Senza uniforme
Martedì 24 luglio arriva una delegazione speciale della Universal Peace Federation, composta da ragazzi provenienti da diversi paesi europei, guidata da K un ragazzo di 23 anni dagli occhi e i capelli neri. Apparentemente è un ragazzo come tanti altri capitato qui ad At-Tuwani per conoscere la sua storia e la forza della nonviolenza, invece K è israeliano e solo da qualche settimana ha concluso il servizio militare.
Ad aprile di quest’anno ha “servito” proprio nell’area delle colline a sud di Hebron, era in servizio per la scorta militare agli studenti di Tuba e Maghayir Al Abeed, mattina e pomeriggio, più o meno come noi, con la differenza che lui si è trovato ad osservare questo ruolo dalla colonia di Ma’on.
Per noi è già una persona speciale e coraggiosa solo per il fatto di essere ritornato qui senza una divisa che lo identifichi. Come se per un giorno questo giovane uomo avesse messo in un angolo una parte di sé, del suo passato recente, della sua vita, e si fosse rimesso in gioco.
Iniziamo la delegazione portando tutto il gruppo al famoso “albero della nonviolenza” dove At-Tuwani appare in tutta la sua bellezza, resa ancora più affascinante dal clima di tranquillità che porta il Ramadan. Raccontiamo la situazione del villaggio e dell’area, l’inizio della presenza di Operazione Colomba e il nostro lavoro. Poi li portiamo a far vedere la strada che i bambini di Tuba e Maghayir Al Abeed ogni giorno percorrono da e per la scuola accompagnati dalla scorta militare istituita nel 2004, per salvaguardare i bambini dalle continue violenze e intimidazioni, da parte dei coloni nazional religiosi dell’avamposto israeliano di Havat Ma’on.
Anche in presenza di K affrontiamo il discorso dell’inadempienza da parte dei soldati relativa alla scorta, di prendere le parti dei coloni, delle demolizioni delle case, degli arresti, e in generale delle conseguenze inumane che l’occupazione militare e civile israeliana porta con sé.
Davanti a questo scenario gli occhi di K sembrano presenti e assenti nello stesso tempo: le nostre parole lo scuotono ma è uno scuotersi razionale, non ci interrompe mai, rispetta il nostro lavoro e le nostre testimonianze. Non è facile farsi vincere da sensazioni contrastanti che possono mettere in discussione tre anni della sua vita a servizio dello Stato, di una certa idea di Stato.
Da At-Tuwani il gruppo viene portato al villaggio Al Mufaqarah, dove è in atto la campagna “Al Mufaqarah R-Exist” volta a promuovere il diritto dei palestinesi a continuare a vivere nelle loro case, ad avere il diritto ad un’esistenza normale costruendo nuove abitazioni per la famiglie locali.
Qui i ragazzi conoscono M. uno dei leader del villaggio e del Comitato di Resistenza Popolare delle colline a sud di Hebron. Nonostante sia iniziato il digiuno e sia molto caldo M. li accoglie con il suo indistinguibile calore. M. sa molto bene l’ebraico e racconta la storia del villaggio a K che traduce al gruppo in inglese. Sentirsi parlare nella propria lingua lo ha stupito e messo a suo agio. É come sentirsi a casa in un villaggio palestinese; ha reso la comunicazione e lo scambio di informazioni possibile. Poi i ragazzi lavorano alla ristrutturazione della moschea demolita dall’esercito israeliano e ricostruita dai palestinesi a fine novembre 2011. Si forma una catena umana di persone che si passano secchi di sabbia; K è il primo della fila, gomito a gomito con i palestinesi. In seguito M. li porta a fare un giro nelle grotte dove vivono alcune famiglie e tutti, compreso K, rimangono affascinati da quel modo di vivere semplice e umile.
Ritorniamo tutti ad At-Tuwani per il pranzo cucinato da alcune donne che fanno parte della Cooperativa.
Prima che il pranzo termini arriva H, il leader del Comitato ed uno dei primi che ha iniziato la resistenza nonviolenta.
Li invita all’interno del piccolo museo dove ci sono delle foto che rappresentano stralci di vita sotto occupazione. Dopo una rapida panoramica H si ferma e domanda: “è per tutti la prima volta al villaggio?”. H sa di K. Tutti rispondono di sì. Allora H deve essere più diretto. Diretto ma non invadente. In quel momento il suo sguardo sorregge quello di K e con voce ferma ma calda gli dice: “Io so che tu sei stato qui, che hai svolto il servizio militare in questa zona, come puoi vedere senza divisa la gente ti guarda con occhi diversi. Ora non sei un soldato, ma un nostro ospite, e sarai sempre benvenuto, sarete sempre benvenuti, questo è anche il vostro villaggio”.
Noi siamo spiazzati ed emozionati. Il calore irradia all’interno del museo, tutti gli schemi sono rotti. Ci si parla con il cuore e fa a tutti un gran bene. K ha gli occhi fissi, due uomini, due storie completamente diverse, un conflitto, tutto sembra lontano, distante da questo piccolo villaggio di pecore e sassi.
Ad H vengono rivolte molte domande, sono tutti molto curiosi della sua scelta. Ed alla domanda: “ma tu che cosa vuoi”? H risponde: “che tutti possano vivere in dignità”. K annuisce con la testa.
Vorremmo che K ritorni presto ma sappiamo che ciò che ha raccolto oggi ha bisogno di tempo per sedimentarsi. Lo ringraziamo perchè si sta mettendo in discussione e perchè ci offre l’occasione per abbattere molti stereotipi sui militari. Oggi non abbiamo visto un soldato, ma un giovane, con gli occhi e i capelli neri, come tanti altri suoi coetanei. Oggi qualcosa si è spezzato nel circolo della violenza.
Per noi è stata una mattinata piena di emozioni e ci sentiamo privilegiati ad aver assistito e ad essere parte di questa forza chiamata nonviolenza.
Ale e El.
Ha’aretz: The anti-Semitism that goes unreported
Ha’aretz – July 17th, 2012
Amira Hass
Here’s a statistic that you won’t see in research on anti-Semitism, no matter how meticulous the study is. In the first six months of the year, 154 anti-Semitic assaults have been recorded, 45 of them around one village alone. Some fear that last year’s record high of 411 attacks – significantly more than the 312 attacks in 2010 and 168 in 2009 – could be broken this year.
Fifty-eight incidents were recorded in June alone, including stone-throwing targeting farmers and shepherds, shattered windows, arson, damaged water pipes and water-storage facilities, uprooted fruit trees and one damaged house of worship. The assailants are sometimes masked, sometimes not; sometimes they attack surreptitiously, sometimes in the light of day.
There were two violent attacks a day, in separate venues, on July 13, 14 and 15. The words “death” and “revenge” have been scrawled in various areas; a more original message promises that “We will yet slaughter.”
It’s no accident that the diligent anti-Semitism researchers have left out this data. That’s because they don’t see it as relevant, since the Semites who were attacked live in villages with names like Jalud, Mughayer and At-Tuwani, Yanun and Beitilu. The daily dose of terrorizing (otherwise known as terrorism ) that is inflicted on these Semites isn’t compiled into a neat statistical report, nor is it noticed by most of the Jewish population in Israel and around the world – even though the incidents resemble the stories told by our grandparents.
The day our grandparents feared was Sunday, the Christian Sabbath; the Semites, who are not of interest to the researchers monitoring anti-Semitism, fear Saturday, the Jewish Sabbath. Our grandparents knew that the order-enforcement authorities wouldn’t intervene to help a Jewish family under attack; we know that the Israel Defense Forces, the Israel Police, the Civil Administration, the Border Police and the courts all stand on the sidelines, closing their eyes, softballing investigations, ignoring evidence, downplaying the severity of the acts, protecting the attackers, and giving a boost to those progromtchiks.The hands behind these attacks belong to Israeli Jews who violate international law by living in the West Bank. But the aims and goals behind the attacks are the flesh and blood of the Israeli non-occupation. This systemic violence is part of the existing order. It complements and facilitates the violence of the regime, and what the representatives – the brigade commanders, the battalion commanders, the generals and the Civil Administration officers – are doing while “bearing the burden” of military service.
They are grabbing as much land as possible, using pretexts and tricks made kosher by the High Court of Justice; they are confining the natives to densely populated reservations. That is the essence of the tremendous success known as Area C: a deliberate thinning of the Palestinian population in about 62 percent of the West Bank, as preparation for formal annexation.
Day after day, tens of thousands of people live in the shadow of terror. Will there be an attack today on the homes at the edge of the village? Will we be able to get to the well, to the orchard, to the wheat field? Will our children get to school okay, or make it to their cousins’ house unharmed? How many olive trees were damaged overnight?
In exceptional cases, when there is luck to be had, a video camera operated by B’Tselem volunteers documents an incident and pierces the armor of willful ignorance donned by the citizens of the only democracy in the Middle East. When there is no camera, the matter is of negligible importance, because after all, you can’t believe the Palestinians. But this routine of escalating violence is very real, even if it is underreported.
For the human rights organization Al-Haq, the escalation is reminiscent of what happened in 1993-1994, when they warned that the increasing violence, combined with the authorities’ failure to take action, would lead to mass casualties. And then Dr. Baruch Goldstein of Kiryat Arba came along and gunned down 29 Muslim worshipers at the Ibrahim Mosque. The massacre set the stage for a consistent Israeli policy of emptying the Old City of Hebron of its Palestinian residents, with the assistance of Israeli Jewish pogromtchiks. Is there someone among the country’s decision-makers and decision-implementers who is hoping for a second round?
La danza di Susiya
Gruppi sparsi di persone, chiacchiere e qualche bicchiere di te prima che tutto abbia inizio. Gli autobus da Israele arrivano uno dopo l’altro, così come i pulmini e le macchine palestinesi provenienti da tutta l’area delle colline a sud di Hebron e del resto della Cisgiordania.
In questa mescolanza di colori e persone, nitido si distingue un cartello bianco, più grande degli altri, sul quale sono stampate alcune fotografie che ricordano a tutti il motivo per cui il 22 Giugno più di 500 persone si sono riunite per manifestare per i villaggi palestinesi di Susyia e Wadi Jehesh.
Ogni immagine rappresenta un ordine di demolizione consegnato il 12 Giugno: i provvedimenti emanati in totale sono sei e riguardano 50 strutture presenti a Susiya e nell’adiacente villaggio di Wadi Jehesh.
Le mani che hanno consegnato l’ennesima condanna sono quelle dell’amministrazione civile israeliana: l’attuazione di tali provvedimenti implica la totale evacuazione del villaggio.
Il corteo pacifico è partito con l’obiettivo di raggiungere il sito archeologico poco distante, quello stesso sito che, già nel 1986, è stato utilizzato come giustificazione formale al fine di evacuare l’intera comunità palestinese dall’area, in ragione della presenza di alcune rovine di una sinagoga, stratificate insieme a quelle di una chiesa e di una moschea.
Più di 500 persone iniziano ad avviarsi lungo la strada, accompagnate da una colonna sonora di slogan cantanti e tamburi ma, già dopo pochi metri, il cospicuo concentramento di forze armate, schierato per l’occasione, inizia a reprimere il corteo.
Subito vengono sparati gas lacrimogeni e alcune bombe sonore in direzione della folla che viene inoltre fermata da un lungo blocco di soldati e polizia.
Il rapido e caotico susseguirsi degli avvenimenti non ha impedito alle centinaia di palestinesi, israeliani e internazionali presenti di continuare a perseguire l’obiettivo della manifestazione: dimostrare solidarietà e indignazione nei confronti della politica dell’occupazione perpetuata nell’intera area, non solo nel villaggio di Susyia.
Dall’inizio di quest’anno sono stati, infatti, consegnati alla comunità palestinese delle colline a sud di Hebron oltre cento provvedimenti, tra ordini di demolizione e di fermo dei lavori.
La strategia israeliana in Area C, completamente sotto controllo civile e militare israeliano, è quella di impedire lo sviluppo delle comunità locali attraverso un’intensa e continuativa gestione delle attività di pianificazione e urbanizzazione.
Gli ordini di demolizione recentemente consegnati coinvolgono almeno 126 persone, le stesse che ieri erano presenti al corteo, insieme a chi, come loro, rischia di vedersi portare via tutto, la casa, la terra, la dignità di un’esistenza il più possibile normale.
Mentre esercito e polizia cercavano di far indietreggiare con la forza i manifestanti, le donne, figlie, nonne e madri, provenienti dai villaggi di tutta l’area, ballavano intorno ai soldati gridando “basta basta occupazione, Palestina libera!”: quale risposta migliore all’ennesimo tentativo immotivato di repressione, della vitalità di una danza per dimostrare il proprio diritto ad esistere?
Nel primo pomeriggio le persone presenti hanno iniziato a defluire, a tornare nelle proprie case, grotte e tende, nell’aria la consapevolezza che i tentativi di cancellare questi luoghi e la vita delle persone che li abitano saranno ancora molti.
E per ognuno di essi ci sarà un’altra Susyia, perchè i palesinesi continueranno a resistere, come sempre hanno fatto.
Rapporto Annuale Amnesty International 2012
Fonte: Rapporto Annuale Amnesty International 2012
Scheda: Israele e Territori Palestinesi Occupati
Le autorità israeliane hanno in genere negato le licenze edilizie ai palestinesi residenti a Gerusalemme Est e nell’Area C della Cisgiordania, dove Israele ha mantenuto la completa autorità di pianificazione e urbanizzazione, ostacolando il loro diritto a un alloggio adeguato. Le autorità israeliane hanno intensificato la demolizione di abitazioni e di altre strutture palestinesi in Cisgiordania che erano state costruite senza permesso, abbattendo nell’arco dell’anno più di 620 strutture. Quasi 1100 palestinesi sono stati sfollati a causa delle demolizioni, un aumento dell’80 per cento rispetto al 2010; più di altri 4200 sono stati colpiti dalla distruzione di 170 rifugi per animali e 46 cisterne. Particolarmente colpite sono state le vulnerabili comunità beduine e le comunità pastorizie, alcune a rischio di sfollamento permanente a causa delle gravi restrizioni di movimento, di ripetute demolizioni e della violenza da parte dei coloni.
Una maschera non basta
Venerdì 13 Aprile 2012
È venerdì, una mattina come tante altre e giorno di festa per il villaggio musulmano di At-Tuwani.
Sveglia alle 6:45 e alle 7:15 siamo già pronti a partire: io con altri due compagni.
Percorriamo la solita strada che ci conduce al villaggio di Tuba dove dobbiamo accompagnare al pascolo dei pastori con le loro greggi che quasi quotidianamente vengono minacciati e allontanati dai soldati da zone secondo loro vietate.
Il sentiero che scegliamo per arrivare al villaggio palestinese costeggia un’abitazione appartenente ai coloni dell’avamposto di Havat Ma´on di recente costruzione e da poco abitata. Alcuni degli ultimi attacchi subiti ai danni dei pastori palestinesi sono partiti proprio da quella casa. Ed è proprio da qui che dei cani sentendoci passare cominciano ad abbaiare e da quel momento è un susseguirsi di azioni velocissime: due uomini richiamati dall’ululato dei cani escono da quella casetta marrone, ci vedono, ci lanciamo un’occhiata, noi iniziamo a camminare con passo sostenuto, loro invece si sfilano le magliette di dosso e si coprono il volto. Da questo gesto possiamo solo immaginare le loro intenzioni.


