Direzione Giustizia!

settembre 16, 2017 at 5:01 pm

Fermarsi, cliccare “pausa” e togliere il volume. Ne avremmo bisogno tutti ora, non per fuggire da questo istante così complicato, ma per essere immersi ancora di più in questa  assurdità e trovare lo spazio per essere cortocircuiti di giustizia efficace.
Invece le cose scorrono veloci, e anche oggi il sole è sorto alle spalle dell’avamposto illuminando i nostri visi ancora increduli per gli accadimenti di questi giorni.

Ho bisogno di scorrere gli istanti dolorosi e violenti, analizzarli, ma ancora più forte è la necessità di ricordare i momenti gioiosi, di vita semplice, la quotidianità che scorreva tra un’ ingiustizia e l’altra.
Un raid notturno, violenza di quella che appiccica, che lascia segni. Rabbia e detenzioni immotivate, ragazzini impauriti che si fanno forza, due mani che si stringono, come a dire: “fa paura, ma siamo insieme dentro a quest’assurdità”.
Dormire in grotta nell’attesa di un ritorno, del ritorno di anime innocenti, obbligate ad affrontare interrogatori insensati, anzi un senso c’era: quello di portare allo sfinimento la ribellione interiore, la corsa alla giustizia. Le ore notturne rotte da una risata di gioia di chi torna, con racconti terrificanti, ma anche con battute che ci fanno ridere fino all’alba.
Le anime ribelli non sono state soffocate, anzi sorridono ancora e si sono strette per essere più forti.
Un arresto improvviso e mirato, quattro uomini inespressivi pronti a difendere con arroganza l’ingiustizia, un ragazzo giovane, ma che ha scelto, ha scelto di vivere, vivere con dignità.
Studiava le nozioni e le teorie, e continua a farlo, ma ha scelto anche di essere giustizia ed è per questo che oggi non vedrà l’aula universitaria, ma solo una cella con la speranza di poter parlare davanti ad una corte. Questo assurdo arresto però ha richiamato alla realtà tutti quelli che piano piano si stavano accomodando e cedevano alla normalità, che normale non era, un risveglio traumatico forse, ma necessario. Le donne hanno alzato la testa, le ragazze hanno tirato fuori la voce, gli uomini hanno ripreso la corsa alla dignità.
E infine un ragazzino tra le braccia della nonna. Un padre che perde un altro figlio per aver scelto la nonviolenza, per aver creduto in un mondo giusto. Ma qui non c’è niente di giusto, quattro uomini inespressivi gravitano attorno al ragazzino e altri 4 soldati armati non badano alla presenza dei piccoletti che con occhi sgranati fissano la scena. Le sorelle urlano a gran voce l’assurdità della situazione, la madre e le zie a testa alta portano avanti i valori per i quali i loro figli ora portano le manette, i giovani amici si arrabbiano e si indignano. Ed ecco un padre che oggi dovrà consegnare il secondo figlio alle autorità, consegnare un giovanissimo lottatore di giustizia all’esercito dell’ingiustizia.
Un’altra notte, un altro cielo stellato, il telefono suona per qualche emergenza, dalla firing zone risuonano i rumori dei training militari, e domani i bambini scortati da soldati, troppo giovani per tutto quel potere, raggiungeranno la scuola.
E noi? A nessuno di noi è mai venuto il dubbio che fosse troppo, che fosse finita!
La vita scorre nonostante tutto questo: i padri sorseggiano caffè nel tetto di casa, le donne cucinano, i bambini giocano sulla porta. Anche noi andiamo avanti, direzione Giustizia.
G.

Aisha

novembre 11, 2016 at 6:07 pm

 

(Italian follows)

My name is Aisha, like a song. I’m 25 years old and I’m Palestinian. I am from the little village of Tuba. In Tuba we live in caverns and tents on a barren hill. Today morning I was been in the city in order to see a doctor. My one year daughter is sick and she keeps crying.

Early I lived Tuba with my little brother,  that is attending the third class of the elementary school. Every day he is escorted by the Israeli soldiers to reach the school in At Tuwani safely and today I walked with the soldiers and the schoolchildren too.

But unfortunately I didn’t succeed to come back in Tuba with them because in the clinic there was a lot of people and I had to wait. I get back on my feet. If you want to reach my village Tuba, you have to walk near a hill covered by a grove of pines. You can’t see them but inside the grove a group of Israeli settlers is living. Many times they chased my. Many times they forced me to break out. Many times they forced me to change my path. Just doing this I came back home safely. Every day my little brother is escorted by the Israeli Army to the school because of them. Today the situation is very complicated, I am not alone.Today I am with my little daughter, who is not walking yet and I have a little baby in my belly. After few days I am about to give birth. The path is long and hard if I want to avoid the settlers. But today the settlers are waiting me on the road and they are cutting me off. I have to take a longest road.

I roll up my skirt on the bump and I give my honey to a girl, who is accompanying us. I face every step carefully. I am wearing scuff and the trail is full of stones and spiny brambly. The sun hammers down on us and the most dangerous part of the road is uphill. We have to arrive on the top of the hill and my honey is still crying. I have the medicine for her in my handbag. I’ m thinking about the men in the grove and on the shorter road to reach my home.

I have not done anything wrong to them. I am not dangerous. They have no right to make my life miserable. We are just three women walking silent in order to get no attention from them. I am also pregnant and with my little daughter. I am strong and I have the strength to force all this. I don’t want give up to have, revenge and violence. I don’t want become like them. I want teach to my little daughters that the borders are just in the mind of those who put them and the violence price is also paid by its user.

M.

img_2769-1

Mi chiamo Aisha, come una canzone. Ho 25 anni e sono palestinese. Vengo da Tuba, un piccolo villaggio di grotte e tende, aggrappato su una collina brulla. Stamattina sono stata in città, per andare dal dottore. La mia bambina, che ha un anno, sta male, ha la febbre e continua a piangere.

Per arrivare in città sono partita presto a piedi con il mio fratellino che fa la terza elementare. Lui per andare a scuola è scortato dall’esercito, e stamattina anche io ho camminato con i soldati e bambini della scuola.
Poi però dal dottore ho dovuto aspettare molto, c’era la fila, e non ho fatto in tempo a tornare con mio fratello e i soldati.
Devo arrangiarmi. Per arrivare a Tuba, il mio villaggio, bisogna passare di fianco a una collina coperta da un boschetto di pini. Lì dentro, anche se non si vedono, vivono dei coloni: mille volte mi hanno inseguita, mille volte mi hanno costretta a fuggire, a cambiare strada, a inventarmi un modo per arrivare a casa sana e salva. Loro sono il motivo per cui mio fratello è scortato dai soldati per poter raggiungere la sua scuola.
Oggi la situazione è ancora più complicata, non sono più sola: con me c’è mia figlia, che ancora non cammina, e dentro la pancia porto un’altra bambina che aspetta di uscire fuori tra poco, pochissimo. Il parto è previsto a giorni. La strada che faccio di solito per evitare i coloni è lunga e faticosa. Oggi però non posso passare neanche di lì: loro sono già lì che mi aspettano,tagliandomi la strada.
Prenderò un sentiero ancora più lungo. Mi arrotolo la gonna lunga sul pancione, do mia figlia in braccio a una delle ragazze che mi accompagna e affronto con attenzione ogni passo che i miei piedi fanno. Indosso delle ciabatte, e il sentierino è fatto di sassi, terra e rovi spinosi. Il sole batte forte, la parte di strada più pericolosa è in salita, si arrampica in cima a una collina, e mia figlia continua a piangere. Nella borsa ho le medicine che il dottore mi ha dato per lei.
Penso a quegli uomini nel boschetto, sulla strada più breve per raggiungere casa mia. Penso che io non gli ho fatto niente di male, che non sono pericolosa, che loro in ogni caso non hanno il diritto di stare lì a rendermi la vita impossibile.
Siamo tre donne, che camminiamo silenziose per non attirare la loro attenzione. In più c’è la mia bambina, e la bambina che porto in pancia. Ci arrampichiamo un po’ alla volta verso il cielo pulito oltre il grigio e il verde della collina secca.
Sento di essere forte, di avere la forza necessaria per affrontare tutto questo. Per non cedere all’odio, alla vendetta, per non diventare come loro. E soprattutto sento di avere la forza di insegnare alla bambina che sta per nascere che i confini sono solo nella mente di chi li mette e che il prezzo della violenza lo paga anche chi la usa.

M.

Urla mute per orecchie sorde

gennaio 9, 2016 at 2:51 pm

I volontari di Operazione Colomba hanno accompagnato gli attivisti di Bt’Selem nelle visite ad alcune famiglie di ragazzi uccisi dall’esercito israeliano negli ultimi mesi nella zona di Hebron, in seguito a tentativi di aggressione. Le vittime hanno tentato di aggredire soldati o coloni israeliani con coltelli da cucina o, in altri casi, investendoli in macchina. I palestinesi sono stati freddati sul luogo, diventando così dei “martiri”.

In questi casi è prassi dell’esercito israeliano punire anche le famiglie degli aggressori demolendo le loro abitazioni. Queste azioni rientrano in un sistema di punizioni collettive che le forze occupanti israeliane mettono in atto sistematicamente nei Territori Palestinesi.

 
MAF_7666 copia
Nessuno dei genitori sapeva cosa stava andando a fare quella mattina quel loro figlio. C’è chi ha detto “vado a lavoro”, c’è chi non ha detto nulla ed è uscito, qualche ora dopo la notizia: “vostro figlio è diventato shahid (martire e testimone)”.
C’è poco spazio per il dolore pubblico: “è morto per la Palestina, meglio così che in mille altri modi”.
Ma basta stare insieme pochi minuti per sentirsi dire “amo la Palestina, ma amavo ancora di più mio figlio”.
Mentre visitiamo le famiglie di questi giovani ragazzi, ci chiediamo perché sono diventatishahid, perché hanno scelto di morire così. Alcune risposte arrivano dai racconti dei familiari, pezzi di risposte, i motivi che forse li hanno spinti a correre verso un soldato con un coltello da cucina in mano, o a schiantarsi contro un checkpoint con la macchina…
Permessi di lavoro tolti, futuro negato, paura, frustrazione.
Qualsiasi strada hanno provato se la sono trovata sbarrata.
E all’orizzonte anche tutte le altre strade sembrano già chiuse… sembra che solo una ne rimanga aperta, quella più estrema, per permettere loro di essere ascoltati, di far uscire fuori quell’urlo che non può uscire da nessuna altra parte.
Qualche settimana dopo la notizia della morte, le famiglie degli shahid vengono svegliate dall’esercito, di solito in piena notte, a volte da decine di soldati che fanno irruzione in casa, non dicono quasi nulla, ma prendono le misure di tutto l’edificio.
Da quel momento in poi gli abitanti della casa sanno che, oltre a sopportare il dolore della perdita, a breve vedranno la loro casa esplodere.
Spesso case dove vivono famiglie enormi, nonne, nipoti, fratelli.
Al piano terra stalle e animali.
Una casa costruita attraverso le generazioni, un rifugio per tutta la famiglia.
Altre volte sono solo un paio di stanzette quasi vuote, arredate con la foto del figlio ormai “martire”, dove sta la madre anziana e sola, senza neanche più quell’unico figlio non ancora sposato.
La giustizia di Israele prende molto seriamente queste situazioni ed esegue punizioni collettive: chi ha perso un figlio o un fratello o un marito, deve essere ancora punito…
“Quando finirà?” ci chiedono, “Ha una fine tutto questo?”.
Io non so più se ce l’ha, per chi è nato dalla parte sbagliata di un muro, o nella costa sbagliata di un mare, o al di là di una frontiera.
Non so se ce l’ha finché noi, quelli nati dalla parte ricca, dalla parte che detta le regole, continuiamo a pretendere una giustizia che è solo per noi, dei diritti che sono privilegi, una sicurezza che è una fortezza armata.
Forse ci sarà una fine quando tutti smetteremo di girarci dall’altra parte, e fare finta che queste storie non ci riguardino.
M.

UPDATE : Walking in Hebron Old City

novembre 11, 2015 at 6:06 pm

(italian follows)

SnapShot-2015-11-11-20h44m12s120

On November 11, Operation Dove volunteers went to Hebron’s Old City in order to monitor the area and to bring solidarity and support to the people who suffer daily from the Israeli closure policy of the Old City and settlers violence.

Since October 1, 23 Palestinians were killed in Hebron, most of them without representing any kind of threat. In many cases, soldiers shot to unarmed people only because the soldiers thought they were suspects, without any proof and from far away.

Operation Dove volunteers documented the closures (especially Tel Rumeida and Al-Shuhada street) that prevent Palestinian’s freedom of movement. They also taped some young settlers during a training with guns on a roof in the middle of the Old City.

P1110317

UPDATE : Camminando per la città vecchia di Hebron

L’11 novembre i volontari di Operazione Colomba sono stati nella città vecchia di Hebron per monitorare l’area e per portare il proprio supporto e solidarietà alle persone che giornalmente soffrono a causa della politica israeliana di chiusura del centro città abbinata alla violenza dei coloni.

Dal primo di ottobre 23 palestinesi sono stati ammazzati a Hebron, molti dei quali non rappresentavano nessuna minaccia: i soldati israeliani hanno spesso sparato a persone disarmate, solamente perché sospette.

I volontari di Operazione Colomba ha documentato la chiusura che riguarda specialmente Tel Rumeida e Al-Shuhada Street e che impedisce la libertà di movimento per i Palestinesi. I volontari hanno inoltre registrato dei coloni mentre si addestravano su un tetto all’uso delle armi nel cuore della città vecchia.

P1110319

Un soldato, la nostalgia

ottobre 22, 2014 at 6:35 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERAC’è un soldato in piedi.
Dietro di lui 3 camionette militari, una decina di commilitoni.
Davanti a lui un nugolo chiassoso di ragazzini: bandiere palestinesi in mano, Diritti in bocca, speranze nel cuore.
Il soldato avrà vent’anni: un ragazzo d’Israele.
I bambini che gli stanno davanti, tanti, sono il futuro ancora giovane della Palestina.
Incornicio quello a cui assisto con la nostra telecamera: nello schermo vedo l’azione.
Poi alzo lo sguardo e mi metto a osservare i sentimenti che quest’azione ha innescato.
Parlano gli occhi di questo soldato: ha il volto corrucciato, nelle sopracciglia bionde tanta tristezza, il suo fastidio per l’essere lì.
C’è smarrimento. Forse è il rammarico o la vergogna di trovarsi con un’arma puntata contro una manifestazione nonviolenta. Forse vorrebbe levarsi la divisa verde, sporca di terra e sudore, e appoggiare per terra quel fucile più grande di ciascuno dei bambini che gli grida in faccia la propria determinazione a riprendersi dignità e libertà.
Nei suoi occhi azzurri enormi vedo un’ombra diventare sempre più evidente e più fuori luogo nella concitazione del momento: credo che si chiami nostalgia.
La stessa nostalgia che cantano e urlano i giovani palestinesi sabato dopo sabato.
E’ nostalgia di qualcosa che nessuno di questi ragazzi ha mai avuto: la possibilità di essere se stessi, senza dover ricoprire i ruoli patetici che assegna l’occupazione.
La nostalgia di una vita e un sabato pomeriggio banali, senza camionette militari e stivali d’ordinanza, senza la paura di essere arrestati e senza internazionali a ronzarti attorno per la tua protezione. Basta cori cantati già mille volte dai bambini.
Basta fare finta di odiare questi bambini… non li conosci nemmeno: eppure li devi aggredire.
Loro non hanno mai parlato a questo soldato, ma mentre li guardo sfidarlo per piantare quelle bandierine sul tetto della sua jeep mi sembra di vederli giocare con un fratello maggiore.
Mi umilia il suo imbarazzo: i bambini dovrebbero avere paura, e stanno invece ridendo.

Questo soldato mi mette profonda inquietudine: lui è fuori posto.
Io sono fuori posto.
Tutta l’occupazione è fuori posto, in questa terra meravigliosa che dovrebbe vivere solo d’amore e della forza delle sue molte religioni.
E’ una terra dello Spirito. Una terra sacra. Perchè c’è ancora questa guerra?
Nessuno di noi vorrebbe essere qui, in una mattina splendente di fine estate, schierato sull’odioso scacchiere del conflitto.
Oppure sì, ma senza più divise e ruoli, seduti a terra a bere assieme un tè e a parlare di un diverso mondo possibile, di un cammino in cui riconoscersi, finalmente, solo come esseri umani. Niente più parti: abbassate le bandiere e sollevati gli elmetti.
Può esistere immensa nostalgia anche per qualcosa che non si ha mai avuto.
Struggente nostalgia per un futuro che stiamo ancora solo costruendo, e che eppure già desideriamo. Qui e tutti assieme. Anche assieme a questo soldato, anche se lui forse non lo sa ancora.
I suoi occhi me l’hanno detto: per un breve istante ci siamo guardati e mi ha chiesto di scrivere scusa. Di impegnarmi per la fine di tutto questo. Anche per lui. Anche con lui.

Il rumore sereno della nonviolenza

settembre 29, 2014 at 9:40 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERANon so che cosa si possa pensare, da lontano, circa il significato di vivere nei Territori Occupati Palestinesi un progetto di resistenza senz’armi che abbiano mirino e caricatore. Non so come ci si immagini che sia una giornata di nonviolenza guidata dal solo principio della condivisione perenne con le persone che vivono questa incrollabile lotta fatta solo di una determinazione che corra sempre un passo avanti al proprio timore di finire arrestati, picchiati, schiacciati dal macigno dell’ingiustizia.
Eccola questa vita che si ostina a vivere: tensione, sporco, tanta fatica, inesauribile sonno, insetti, spine. Sconosciuta intimità e dimenticata solitudine, respiriamo la polvere di un paese in cui l’occupazione quotidiana dello spazio territoriale, fisico e mentale non conosce riposo né ripensamenti.
Quando alla sera torni da accompagnamenti chilometrici per colli bruciati dal sole, dopo che sei stato tutto il giorno in mezzo al puzzo delle pecore, che hai bevuto l’acqua del pozzo perchè non c’era altro e sai che la notte starai male, dopo che come un falco hai strabuzzato occhi e cuore verso l’orizzonte accecante di luce nell’attesa e nel timore di scorgere un soldato che imbraccia il suo fucile o un colono che imbraccia il suo odio (o un fucile pure lui, o tutt’e due le cose e magari anche qualche pietra), dopo che il militare di turno ti insulta o non ti risponde per niente facendoti sentire inesistente per un attimo che dura millenni, dopo che l’accompagnamento va male e finisce pure che arrestano i pastori che erano con te, dopo che la scorta non si presenta e ti carichi la responsabilità di portare a scuola dieci ragazzini spaventati sfrecciando tra sassi, rovi e salite estenuanti, proprio sotto un avamposto di coloni considerati terroristi anche da Israele, ecco, dopo tutto questo, quando arrivi a casa la sera e vorresti collassare sul letto, ormai imbiancato dal sale del tuo stesso sudore, ti accoglie invece la puntuale, caotica processione dei giovani del villaggio verso casa nostra, luogo di ritrovo perchè spazio libero sul confine culturale tra popoli che hanno deciso di combattere assieme sulla strada dell’umanità. Qui, rifugio dove si viene a cercare la pasta e il caffè espresso e dove fino a tarda sera si può suonare la chitarra e provare a scherzare persino sulla guerra, i pensieri si incontrano e si intrecciano le nostre esistenze: italiani e palestinesi coltiviamo assieme radici profonde di una presenza che, in cambio del nostro impegno, raccoglie un affetto fraterno e un’invasione di bambini e adolescenti per i quali gli ajaneb, noi stranieri, siamo diventati una piacevole abitudine educativo-ricreativa. Ci chiedono di suonare insieme, di fare a cazzotti, di giocare, vogliono disegnare sulle nostre mani, insegnarci a cucinare i loro dolci, fare conversazione in italiano, in inglese, in arabo; vogliono che li coccoli, che si raccolga inseme i fichi strappati alla terra resa arida dal furto incessante di acqua, devi placare i litigi e spegnere i pianti, prenderti i pugni nella pancia quando si gioca al “colono che picchia l’ajaneb”, o la sua versione alternativa con il “soldato che maltratta l’ajaneb”.
Perenne la consapevolezza di essere qui per un motivo e avere un lavoro da fare, di essere sotto lo sguardo attento di ciascuno, ogni nostra mossa amplificata dalla ricaduta che avrà sulla vita di queste persone anche quando ce ne saremo andati: ti domandi incessantemente se stai dimostrando abbastanza rispetto, se sarai efficace sul campo, ti chiedi se è stato utile parlare col soldato o se avresti potuto fare di più, se la ripresa con la videocamera non poteva essere migliore e la foto più precisa, se stai correndo abbastanza veloce sulla strada che ti porta all’emergenza per la quale ci hanno chiamato. Passi la giornata combattendo stanchezza, paura e la sensazione di non essere mai all’altezza del ruolo che ti viene richiesto da queste persone colme di saggezza ed esperienza; e vai a dormire vestito per essere pronto all’allarme notturno, con la telecamera accanto al cuscino e l’ansia di una chiamata di intervento come buonanotte. Ti alzi prima dell’alba per correre dalla parte opposta delle colline a monitorare che i bambini arrivino a scuola, e mentre sballotti per gli sterrati scoscesi e cerchi di non ammazzarti rotolando a valle, resti vigile e pronto ad agire in caso d’attacco. Sai che se la scorta sarà in ritardo o non arriverà dovrai distrarre i bambini, infuriati perchè vogliono arrivare a scuola, e subito dopo spaventati perchè coscienti che ci dovranno arrivare passando per strade pericolose e senza protezione, se non quella del nostro corpo che combatte l’ansia e una cinepresa piantata verso l’ignoto minaccioso. Sai che leggerai nei loro occhi l’ombra dell’umiliazione, mentre i minuti passano e passano e tu ti attacchi al cellulare per chiamare gli avvocati, i difensori dei diritti umani, la centralina dell’esercito per sapere perchè accidenti la scorta non arriva. Sai che proverai a fargli il solletico e a cantare, a fare il giullare idiota che cerca di imparare l’arabo e sbaglierai apposta la pronuncia per farli ridere; sai che mentre l’orologio corre via e ti affanni a farli sentire ancora bambini, ancora protetti e al sicuro, loro stanno già maturando la consapevolezza di essere vittime dell’esercizio del razzismo, sanno già, a sette anni, di essere schiacciati da un’occupazione che ti costringe ad aspettare tre militari armati per andare a scuola, a scudo della stessa gente alla quale appartengono anche quegli stessi militari. Sai che, se questa follia mattutina non andrà a buon fine e il gioco delle parti si incepperà in qualche suo passaggio, questi bambini che ti guardano confidando che tu possa fare qualcosa arriveranno in ritardo al loro appuntamento con il diritto all’istruzione, più amareggiati, più spaventati, più arrabbiati del mattino precedente. Sai che saranno già meno bambini ma più disillusi del momento in cui tu hai messo piedi e cuore in questi villaggi sperando davvero di poter essere utile a qualcuno, di poter sbiadire cancellata dopo cancellata qualcuna delle righe di quest’ingiustizia perenne, di questa tortura silenziosa e crudele che strappa via l’innocenza ai giovani e la dignità agli adulti.

Eppure eccoci: siamo qui. E qui c’è anche felicità. Perchè quando uno di quei bambini ti abbraccia, quando tutto il villaggio impara i nostri nomi per pronunciarli con affetto e rispetto, quando una casa ci apre le sue porte e le donne ci accolgono nella loro cucina, quando gli uomini ci chiedono che ne pensiamo dell’occupazione mentre si beve assieme un tè, quando un pastore di dieci anni viene a bussarci ancora in groppa al suo asino per chiederci di scortarlo perchè con noi si sente al sicuro, quando riesci a parlare almeno a un soldato e dirgli che le sue armi non ti piacciono e che ci potrebbe e ci deve essere un modo diverso per vivere, quando il gregge delle pecore viene spinto dai pastori, rassicurati dalle nostre telecamere, un chilometro più avanti verso gli avamposti illegali, riconquistandosi mille metri di terra, di coraggio e di diritti, quando alla sera ci godiamo finalmente la mezz’ora di silenzio mentre il villaggio si prepara per la notte ventosa, e ripensiamo a tutti i sorrisi che abbiamo raccolto e a tutte le mani che abbiamo stretto durante la giornata… ecco, allora sì, ascoltiamo la serenità.
Che suona ancora più forte e rassicurante, che ci fa trovare nuove energie e nuove speranze, che fa ancora più rumore di tutti questi suoni e voci e parole e minacce e risate e strafalcioni linguistici e versi di animali e grida di coloni e urla di bambini e richiami dell’alba alla preghiera proprio quando finalmente ti eri appena addormentato: è il rumore della pace in costruzione.
Il rumore che fa questo sogno mentre sta diventando realtà.

Crilla

Un sogno di libertà

settembre 16, 2014 at 2:48 pm

Qua ad At-Tuwani tutto scorre in una calma apparente, in una quotidiana occupazione che come sempre cerca di normalizzare l’ingiustizia.
Diverse cose sono cambiate dal mio arrivo qua, rispetto a 2 anni fa. il gruppo, le responsabilità, io e l’occupazione. Un io più presente, mi permette di osservare meglio, stare sul campo e assumermi più responsabilità.

Ascoltare, vedere e condividere con queste persone la loro vita, la loro sofferenza, la loro gioia e impegno. il loro sogno di libertà.
Ma anche qua gli occhi vanno a Gaza. Mi fa sorridere ripensare alle parole di un palestinese “Quelli di Gaza che reagiscono in maniera violenta per la libertà, sono terroristi, noi qua che resistiamo in maniera nonviolenta siamo terroristi. Chiunque di noi pretende la libertà è un terrorista”.
Quasi come fosse un crimine essere umani, pretendere la libertà o voler vivere.
Ogni tanto mi soffermo a leggere le notizie dei quotidiani italiani e fa male non-leggere il dolore e le storie delle persone sotto occupazione. occupazione che non permette di costruire le case, di pascolare nei propri terreni o circolare liberamente se non fermati da check point volanti.
Come se le guerre nascessero per caso, come se le vite delle persone sotto occupazione valessero meno, fossero persone meno umane.
Terra di Palestina, terra di ingiustizia, terra di occupazione e di vita mancata, ma anche storia di semplici villaggi e persone che unite e insieme cercano una nuova via. via di vita, di libertà. via di giustizia che da speranza di pace.
In occidente si chiede sempre il cessate il fuoco, ma nessuno condanna l’occupazione.
Siamo fortunati noi volontari ad accompagnare queste semplici persone, che lottano a più non posso contro l’occupazione per un futuro. un futuro grande capace di comprendere anche i loro “nemici”, futuro capace di sperare per tutti e presente molto faticoso, molto impegnativo. un futuro che impegna tutti: palestinesi, israeliani e internazionali. una lotta che ha bisogno di tutti.
In fin dei conti la nonviolenza è un’arma a doppio taglio, che fa sentire alle volte molto debole, dalla parte sbagliata del fucile, dalla parte dell’ultimo e del più debole e per questo da una visione del mondo capace di vedere tutti.
Quasi non fosse un’utopia pensare che tutti abbiamo diritto a una dignità, alla libertà di vivere ed essere umani. è la forza degli ultimi, non di quelli che valgono meno, ma di quelli che non riescono a comprendere certe parole come libertà e giustizia se non valgono per tutti.
ma allo stesso tempo è un arma molto forte, perché capace di far vedere che il cambiamento è possibile e che ognuno di noi ne è responsabile.
Questa è una grande lotta. una lotta umana.

Pedro

P/R: Operation Dove strongly condemns ‘Protective Edge’ military operation against Gaza

luglio 16, 2014 at 5:56 am

The Israeli occupation continues to “normalize” the violation of the Palestinian human rights

(Italian follows)
July 15, 2014

At Tuwani – Operation Dove, Nonviolent Peace Corps of the Pope John XXIII Community-Association, maintains a constant presence in the South Hebron hills, Palestinian Occupied Territory, continuing from 10 years to accompany and support the Palestinians of the area in their struggle choice by nonviolent methods in order to protect their lives and their rights.

“On the seventh day since the beginning of the Israeli state ‘Protective Edge’ military operation against the Gaza Strip (which has already killed at least 180 people and injured more than 1200), the situation here is alarming,” says a volunteer. “Although no serious things happened during the past 7 days, the local population is very apprehensive and scared. It is expected that in parallel with the Israeli bombing of the Gaza Strip, the Israeli army and settlers could begin a new massive violence phase in the area. A lot of shepherds, that we usually accompany by non-armed escort during their everyday activities, now they stay in their houses and don’t approach work areas close to Israeli settlements or outposts, because scared of attacks that could attempt on their safety. ”

Operation Dove strongly condemns this further outbreak of violence: in addition to the massacre and the humanitarian disaster in Gaza, the Israeli military operation that followed the kidnapping and murder of three young Israelis, in the West Bank has led to at least 10 people killed including children, and 150 injured during the raids. More than 500 people have been kidnapped and imprisoned, many of them subjected to “administrative detention”, so without charge. More than two thousand properties were raided, damaged or looted. Towns, villages and refugee camps have been put under siege by checkpoints and roadblocks.

Operation Dove strongly condemns the Israeli occupation of the Palestinian Territories  that dehumanizes the occupier and the occupied. This dehumanization, institutionalized, sought and wanted by the occupying state, makes possible the murder of three young Israelis by two Palestinians, as it seems, or the barbaric murder of a 16 year old Palestinian from East Jerusalem, burned alive by Israeli extremists. This occupation “normalizes” the continued human rights violations of the Palestinian people.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]


COMUNICATO STAMPA
Operazione Colomba condanna fortemente l’operazione militare “Protective Edge” contro Gaza
L’occupazione israeliana continua a “normalizzare” la violazione dei diritti umani dei palestinesi

 

15 luglio 2014

At Tuwani – Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, mantiene una presenza costante nelle colline a sud di Hebron, Territori Palestinesi Occupati, continuando ad accompagnare e supportare da ormai dieci anni i palestinesi della zona nella loro scelta di lottare con metodi nonviolenti per la tutela della propria vita e dei propri diritti.

“Al settimo giorno dall’inizio dell’operazione “Protective Edge” dello Stato israeliano contro la Striscia di Gaza (che ha già ucciso almeno 180 persone e ferite più di 1200), la situazione qui è preoccupante” racconta un volontario. “Nonostante non siano successi fatti gravi negli ultimi 7 giorni, la popolazione locale è molto in apprensione e spaventata. Si aspetta che parallelamente ai bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza, militari e coloni israeliani possano dare inizio a una nuova fase di violenza massiccia nell’area. Molti pastori che ogni giorno scortiamo in maniera non armata nelle attività quotidiane stanno in casa e non si avvicinano alle zone di lavoro adiacenti alle colonie e agli avamposti israeliani per paura di attacchi che possano attentare alla loro incolumità”.

Operazione Colomba guarda con sgomento e condanna  questa ulteriore esplosione di violenza: oltre al massacro e al disastro umanitario a Gaza, l’operazione militare israeliana seguita al sequestro e all’uccisione di tre giovani israeliani, in Cisgiordania ha portato ad almeno 10 persone uccise, tra cui bambini, e 150 ferite durante le incursioni. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate, di cui una buona parte sottoposte a “detenzione amministrativa”, cioè senza un’accusa. Più di duemila proprietà sono state perquisite, danneggiate o saccheggiate. Città, villaggi e campi profughi sono stati messi sotto assedio da checkpoint e roadblock.

Operazione Colomba condanna l’ occupazione israeliana dei Territori Palestinesi  che disumanizza l’occupante e l’occupato. E’ questa disumanizzazione, istituzionalizzata, cercata e voluta dallo stato occupante, che  rende possibili l’assassinio di tre giovani israeliani ad opera di due palestinesi, come pare, o il barbaro assassinio di un 16enne palestinese di Gerusalemme est, bruciato vivo da estremisti israeliani. E’ questa occupazione che “normalizza” la continua violazione dei diritti umani del popolo palestinese.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Da quella piccola e sinuosa strada

ottobre 30, 2013 at 3:17 pm

Non è la prima volta che mi ritrovo così vicino all’avamposto di Avigayil, sulle colline a sud di Hebron/ Al Khalil. Lo conosco bene: dopo aver passato la piccola e sinuosa strada asfaltata, dalla quale si inizia a vedere l’avamposto, leggermente sulla destra c’è la valle più profonda. Scendendo verso gli ulivi il crinale è ripido. Se non si fa abbastanza attenzione si rischia di scivolare sugli ultimi quindici metri di discesa.

Conviene passare un pochino più a sud, avvicinandosi all’avamposto, per poter avere un passaggio più agevole. Poi, semmai, si possono prendere di nuovo le distanze risalendo sulla collina di fronte, dalla quale si ha un’ottima vista sia sulle case-container di Avigayil che sulla piccola e sinuosa strada asfaltata, dalla quale arriveranno, anche oggi, le camionette dell’esercito israeliano. A meno di non essere nel fondo valle, di solito c’è molto vento: benedizione d’estate e calvario d’inverno. Questa stessa valle culmina a sud, verso l’avamposto, in alcuni terrazzamenti che formano un anfiteatro. Al di sopra di questi c’è una rientranza nella roccia, con una specie di pozzo, dove i coloni amano rinfrescarsi mostrando, eventualmente, le loro nudità. Sempre in alto, ma sulla sinistra, c’è un campo di ulivi e una curiosa tettoia dove, d’estate, le famiglie di Avigayil si recano per rilassarsi. I bambini giocano, i genitori chiacchierano. Mai prima delle quattro del pomeriggio. Sui terrazzamenti della conca ci sono prati insolitamente verdi ed erbosi per la stagione. Gli stessi sono non-recintati da una serie di pali di ferro posizionati, l’uno dall’altro, a una distanza che varia da cinquanta centimetri a un metro e mezzo.
Ed è proprio qui che ci troviamo. Nel mezzo del non-recinto, sopra il terrazzamento più alto.
A dire il vero in passato mi sono trovato molto più vicino alle case-container di Avigayil. Non mi sento ancora “nel loro giardino”. È per questo che sono relativamente tranquillo, anche se i palestinesi parlano a voce bassa e fanno cenni con le mani e la testa. Siamo in sette: cinque pastori, di cui tre minorenni, e due ajaneb (stranieri in arabo). Le quattro greggi – non meno di duecento capi, tra pecore e capre – sono interamente all’interno del non-recinto.
Dopo una ventina di minuti di pascolo, A., 14 anni, lascia il suo gregge e si dirige ancora più in alto, verso il limite superiore dell’area arbitrariamente delimitata. A. si gira e – mi accorgo – ha uno sguardo d’intesa con l’altro pastore, M., poco più che ventenne. I due si scambiano una serie di segnali, di gesti col capo e qualche parola sottovoce.
Ed ecco che inizia “l’azione”.

Riflessioni di un volontario

settembre 1, 2013 at 1:57 pm

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. La riproduzione casuale mi passa questa bomba con la nonchalance che solo un computer può avere. Frase già sentita molte volte, ma gli esplosivi spesso hanno bisogno di un detonatore e forse qui l’ho trovato. Mi trovo nelle budella di un conflitto che sanguina da decenni, ma sento solo gente che chiede la pace. La chiede il soldato israeliano orgoglioso della sua divisa e della sua arma, tanto quanto il palestinese che sogna una terra per il suo popolo dove nessun israeliano possa più metter piede, armato o meno.

Non è il fucile puntato che fa impressione, e nemmeno il sasso scagliato di chiunque sia la mano dietro, quanto l’uomo che la comanda cercando la pace. Non ci sono giusti nel naufragio della vita, siamo tutti vittime e carnefici.
Possiamo essere carnefici di un popolo oppresso perché vittime di un sistema troppo forte, carnefici di menti violentate dall’odio perché vittime di ingiustizie troppo grandi, ma sempre con le migliori intenzioni e le nostre giuste ragioni. Sembra quasi disumano uscire dal sistema causa-effetto della catena dell’odio, ingiusto essere proprio io l’anello che cede perché tutta la catena si spezzi.