Un soldato, la nostalgia

ottobre 22, 2014 at 6:35 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERAC’è un soldato in piedi.
Dietro di lui 3 camionette militari, una decina di commilitoni.
Davanti a lui un nugolo chiassoso di ragazzini: bandiere palestinesi in mano, Diritti in bocca, speranze nel cuore.
Il soldato avrà vent’anni: un ragazzo d’Israele.
I bambini che gli stanno davanti, tanti, sono il futuro ancora giovane della Palestina.
Incornicio quello a cui assisto con la nostra telecamera: nello schermo vedo l’azione.
Poi alzo lo sguardo e mi metto a osservare i sentimenti che quest’azione ha innescato.
Parlano gli occhi di questo soldato: ha il volto corrucciato, nelle sopracciglia bionde tanta tristezza, il suo fastidio per l’essere lì.
C’è smarrimento. Forse è il rammarico o la vergogna di trovarsi con un’arma puntata contro una manifestazione nonviolenta. Forse vorrebbe levarsi la divisa verde, sporca di terra e sudore, e appoggiare per terra quel fucile più grande di ciascuno dei bambini che gli grida in faccia la propria determinazione a riprendersi dignità e libertà.
Nei suoi occhi azzurri enormi vedo un’ombra diventare sempre più evidente e più fuori luogo nella concitazione del momento: credo che si chiami nostalgia.
La stessa nostalgia che cantano e urlano i giovani palestinesi sabato dopo sabato.
E’ nostalgia di qualcosa che nessuno di questi ragazzi ha mai avuto: la possibilità di essere se stessi, senza dover ricoprire i ruoli patetici che assegna l’occupazione.
La nostalgia di una vita e un sabato pomeriggio banali, senza camionette militari e stivali d’ordinanza, senza la paura di essere arrestati e senza internazionali a ronzarti attorno per la tua protezione. Basta cori cantati già mille volte dai bambini.
Basta fare finta di odiare questi bambini… non li conosci nemmeno: eppure li devi aggredire.
Loro non hanno mai parlato a questo soldato, ma mentre li guardo sfidarlo per piantare quelle bandierine sul tetto della sua jeep mi sembra di vederli giocare con un fratello maggiore.
Mi umilia il suo imbarazzo: i bambini dovrebbero avere paura, e stanno invece ridendo.

Questo soldato mi mette profonda inquietudine: lui è fuori posto.
Io sono fuori posto.
Tutta l’occupazione è fuori posto, in questa terra meravigliosa che dovrebbe vivere solo d’amore e della forza delle sue molte religioni.
E’ una terra dello Spirito. Una terra sacra. Perchè c’è ancora questa guerra?
Nessuno di noi vorrebbe essere qui, in una mattina splendente di fine estate, schierato sull’odioso scacchiere del conflitto.
Oppure sì, ma senza più divise e ruoli, seduti a terra a bere assieme un tè e a parlare di un diverso mondo possibile, di un cammino in cui riconoscersi, finalmente, solo come esseri umani. Niente più parti: abbassate le bandiere e sollevati gli elmetti.
Può esistere immensa nostalgia anche per qualcosa che non si ha mai avuto.
Struggente nostalgia per un futuro che stiamo ancora solo costruendo, e che eppure già desideriamo. Qui e tutti assieme. Anche assieme a questo soldato, anche se lui forse non lo sa ancora.
I suoi occhi me l’hanno detto: per un breve istante ci siamo guardati e mi ha chiesto di scrivere scusa. Di impegnarmi per la fine di tutto questo. Anche per lui. Anche con lui.