C/S: Villaggio palestinese a rischio demolizione nella Firing Zone 918, colline a sud di Hebron

marzo 10, 2013 at 3:47 pm

7 marzo 2013

At-Tuwani – Il 6 marzo 2013 l’esercito e l’amministrazione civile (DCO) israeliani hanno consegnato venti ordini di fermo dei lavori nella comunità palestinese di Khallet Athaba’, nella “Firing Zone 918”, colline a sud di Hebron.

Intorno alle 9 il DCO, scortato da una camionetta dell’esercito, è entrato in Khallet Athaba’ e ha consegnato venti ordini di fermo dei lavori. Questi ordini riguardano quattro cisterne per la raccolta dell’acqua, quattro case (tre in muratura e una casa-tenda), due tende, tre servizi igenici, tre stalle per le greggi e altre quattro piccole costruzioni. I proprietari faranno appello per evitare che gli ordini di fermo dei lavori vengano convertiti in ordini di demolizione.

Nel villaggio palestinese vivono cinque famiglie e circa cinquanta persone. Pressoché tutte le costruzioni del villaggio sono ora sotto minaccia di demolizione e sono colpite tutte le cinque famiglie.

Khallet Athaba’ si trova nell’area di esercitazioni militari 918 e sta attualmente affrontando il rischio di evacuazione, come altri sette villaggi dell’area (Isfey, al Fakheit, al Majaz, at Tabban, Jinba, Mirkez and Halaweh). Questa area designata dall’esercito israeliano è situata nelle colline a sud di Hebron e include dodici villaggi palestinesi e circa 1300 persone. Il 19 luglio 2012 lo Stato d’Israele, seguendo le istruzioni del Ministero della Difesa, ha presentato all’Alta Corte la richiesta di evacuare otto di questi villaggi per necessità militari, dichiarando che i 1000 abitanti non sono residenti permanenti. Gli abitanti dell’area hanno presentato due petizioni all’Alta Corte e ora stanno aspettando la risposta dello Stato.

Secondo un report scritto dall’OCHA oPt lo scorso agosto (L’impatto umanitario delle aree dichiarate da Israele come “Firing Zone” in Cisgiordania), “I residenti delle aree di addestramento militare sono tra i più vulnerabili in Cisgiordania”. Questi soffrono la mancanza di servizi ed infrastrutture e affrontano violazioni dei diritti umani come maltrattamenti dai soldati o restrizioni di accesso e movimento all’interno dell’area. “Queste condizioni contribuiscono a creare un ambiente oppressivo che genera pressione sulle comunità palestinesi perché abbandonino queste aree”.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/26jvt6l

Esercito israeliano nega l’accesso delle auto a Jinba e detiene 14 palestinesi per 8 ore durante la notte.

marzo 2, 2013 at 7:37 am

Nella notte tra il 28 febbraio e l’1 marzo 2013 l’esercito israeliano ha detenuto per 8 ore 11 adulti e 4 bambini (5, 6, 7 e 9 anni) palestinesi che cercavano di raggiungere le proprie famiglie residenti a Jinba. Dopo 7 ore di detenzione sono stati sequestrati i mezzi di trasporto (due automobili e due quad). I militari hanno dichiarato che nessun veicolo può più transitare, durante la settimana, sulla strada che porta al villaggio perché si trova nell’aerea di esercitazione militare 918 e durante il weekend possono circolare solamente le auto dei residenti. L’avvocato che segue la causa contro l’evacuazione forzata dell’aerea 918 è intervenuto telefonicamente in supporto legale ai palestinesi, sostenendo che tutti coloro che vivono nell’aerea possono circolare liberamente.

Una camionetta militare ha fermato 5 auto che scendevano verso il villaggio di Jinba verso le ore 18:00. I soldati hanno sequestrato le carte di identità di tutti i passeggeri e il telefono cellulare di uno di loro. A tutti gli altri è stato impedito di telefonare. I telefoni sono stati restituiti solamente dopo due ore con l’arrivo della polizia.

Sul posto sono arrivate oltre alla polizia altre 3 camionette militari, la Border Police e la DCO. Ai palestinesi sono state proposte alcune soluzioni di patteggiamento in alternativa al sequestro delle auto, ma essi hanno rifiutato qualsiasi proposta che negasse il loro diritto ad accedere liberamente con i mezzi di trasporto nel villaggio dove vivono.

All’una di notte la polizia ha iniziato la rimozione dei veicoli, terminata alle 3 quando sono stati rilasciati anche tutti i passeggeri.

Due stati? Una menzogna.

febbraio 21, 2013 at 12:36 am

GINEVRA – Il consiglio dei diritti umani dell’Onu ha chiesto a Israele di: «Fermare tutte le attività d’insediamento senza precondizioni e avvii un processo di ritiro di tutti i coloni dai Territori». Secondo il rapporto dell’inchiesta guidata dalla giudice francese Christine Chanet, reso pubblico oggi a Ginevra (in data 06-02-013): «Un numero elevato di diritti umani dei palestinesi sono violati a causa dell’esistenza delle colonie».

Chi è vissuto in Israele-Palestina dall’attentato alle torri gemelle in poi, può costatare che siamo in una nuova fase politica rispetto ai rapporti tra l’amministrazione israeliana e le Nazioni Unite. Per decenni, il Consiglio di sicurezza dell’ONU, tramite il veto americano, ha bocciato ripetutamente le risoluzioni pro-palestinesi. Oggi, invece, la Palestina è membro osservatore delle Nazioni Unite e l’ONU intende intraprendere un percorso di diritto internazionale in favore dei palestinesi.

Video: Susya – a glance from within

febbraio 20, 2013 at 11:17 pm

Nena News: Samer Issawi sta morendo

febbraio 18, 2013 at 6:10 pm

Il prigioniero palestinese al 203° giorno di sciopero della fame. L’appello della famiglia, raccolto da Nena News. Abbas scrive all’Onu: salvate i nostri detenuti.

 mercoledì, 13 febbraio 2013
Le foto di Samer a casa della famiglia Issawi (Foto: Emma Mancini/Nena News)
Le foto di Samer a casa della famiglia Issawi (Foto: Emma Mancini/Nena News)

Betlemme, 13 febbraio 2013, Nena News – Samer Issawi sta morendo. Giunto ormai al 203esimo giorno di sciopero della fame in un carcere israeliano, le condizioni di salute del prigioniero palestinese sono estremamente critiche. Si teme che Samer non riesca a sopravvivere.

Trentatré anni, residente a Issawiya, quartiere palestinese di Gerusalemme Est, Samer Issawi sta portando avanti una battaglia personale che è però specchio dell’intero movimento dei prigionieri palestinesi. Contro la detenzione amministrativa e contro le condizioni di vita a cui sono costretti i detenuti palestinesi nel sistema carcerario israeliano.

Samer ha ormai perso 47 chili, non tocca cibo da agosto e rifiuta le cure mediche della clinica militare di Ramle. Vive in una sedia a rotelle e vomita sangue. Aveva smesso di bere acqua, per poi ricominciare, convinto dalla Croce Rossa. “Il suo cuore potrebbe fermarsi in qualsiasi momento”, ha detto Daleen Elshaer, coordinatore della campagna Free Samer Issawi.

Un venerdì di ordinaria follia

febbraio 18, 2013 at 5:56 pm

Siamo appena usciti di casa per accompagnare i pastori in Khelly, la valle che separa At Tuwani dalla colonia israeliana di Ma’on. “Salam aleikum, kiffhalak?” – e dopo aver stretto la mano siamo lì con loro, in mezzo alle pecore, ad attendere che la volontà di Allah si compia.
Dalla cima dei minareti circostanti giungono gli echi dell’omelia del venerdì che, nell’etere, si confonde. Lunghi silenzi vengono interrotti da brevi scambi di battute in un arabo elementare e scorretto. Ogni tanto qualche sasso viene scagliato per richiamare il gregge.

Con passo lento ma energico ci spostiamo in alto, al di là dei campi.
Centocinquanta pecore stanno ora pascolando a qualche decina di metri dalla colonia. Il confine è segnato da una strada frequentata prevalentemente da israeliani armati o in tuta da jogging. Al di là dell’asfalto, una decina di piccole casette, bianche e disabitate, domina la collina. Loro unica ragion d’essere è sottrarre Terra Palestinese: conquistare, occupare, sfruttare la Terra Promessa.
Nel momento in cui il sole ha quasi raggiunto l’apice della sua parabola, un altro gruppo di pastori compare alle nostre spalle. Le pecore sono ormai più di duecento. Il colono incaricato della sicurezza di Ma’on non tarderà troppo all’appuntamento imposto dalle circostanze. È venerdì.

Elezioni in Israele

febbraio 16, 2013 at 6:57 am

Il partito Yesh Atid (lett. c’è un futuro), divenendo il secondo partito dopo il Likud, è la sorpresa di queste nuove elezioni in Israele. Terzo, è il vecchio partito laburista. Gli osservatori politici pensano che il partito di Mr. Lapid (leader di Yesh Atid) dovrà appoggiare l’attuale leader Netanyahu, ma con un interesse dichiarato per le questioni di politica interna, come la riforma degli alloggi e la riforma dell’istruzione. Anche in Israele è forte la protesta per ottenere riforme sociali come in tanti altri paesi del mondo, protesta che ha trovato nel gruppo Yesh Atid la sua manifestazione.

Ordine di demolizione e ordine di fermo dei lavori consegnati nei villaggi di Tuba e di Khallet Athaba, colline a sud di Hebron

febbraio 6, 2013 at 12:41 pm

6 febbraio 2013

At-Tuwani –  Il 5 febbraio 2013 alle ore 10.30 circa il DCO (District Coordination Office, la sezione dell’esercito israeliano che governa a livello amministrativo i Territori Occupati palestinesi di area C) e l’esercito israeliano hanno consegnato un ordine di demolizione esecutivo nel villaggio palestinese di Tuba. L’ordine è rivolto ad una tenda usata come abitazione e ad una casa, appartenenti ad Ahmed e Nasser Ali Awad. Le due strutture sono abitate da tredici persone, di cui undici sono minori. L’ordine di demolizione consegue ad un ordine di fermo dei lavori consegnato il 3 settembre 2012 (vedi l’ Update). I palestinesi avranno tre giorni di tempo per presentare ricorso riguardo quest’ordine.
Alle 11.30 circa il DCO e l’esercito israeliano hanno consegnato un ordine di fermo dei lavori nel villaggio palestinese di Khallet Athaba rivolto a un pozzo di proprietà della famiglia Dababsi.

RHR: Update from the Two Supreme Court Petitions on Susya

febbraio 5, 2013 at 4:30 pm

Aggiornamento legale sulla situazione legale del villaggio palestinese di Susiya, dei Rabbi for Human Rights

Last Thursday we came to the Supreme Court to protect the future of Susya (Press Release, ndr), from both demolitions and violence. Read the outcome of the legal discussion. Thanks to everyone who distributed the call for help (thousands of letters were sent to President Shimon Peres asking for his assistance) and who came to the Court!

The Supreme Court published its interim decision today on the future of the Palestinian village of Susya [31 Jan 2013]:

Regarding the petition of the far-right organization Regavim calling for demolition of the village, the court decided – in accordance with attorneys Avital Sharon and Quamar Mishirky-Asad of RHR, who represent the village – to grant an extension of 90 days, to allow for the preparation of a plan for the southern section of the village. The state has never provided suitable planning for Palestinian Susya – as it must – and that the planning system which determines the fate of Palestinians in Area C is a military system that does not represent the residents (it is as if the Palestinian Police were to plan Israeli towns without involving Israelis in the process). Granting the possibility of submitting plans by civic parties in dialogue with the villagers is the least that can be expected in terms of justice and fairness.

In the petition that RHR submitted on behalf of the Susya residents, against the methodical blockage of access to their lands, the court gave the state 90 days to detail its plans in that regard. In paragraph 1 of the decision the court directs the state to address in detail to each plot around Susya, and in the absence of a court decision, to provide a date by which the investigation will conclude.

Quamar Mishirky Asad: “Overall it’s a positive ruling, under the circumstances. You have to understand that the attempt to push the Palestinian villagers of Susya into the town of Yata, far from their livelihood – their fields – demonstrates a readiness to trample human rights in favor of an unofficial political policy to annex parts of Area C – annexation without Palestinians. Any political program must be subject to the principles of human and civil rights.”

Rabbi Arik Ascherman: “The truth is that we, Israeli society, are judged on our use of the monopoly of force to determine the fate of Palestinians; of those unrepresented among the judges of the Supreme Court or the planning commissions that determine their future. How can we be a country that twice expelled families from their homes in Susya, pressed them until they lived in caves, destroyed those caves, and then issued demolition orders for anything they built with a roof? Nathan the prophet told David that the king himself was the man who had stolen the poor man’s allegorical sheep. When the ruling comes out, the people will now if we are the analogous state. King David recognized himself in the story. If we recognize who we are today, maybe we will succeed in becoming who we want to be tomorrow.”

A Brief History of Palestinian Susya: In the 1980’’s the original village was designated an archaeological zone and cleared of its residents with no alternative accommodations; entry by Palestinians was barred, not even as visitors. With no choice the uprooted villagers moved to their nearby fields. All buildings deemed illegal are the result of forced expulsion, as is the destruction of the caves in which most of the villagers lived until 2001 (which is what forced them to set up tents). For more extended history please click Here!

+972: Threat of demolition looms over Palestinian village in West Bank

gennaio 31, 2013 at 6:43 am

The Palestinian village of Susya, which has been through numerous demolitions and forced expulsions, beginning in 1986, is facing yet another threat to its existence. This time, the fate of the entire village lays in the hands of Israel’s Supreme Court.

By Rabbis for Human Rights

On Thursday, Israel’s Supreme Court will hold two sessions regarding two petitions affecting the future of the Palestinian village Susya. One will discuss the possibility of expediting the demolition of most of the village, while the other seeks to prevent the villagers’ remaining lands from being rendered off limits to them.