Natan Blac, obiettore di coscienza israeliano, condannato per la decima volta consecutiva.

maggio 14, 2013 at 11:21 am
Il 12 maggio 2013 Natan Blanc è stato condannato per la decima volta consecutiva a scontare 28 giorni di reclusione per essersi rifiutato di prestare servizio nell’esercito israeliano. Era stato rilasciato domenica 5 maggio 2013 dalla prigione militare dove aveva scontato la precedente condanna a 20 giorni. Fino ad ora, compresa l’ultima condanna, Natan ha scontato in totale 178 giorni di carcere.
Si tratta, a tutt’oggi, del più alto numero di giorni di reclusione scontati da un cittadino israeliano per il semplice fatto di essere un obiettore di coscienza e aver quindi rifiutato la leva militare. È venuto il momento di cominciare una campagna nazionale e internazionale per ottenere che Natan sia sollevato dalla leva militare e possa invece prestare servizio civile per rispetto alla sua scelta di rifiuto della violenza.
Antefatto:
Lunedì 19 novembre 2012, Natan Blanc, un ragazzo israeliano di 19 anni (ha attualmente compiuto i suoi vent’anni in prigione), si presentò all’ufficio di reclutamento dell’Esercito Israeliano e ha informò le autorità militari della sua intenzione di rifiutare l’arruolamento nell’esercito. Per questo motivo egli fu incercerato e attualmente sta scontando la sua decima condanna consecutiva. Natan motiva così la sua decisione e la sua determinazione: ” Il permanere di una situazione nella quale ci sono due gruppi nazionali all’interno di uno stesso stato, l’uno con il diritoo di votare e l’altro senza, mi sembra immorale, secondo la mia opinione. Io sento che l’Esercito Israeliano gioca un ruolo centrale nel mentenimento della situazione attuale e la mia coscienza mi impedisce di parteciapare a tutto questo.”
Ulteriori informazioni, aggiornamenti e interviste video sono disponibili sulla pagina facebook:
Come inviare una lettera:
Natan non può leggere la sua e-mail durante il periodo di detenzione ma può ricevere lettere cartacee. Chiunque voglia esprimegli la sua solidarietà può scrivere una lettera al seguente indirizzo:
Natan Blanc
MA 7571368
DZ  01860
Israel Defence Forces
Israel

“Contempt for justice in the Israeli system” – Swedish activist being deported despite false charges and legal appeal

maggio 13, 2013 at 2:31 pm

13th May 2013 | International Solidarity Movement | Hebron, Occupied Palestine

By Team Khalil

Swedish activist Gustav Karlsson is today, 13th May, being transferred to Ben Gurion airport in Tel Aviv in preparation to be flown back to Sweden against his will. He is currently appealing his deportation legally.

Gustav was arrested on the 28th April in the West Bank city of Hebron, as he objected to the violent arrests by Israeli military of two 11- and 12-year old children, who were released later the same day. Soldiers violently grabbed Gustav, arresting him solely for his non-violent protest. He was accused of assaulting a soldier, and some news sources have stated that he grabbed a soldier’s weapon. Video evidence clearly debunks all of these false charges.

Gustav and Palestinian children’s arrest video

Gustav was shoved with guns and soldiers pretended to shoot him as he was blindfolded after he was arrested. He has been held in Givon immigration detention centre since the 29th April – the Israeli authorities declined to allow him a court hearing to prove false the charges against him. Instead they transferred him directly to the Ministry of Interior for deportation, a practise more and more commonly used against peaceful activists documenting Israel’s human rights abuses. Gustav is currently appealing the decision to deport him with a lawyer but the Israeli Ministry of Interior proves today by transferring Gustav that they are ignoring this process of law. He has given no consent to be deported and has not signed any agreement, as he denies that he should be deported.

Gustav Karlsson being arrested in Hebron

Gustav Karlsson being arrested in Hebron

Gustav said today “I am very indignant about the contempt for justice in the Israeli system – not only did the soldiers first wrongfully arrest two young children, now they are deporting me without giving me a chance to defend myself in court, even though the charges against me are clearly false. Time and time again, the Israeli system denies justice to the Palestinians and those who come here in solidarity with them.” See the original article about Gustav’s arrest here.

The Israeli justice system operates on separate levels for people of different ethnic origins – Israeli civilians are tried in civil courts, as are international activists (when they are not transferred immediately to immigration detention), whereas Palestinians are tried in military courts.

 

source: http://palsolidarity.org/2013/05/contempt-for-justice-in-the-israeli-system-swedish-activist-being-deported-despite-false-charges-and-legal-appeal/

Il coraggio più difficile

maggio 13, 2013 at 10:47 am

Scegliere di vivere a Tuwani è un atto di coraggio. Porsi in una posizione di conflitto aperto, senza armi, scegliendo dichiaratamente la nonviolenza, richiede forza. Quello che spesso passa in secondo piano tuttavia è la vera natura della sfida, che non è solo contro le regole aggressive dell’occupazione militare israeliana, bensì contro la parte più intima di noi stessi, il nostro pozzo profondo e scuro.

Il nostro essere, dannatamente, amabilmente umani.

Spesso durante le testimonianze in Italia, nelle scuole, mi viene posta la domanda “Ma tu non hai paura?”. Nel mio inconscio iniziano quindi turbini di pensieri riguardanti questa questione: paura di chi? Paura di cosa? Di che cosa è che noi giovani europei, cresciuti in una situazione di relativo benessere abbiamo paura? Della guerra? Della violenza?
Faccio fatica ad accettare che possa essere solo quella la radice delle nostre ansie quotidiane, non è di perdere la vita che abbiamo paura, ma di viverla nella pienezza. Abbiamo paura di essere fedeli a noi stessi. Facciamo fatica ad accettare fino in fondo la strada che abbiamo di fronte.

Non è della guerra che abbiamo paura, siamo cresciuti con immagini di battaglie alla televisione, siamo la generazione che ha visto in diretta TV il crollo delle Torri Gemelle e la gente che si gettava dalle finestre. Abbiamo sentito le cronache delle varie invasioni in nome della libertà. Non è di tutto ciò che abbiamo paura. Temiamo il conflitto perché risveglia parti di noi che preferiremmo tenere nascoste, emozioni di cui ci vergogniamo, il lato buio che si cela in ogni essere umano.

C/S: Doppio attacco dei coloni nelle Colline a sud di Hebron: 62 alberi di ulivo tagliati durante la notte nell’ambito della ‘strategia del price tag’ e un campo di grano dato alle fiamme

maggio 12, 2013 at 11:07 pm

Su un muro nelle vicinanze del luogo dove si è verificato il primo incidente i volontari hanno trovato una frase scritta in ebraico: “prezzo da pagare per coloro che rubano”

At-Tuwani, 10 Maggio 2013

Il 10 di Maggio, alle ore 6 del mattino, alcuni palestinesi del villaggio di At-Tuwani e due volontari di Operazione Colomba hanno scoperto che 62 alberi di ulivo sono stati tagliati durante la notte in un campo situato in prossimità della Bypass road 317.

Su di un piccolo muro vicino al campo di ulivi è stata notata la presenza della frase “prezzo da pagare per coloro che rubano”. La “price tag” (Ebraico: מדיניות תג מחיר) è, secondo B’Tselem, il nome dato ad “atti di violenza occasionale nei confronti della popolazione palestinese e delle forze di sicurezza israeliane” commessi dalle frange più radicali del movimento dei coloni israeliani nei Territori Palestinesi. Secondo il New York Times essi: “esigono un prezzo dai Palestinesi locali o dalle forze di sicurezza israeliane per qualsiasi azione intrapresa a contrasto della loro impresa di colonizzazione”.

L’uliveto appartiene alla famiglia Amor ed è stato piantato circa 30 anni fa. I membri della famiglia palestinese  presenti sul luogo dell’incidente erano particolarmente sconvolti dall’accaduto.

La prima jeep di soldati israeliani è arrivata sul posto alle ore 7 del mattino circa, seguita da unaltro veicolo dell’esercito e da un’auto dell’ Amministrazione Civile israeliana. Alle ore 7:30 un’auto della Polizia israeliana è arrivata nelle vicinanze del campo ed un poliziotto ha iniziato a documentare utilizzando una videocamera. Un membro della famiglia proprietaria del campo ha fornito una testimonianza all’ufficiale riguardo alla storia dell’uliveto. La Polizia israeliana non ha parlato con i volontari internazionali e non ha fornito ulteriori spiegazioni riguardanti le indagini. Intorno alle 8:00 il responsabile della sicurezza della colonia di Ma’on si è confrontato con le forze di Polizia, con alcuni militari e ha scattato alcune fotografie.

Alle ore 8:10 un ufficiale dell’Amministrazione Civile ha provato a detenere un pastore palestinese di At-Tuwani con l’accusa di mancanza di rispetto verso la sua autorità. L’uomo palestinese ha negato di essersi espresso malamente nei confronti del militare. Intorno alle ore 8:30 un soldato israeliano incaricato di analizzare le impronte ha iniziato la sua indagine sul campo. Alla fine della sua analisi ha affermato che i responsabili del danneggiamento erano in sei, cinque uomini e una donna più alcuni altri che monitoravano da lontano.

Nel pomeriggio, intorno alle 2.30 p. m., un gruppo di coloni ha dato fuoco a un campo di grano palestinese, vicino al villaggio di Tuba. Un minorenne palestinese, di sedici anni, li ha visti fuggire da lontano. Il campo appartiene alla famiglia degli Aliawad che hanno immediatamente chiamato la polizia israeliana. Quando la polizia è arrivata, il ragazzo e suo fratello sono stati portati alla più vicina stazione di polizia, Kiryat Arba, per sporgere denuncia.

Gli alberi di ulivo e il grano sono una risorsa fondamentale per i palestinesi delle Colline a sud di Hebron ed il loro danneggiamento costituisce una grave perdita economica.

Cionostante le comunità palestinesi delle Colline a sud di Hebron sono ancora fortemente impegnate nella resistenza popolare nonviolenta contro l’occupazione israeliana.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante a At-Tuwani e nelle Colline a Sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/270rxvs


In South Hebron, ‘new rules’ are rather like the ‘old rules’

maggio 2, 2013 at 8:40 am

By David Shulman; Published April 29 2013 on +972blog

Security forces are targeting Israeli activists and Palestinian shephards in new ways in the South Hebron hills. It’s as if they’d decided to circumvent the whole irksome apparatus of the courts and to resort instead to brute force. It’s much simpler, and maybe more effective.