalla memoria nei momenti difficili, per riportare calore.

Sono circa le otto di sera, io e Silvana stiamo risalendo Jaffa Road, diretti a Gerusalemme Est, dove alcuni amici ci stanno aspettando per una cena. Acceleriamo il passo per timore di arrivare in ritardo, nel disperato tentativo di prendere un tram che ci sta sorpassando.
Durante la corsa con la coda dell’occhio percepisco un luogo: un piccolo caffè situato di fronte alle poste centrali di Gerusalemme Ovest.
Conosco bene il gestore e so che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ci siamo visti, lancio un’ultima occhiata al tram che si allontana sferragliando e rompo gli indugi: indietreggio di qualche passo ed entro nel negozio.

Donne disarmanti

marzo 10, 2013 at 3:58 pm
E’ sabato, giorno di festa per gli ebrei e giornata di azioni nonviolente nelle colline a sud di Hebron. Le famiglie palestinesi che vivono nei villaggi di quest’aerea lottano ogni settimana per far valere il diritto di accesso alla propria terra. Vanno tutti insieme sui loro campi e ne rivendicano il possesso. Vorrebbero coltivarli ma da anni gli è impedito a causa della presenza dei coloni. Ettari ed ettari di terra sono stati loro sottratti negli anni, ma da quando un villaggio ha scelto la lotta nonviolenta come forma di resitenza e di conquista della giustizia  anche i villaggi vicini lentamente hanno cominciato a risvegliarsi. Hanno iniziato a scoprire che hanno dei diritti e che possono farli valere. Hanno iniziato a scoprire che il metodo più efficace per ottenere la giustizia è questa lotta che non prevede l’uso della violenza e dell’odio.
La nonviolenza è come una medicina omeopatica, spesso non ha effetti immediati sui sintomi, ma da subito inizia a curare tutta la persona. Si inizia dalla consapevolezza, dei propri limiti e dei propri punti di forza, ci si ascolta, e ci si mette alla prova. Piano piano i frutti si vedono. Il cammino nparte da se stessi e inizia proprio a trasformare le persone che lo vivono. Cambiano i rapporti interpersonali, cambia la visione del futuro, cambia il rapporto con il nemico. E infatti qui, in una realtà rurale, musulmana e tradizionale, contrariamente a quello che ci si aspetterrebbe, la lotta nonviolenta ha reso le donne protagoniste in prima linea.
La bambina
I soldati arrivano subito e a volte sono già sul campo ad aspettare le persone, immaginando il loro arrivo. Formano un cordone davanti alle persone per non farle passare e per non permettere loro di raggiungere la terra agognata. La soluzione più immediata che l’esercito ha per risolvere la situazione è dichiarare l’aerea “zona militare chiusa”, così hanno un pretesto per scacciare le persone e per arrestare chiunque si rifiuti di andarsene. Ci sono le famiglie da una parte e i soldati dall’alltra a difendere con le armi una terra contesa. In mezzo c’è una bambina che non si lascia intimidire dai mitra dei soldati. Corre al di là dal cordone, poi torna indietro dalla famiglia e poi di nuovo oltre il cordone. Semplicemente cuce un intreccio che lega i soldati, la terra e la sua famiglia, senza paura.
I soldati armati di tutto punto non sanno bene che fare con questa gonnellina svolazzante che sosta in mezzo a loro sprezzante del pericolo, delle minacce e delle armi. Quindi la lasciano fare. La lasciano andare e venire e sostare, fiera davanti a tutti, nella zona proibita.
Le donne
Le donne sono fisicamente in prima fila. Vengono arrestate meno facilmente degli uomini e per questo si mettono davanti a loro. Si interpongo tra gli uomini e i soldati.
 Si posizionano di fronte ai loro figli e ai loro mariti quando rischiano di essere arrestati così come si mettono davanti alle case, ai piloni dell’elettricità o alle moschee quando rischiano di essere demolite.
Oggi un ragazzo è stato preso da un soldato. E’ un giovane palestinese che è già stato arrestato durante la scorsa azione. Forse i militari credono di aver riconosciuto in lui uno degli organizzatori, oppure lo vedono semplicemnte troppo attivo. Forse pensano che arrestando lui anche gli altri si placheranno e torneranno con calma al loro villaggio. Ma le donne si avvicinano. Dicono al soldato che non è giusto, urlano, schiamazzano, creano confusione. Le più grandi prendono il ragazzo per il braccio, lo portano lontano e vi si parano davanti. Il soldato è frastornato. Non se l’aspettava, non capisce cosa è successo. Allora il suo sguardo diventa più grave e arrabbiato, cerca di chiarire la sua posizione di autorità. Cerca di far capire chi è che comanda, cerca di imporsi , di spaventare … ma dall’altra parte non sono d’accordo con lui. Le donne non cedono al suo comando, si rifiutano di accettare la sua autorità. Mentre alcune portano via il ragazzo le altre continuano a gridare le proprie ragioni e la propria verità. il soldato è solo, circondato da donne. Chissà forse è quasi imbarazzato. Forse non vuole mostrare ai colleghi che ha perso il suo  “detenuto” a causa di un gruppo di donne. Allora sbuffa, si gira, fa finta di controllare qualcosa, poi raggiugne gli altri, come se nulla fosse.  Per oggi ne ha avuto abbastanza.
Le nonne
E poi ci sono le nonne che raggirano i cordoni dei soldati e scattano in avanti. Vanno a reclamare con forza la terra su cui esse stesse sono cresciute.  Superano i soldati e si siedono per terra.
Stanno semplicemente sedute disarmate, senza ferire nessuno. I soldati le incitano ad alzarsi a spostarsi, ma esse non si muovono di un millimetro. I militari puntano i loro mitra, ma non sortiscono nessun effetto. Provano a urlare, ma per contro le nonne inziano a raccontare. Raccontano la storia di quella terra che è anche la loro storia. Stanno sedute e spiegano. Parlano in arabo e non si preoccupano nemmeno di sapere se i loro interlocutori comprendono quella lingua oppure no.
I militarii si guardano attorno, cercano l’appoggio dei commilitoni o le dirittive dei superiori. Non sanno come affrontare questa situazione.  Sono armati di tutto punto, ma di fronte a queste  anziane velate sedute per terra con la fronte rivolta verso la bocca del loro fucile, non sanno cosa farsene delle armi, e nemmeno degli ordini che hanno ricevuto. Restano fermi davanti a loro, basiti. Aspettano un nuovo ordine, o forse aspettanodi capire. Restano così…disarmati e inermi.

La soldatessa
Poi una soldatessa si stacca dal gruppo. Fissa da lontano un volontario come se volesse parlargli. Dopo qualche secondo in cui gli sguardi si scrutano lui si avvicina.  Spesso noi volontari parliamo  con i soldati, e spesso ci sentiamo dire le stesse cose: “voi internazionali siete qui solo per provocare, per dire che l’esercito è cattivo, ma come faremmo a sopravvivere senza un esercito?  siete amici dei palestinesi, non sapete niente di qui e venite a dirci cosa dobbiamo fare….”
Invece questa volta qualcosa ci sorprende. La ragazza ha parole nuove dentro di sè. Si avvicina e dice “volevo solo dirvi che sono con voi”… e, prima che il volontario riesca a rispondere, la soldatessa riceve un ordine a squarcia gola da un superiore: ” non parlare con loro!”  e di nuovo lei dice ” ecco lo vedi come mi trattano…” poi si allontana. Il volontario è stato colto di sorpresa. Tutte le frasi che si era preparato non sono servite. Ma questa è una sorpresa piacevole, che ha il sapore della speranza. E’ bello sentire che la nostra presenza ha creato lo spazio necessario perchè una parola nascosta nel profondo potesse prendere vita.
In fondo ci sembra che sia proprio questo il nostro compito qui: permettere che la coscienza umana possa parlare. E’ una grande segno di speranza poter dare voce e fiato alle coscienze degli uomini che incontriamo attraverso la voce e il fiato che noi diamo alla nostra coscienza.
Oggi siamo felici.
A volte le azioni vanno così. Si rientra a casa tutti, senza nessun arresto, soddisfatti delle proprie azioni e carichi di soddisfazione per aver conquistato un po’ di terra per un po’ di tempo.
A volte invece si rientra con un po’ di amaro in bocca perchè hanno arrestato qualcuno, oppure perchè la rabbia ha preso il soppravvento e si è riusciti a controllare i gesti ma non le parole.

In ogni caso la settimana dopo ci si riprova. Ci si confronta, ci si corregge, si vede come migliorarsi e poi ci si riprova … cercando sempre di essere come le bambina, come le donne, come le nonne e come quella soldatessa, così disarmati da disarmare.

A.

Guarda le foto: http://www.operazionecolomba.it/galleries/palestina-israele/2013/donne-disarmanti/

C/S: Villaggio palestinese a rischio demolizione nella Firing Zone 918, colline a sud di Hebron

marzo 10, 2013 at 3:47 pm

7 marzo 2013

At-Tuwani – Il 6 marzo 2013 l’esercito e l’amministrazione civile (DCO) israeliani hanno consegnato venti ordini di fermo dei lavori nella comunità palestinese di Khallet Athaba’, nella “Firing Zone 918”, colline a sud di Hebron.

Intorno alle 9 il DCO, scortato da una camionetta dell’esercito, è entrato in Khallet Athaba’ e ha consegnato venti ordini di fermo dei lavori. Questi ordini riguardano quattro cisterne per la raccolta dell’acqua, quattro case (tre in muratura e una casa-tenda), due tende, tre servizi igenici, tre stalle per le greggi e altre quattro piccole costruzioni. I proprietari faranno appello per evitare che gli ordini di fermo dei lavori vengano convertiti in ordini di demolizione.

Nel villaggio palestinese vivono cinque famiglie e circa cinquanta persone. Pressoché tutte le costruzioni del villaggio sono ora sotto minaccia di demolizione e sono colpite tutte le cinque famiglie.

Khallet Athaba’ si trova nell’area di esercitazioni militari 918 e sta attualmente affrontando il rischio di evacuazione, come altri sette villaggi dell’area (Isfey, al Fakheit, al Majaz, at Tabban, Jinba, Mirkez and Halaweh). Questa area designata dall’esercito israeliano è situata nelle colline a sud di Hebron e include dodici villaggi palestinesi e circa 1300 persone. Il 19 luglio 2012 lo Stato d’Israele, seguendo le istruzioni del Ministero della Difesa, ha presentato all’Alta Corte la richiesta di evacuare otto di questi villaggi per necessità militari, dichiarando che i 1000 abitanti non sono residenti permanenti. Gli abitanti dell’area hanno presentato due petizioni all’Alta Corte e ora stanno aspettando la risposta dello Stato.

Secondo un report scritto dall’OCHA oPt lo scorso agosto (L’impatto umanitario delle aree dichiarate da Israele come “Firing Zone” in Cisgiordania), “I residenti delle aree di addestramento militare sono tra i più vulnerabili in Cisgiordania”. Questi soffrono la mancanza di servizi ed infrastrutture e affrontano violazioni dei diritti umani come maltrattamenti dai soldati o restrizioni di accesso e movimento all’interno dell’area. “Queste condizioni contribuiscono a creare un ambiente oppressivo che genera pressione sulle comunità palestinesi perché abbandonino queste aree”.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/26jvt6l

Esercito israeliano nega l’accesso delle auto a Jinba e detiene 14 palestinesi per 8 ore durante la notte.

marzo 2, 2013 at 7:37 am

Nella notte tra il 28 febbraio e l’1 marzo 2013 l’esercito israeliano ha detenuto per 8 ore 11 adulti e 4 bambini (5, 6, 7 e 9 anni) palestinesi che cercavano di raggiungere le proprie famiglie residenti a Jinba. Dopo 7 ore di detenzione sono stati sequestrati i mezzi di trasporto (due automobili e due quad). I militari hanno dichiarato che nessun veicolo può più transitare, durante la settimana, sulla strada che porta al villaggio perché si trova nell’aerea di esercitazione militare 918 e durante il weekend possono circolare solamente le auto dei residenti. L’avvocato che segue la causa contro l’evacuazione forzata dell’aerea 918 è intervenuto telefonicamente in supporto legale ai palestinesi, sostenendo che tutti coloro che vivono nell’aerea possono circolare liberamente.

Una camionetta militare ha fermato 5 auto che scendevano verso il villaggio di Jinba verso le ore 18:00. I soldati hanno sequestrato le carte di identità di tutti i passeggeri e il telefono cellulare di uno di loro. A tutti gli altri è stato impedito di telefonare. I telefoni sono stati restituiti solamente dopo due ore con l’arrivo della polizia.

Sul posto sono arrivate oltre alla polizia altre 3 camionette militari, la Border Police e la DCO. Ai palestinesi sono state proposte alcune soluzioni di patteggiamento in alternativa al sequestro delle auto, ma essi hanno rifiutato qualsiasi proposta che negasse il loro diritto ad accedere liberamente con i mezzi di trasporto nel villaggio dove vivono.

All’una di notte la polizia ha iniziato la rimozione dei veicoli, terminata alle 3 quando sono stati rilasciati anche tutti i passeggeri.

Nena News: Samer Issawi sta morendo

febbraio 18, 2013 at 6:10 pm

Il prigioniero palestinese al 203° giorno di sciopero della fame. L’appello della famiglia, raccolto da Nena News. Abbas scrive all’Onu: salvate i nostri detenuti.

 mercoledì, 13 febbraio 2013
Le foto di Samer a casa della famiglia Issawi (Foto: Emma Mancini/Nena News)
Le foto di Samer a casa della famiglia Issawi (Foto: Emma Mancini/Nena News)

Betlemme, 13 febbraio 2013, Nena News – Samer Issawi sta morendo. Giunto ormai al 203esimo giorno di sciopero della fame in un carcere israeliano, le condizioni di salute del prigioniero palestinese sono estremamente critiche. Si teme che Samer non riesca a sopravvivere.

Trentatré anni, residente a Issawiya, quartiere palestinese di Gerusalemme Est, Samer Issawi sta portando avanti una battaglia personale che è però specchio dell’intero movimento dei prigionieri palestinesi. Contro la detenzione amministrativa e contro le condizioni di vita a cui sono costretti i detenuti palestinesi nel sistema carcerario israeliano.

Samer ha ormai perso 47 chili, non tocca cibo da agosto e rifiuta le cure mediche della clinica militare di Ramle. Vive in una sedia a rotelle e vomita sangue. Aveva smesso di bere acqua, per poi ricominciare, convinto dalla Croce Rossa. “Il suo cuore potrebbe fermarsi in qualsiasi momento”, ha detto Daleen Elshaer, coordinatore della campagna Free Samer Issawi.

Un venerdì di ordinaria follia

febbraio 18, 2013 at 5:56 pm

Siamo appena usciti di casa per accompagnare i pastori in Khelly, la valle che separa At Tuwani dalla colonia israeliana di Ma’on. “Salam aleikum, kiffhalak?” – e dopo aver stretto la mano siamo lì con loro, in mezzo alle pecore, ad attendere che la volontà di Allah si compia.
Dalla cima dei minareti circostanti giungono gli echi dell’omelia del venerdì che, nell’etere, si confonde. Lunghi silenzi vengono interrotti da brevi scambi di battute in un arabo elementare e scorretto. Ogni tanto qualche sasso viene scagliato per richiamare il gregge.

Con passo lento ma energico ci spostiamo in alto, al di là dei campi.
Centocinquanta pecore stanno ora pascolando a qualche decina di metri dalla colonia. Il confine è segnato da una strada frequentata prevalentemente da israeliani armati o in tuta da jogging. Al di là dell’asfalto, una decina di piccole casette, bianche e disabitate, domina la collina. Loro unica ragion d’essere è sottrarre Terra Palestinese: conquistare, occupare, sfruttare la Terra Promessa.
Nel momento in cui il sole ha quasi raggiunto l’apice della sua parabola, un altro gruppo di pastori compare alle nostre spalle. Le pecore sono ormai più di duecento. Il colono incaricato della sicurezza di Ma’on non tarderà troppo all’appuntamento imposto dalle circostanze. È venerdì.

Ordine di demolizione e ordine di fermo dei lavori consegnati nei villaggi di Tuba e di Khallet Athaba, colline a sud di Hebron

febbraio 6, 2013 at 12:41 pm

6 febbraio 2013

At-Tuwani –  Il 5 febbraio 2013 alle ore 10.30 circa il DCO (District Coordination Office, la sezione dell’esercito israeliano che governa a livello amministrativo i Territori Occupati palestinesi di area C) e l’esercito israeliano hanno consegnato un ordine di demolizione esecutivo nel villaggio palestinese di Tuba. L’ordine è rivolto ad una tenda usata come abitazione e ad una casa, appartenenti ad Ahmed e Nasser Ali Awad. Le due strutture sono abitate da tredici persone, di cui undici sono minori. L’ordine di demolizione consegue ad un ordine di fermo dei lavori consegnato il 3 settembre 2012 (vedi l’ Update). I palestinesi avranno tre giorni di tempo per presentare ricorso riguardo quest’ordine.
Alle 11.30 circa il DCO e l’esercito israeliano hanno consegnato un ordine di fermo dei lavori nel villaggio palestinese di Khallet Athaba rivolto a un pozzo di proprietà della famiglia Dababsi.