IDF uses live-fire zones to expel Palestinians from areas of West Bank, officer admits

maggio 21, 2014 at 8:08 am

By Amira Hass, Haaretz, May 21 2014

Officer tells Knesset committee method used to reduce illegal construction, Palestinian population in Area C; Habayit Hayehudi MK urges crack-down on international groups who assist construction.
Military training in live-fire zones in the West Bank is used as a way of reducing the number of Palestinians living nearby, and serves as an important part of the campaign against Palestinian illegal construction, an army officer revealed at a recent Knesset committee meeting.

 

VIDEO: Israeli army training damages Palestinian harvest

maggio 17, 2014 at 10:04 am

Bir Al Idd still under threat

maggio 8, 2014 at 8:25 am

The only family who still lives permanently in the South Hebron Hills Palestinian village of Bir Al Idd is under the continuos threat of Mitzpe Yair and Nof Nesher illegal Israeli outposts.

On May 7, in the early morning, International volunteers filmed an Israeli settler grazing his flock on Palestinian owned cultivated fields. As said by Palestinian witnesses, the Israeli shepherd has been going on that land almost every morning in the last two weeks. The owners of the land are Bir Al Idd inhabitants and the area is military closed to Israeli citizens.

Harassments and episodes of violence against the Palestinian inhabitants of Bir Al Idd are nearly daily. On March 28 the family was deprived of their only source of energy, as the settlers damaged solar panels. For more information about this incident and Bir Al Idd you can see also: https://tuwaniresiste.operazionecolomba.it/?p=3096

 

The military closed area to Israeli citizens

 

Bir Al Idd ancora sotto minaccia

L’unica famiglia che vive ancora permanentemente nel villaggio palestinese di Bir Al Idd, nelle colline a sud di Hebron, è continuamente minacciata dai coloni degli avamposti israelini illegali di Mitzpe Yair e Nof Nesher.

Il 7 maggio, la mattina presto, volontari internazionali hanno filmato una colono israeliano mentre pascolava il suo gregge su campi coltivati di proprietà palestinese. Come riportato da testimoni palestinesi, il pastore israeliano è andato su quella terra quasi ogni mattina nelle ultime due settimane. I proprietari della terra sono abitanti di Bir Al Idd e si tratta di un’area militare chiusa ai cittadini israeliani.

Gli episodi di violenza contro gli abitanti palestinesi di Bir Al Idd sono quasi quotidiani. Il 28 marzo i coloni hanno danneggiato un sistema di pannelli solari e la famiglia è stata privata della loro unica fonte di energia. Per maggiori inforazioni sull’accaduto e su Bir Al Idd potete consultare anche: https://tuwaniresiste.operazionecolomba.it/?p=3096

P/R: South Hebron hills: Palestinian basic resources damaged by Israeli settlers

marzo 29, 2014 at 11:33 am

Settlers from Israeli illegal outposts damaged Palestinian’s solar panels and cultivated lands

(segue versione in italiano)

March 28, 2014

At Tuwani – In the evening of March 26, Israeli settlers damaged some solar panels, only electricity power sources for the Palestinian village Bir Al Idd. The same day, during the early afternoon, Israeli settlers grazed their flock on Palestinian-owned wheat fields, damaging the harvest.

At 2.18 pm International volunteers noticed a flock grazing on Palestinian-owned fields in  Kharrouba valley, close to the south-west side of the Israeli illegal outpost Havat Ma’on, in the South Hebron hills. The flock was apparently unattended, until when, after ten minutes, an Israeli settler from the outpost got close the herd and walked away with it. Later, the Palestinian owners reported the facts to the Israeli police. At 3.02 pm the police arrived at the place and questioned Palestinians and International volunteers, taking from them pictures of the Israeli settler while he was grazing the flock. After that, the police officers went inside the outpost.

Around 6 pm, Israeli settlers damaged photovoltaic system that supplies power to the Palestinian village of Bir Al Idd (South Hebron hills area), hitting it repeatedly. Near the village are located the Israeli illegal outposts of Mitzpe Yair and Nof Nesher. The morning after, Comet-Me members, who placed the system during the 2010 (Comet-Me is an Israeli-Palestinian no-profit organization specialized in providing sustainable energy sources and drinking water systems to isolated communities) arrived on the place in order to verify the damages. At 9:59 am an Israeli policeman and a soldier reached them in order to carry out surveys and listen the testimony of a Palestinian. Later, the complaint of the Palestinian was formalized.

During the late 90s , the Palestinian families of Bir Al Idd were forced to leave the area because of the continuos violence of Israeli settlers. After a Rabbis for Human Rights’ appeal submitted to the Israeli High Court of Justice, on January 2009 the Bir Al Idd residents’ return was allowed.
Now only one household of the 50 residents lives permanently in the village; the others were forced to leave because of several violences that took place since April 2013. In April, August and November 2013, Israeli settlers from Mitzpe Yair attempted to block the only access road to the village. On January 2014, two Israeli settlers prevented Palestinian residents from reaching the village, threatening them.


Since the Palestinian family remained the only one in the village, it has been victim of daily violence by the Israeli settlers from the illegal outposts of Mitzpe Yair and Nof Nesher.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

For further information about the incident in Bir al Idd: comet-me.org

Pictures of the incident: http://www.operazionecolomba.it/galleries/palestina-israele/2014/2014-03-28-south-hebron-hills-primary-palestinian-resources-damaged-by-israeli-settlers/

For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]

NENA News: Firing Zone 918, parlano i palestinesi

ottobre 11, 2013 at 8:15 am

La Corte Suprema chiede la mediazione tra Stato e comunità palestinesi a rischio evacuazione. I palestinesi accettano ma sono chiari: “Non ce ne andremo dalle nostre terre”.

di Operazione Colomba per Nena News

At-Tuwani, 11 ottobre 2013, Nena News – I giudici della Corte Suprema israeliana hanno scelto la mediazione tra lo Stato e gli oltre mille palestinesi che potrebbero essere sfrattati dalle loro case e dalle loro proprietà (in quanto inserite dentro l’area dichiarata “Firing Zone 918” – area di esercitazioni militari dell’esercito israeliano) come strada per tentare di mettere fine alla battaglia giudiziaria iniziata circa 15 anni fa.

Il mediatore proposto dal tribunale è il giudice Yitzhak Zamir. La difesa, ovvero i palestinesi, hanno già accettato la decisione della Corte, mentre lo Stato israeliano, il 4 ottobre, ha chiesto più tempo per decidere se accettare la mediazione oppure no. La cosa risulta a dir poco assurda, dato che lo Stato nell’estate del 2012 aveva risollevato la questione presso l’Alta Corte dichiarando una necessità urgente dell’utilizzo dell’area.

I palestinesi hanno accettato la mediazione, pur sapendo che questa si inserisce all’interno di un processo che al massimo potrà portare al rispetto della legalità, ma non raggiungerà la giustizia.

Così, infatti, commenta il suggerimento di mediazione il coordinatore del Comitato Popolare di resistenza delle colline a Sud di Hebron (dal 1999 le comunità palestinesi dell’area hanno intrapreso un’incredibile esperienza di resistenza popolare nonviolenta, sostenuti da attivisti israeliani e internazionali): “Abbiamo il dovere di chiedere giustizia, ma non ci siamo mai fidati totalmente della giustizia israeliana, perché è inserita nella strategia dell’occupazione. Noi crediamo nei nostri diritti, noi crediamo nel nostro destino: restare su questa terra. Ed è una lotta costante. Quando dico lotta costante intendo che la gente dell’area deve affrontare tutte le strategie che l’occupazione mette in atto allo scopo di cacciare i palestinesi dalle loro terre, strategie che vanno dall’impossibilità di accedere ai servizi, alle violenze dei militari e dei coloni. Vivere qui, in queste condizioni, e resistere all’occupazione non è affatto facile. Il prezzo che questa lotta ci richiede è molto alto. Ma noi siamo pronti a sopportarlo”.

Sulla stessa linea il commento di Salem Musa, quando gli chiediamo che cosa desiderano le persone del suo villaggio: “Il nostro messaggio per tutto il mondo è che noi vogliamo rimanere sulla nostra terra. Non abbiamo un altro posto dove andare. Vogliamo vivere qui. E viverci con l’acqua corrente, l’elettricità e le strade carrabili. Non vogliamo che l’esercito ci impedisca di muoverci o pascolare le greggi. Non vogliamo più soffrire a causa dell’occupazione. Vogliamo rimanere sulla nostra terra, ma senza soldati”.

Salem vive ad Al Majaz, uno degli otto villaggi che rischia di essere evacuato. Una vicenda che dura dagli anni ’70, quando le terre intorno al suo e ad altri 13 villaggi palestinesi sono state dichiarate da Israele “Firing Zone 918”, area di esercitazioni militari a munizioni vive. Nel 1999 tutti i villaggi dell’area sono stati forzatamente evacuati (per maggiori informazioni clicca qui). Dopo appelli all’Alta Corte di Giustizia israeliana, l’evacuazione è stata sospesa e gli abitanti sono tornati alle loro case. Ma nell’estate del 2012 il Ministero della Difesa israeliano ha chiesto all’Alta Corte di riaprire il caso, rimettendo di nuovo a rischio la possibilità dei palestinesi di abitare e condurre la propria vita quotidiana nell’area.

I pastori e gli agricoltori palestinesi di questi villaggi si trovano ad affrontare decisi impedimenti a migliorare le loro condizioni di vita. La mancanza di strade carrabili, di servizi sanitari, dell’elettricità e l’impossibilità di costruire qualsiasi infrastruttura in un’area considerata ad utilizzo militare, rendono la vita una sfida giornaliera. A questo si aggiungono minacce e violenze da parte dell’esercito. La notte tra il 3 e 4 luglio, ad esempio, trenta soldati hanno fatto irruzione nel villaggio di Jinba (uno degli otto che rischia l’evacuazione), accompagnati da due coloni che accusavano i palestinesi di aver rubato loro delle pecore. I soldati hanno perquisito diverse case palestinesi, sfondandone le porte e lanciando bombe sonore, una delle quali è entrata in una casa e un’altra ha colpito un uomo che dormiva all’aperto. I soldati hanno picchiato quattro palestinesi, mentre tre sono stati detenuti per tutta la notte. Questo è solo uno di molti episodi di intimidazione.

Nonostante questo, Salem e gli altri circa mille palestinesi che vivono nell’area non hanno dubbi su quale sia il posto dove costruire il proprio futuro. E non hanno dubbi sul fatto che la proposta di mediazione sia insufficiente. Come si può mediare tra la richiesta di pastori e contadini che vivono da generazioni su queste terre, e qui vogliono rimanere, e le pretese di un esercito occupante che reclama la stessa terra per esercitazioni militari (con la motivazione che esercitarsi qui rappresenterebbe “un risparmio in termini economici e di tempo”), andando contro le convenzioni di Ginevra e dell’Aia? I palestinesi vedono nella mediazione, piuttosto, una delle tante strategie dell’occupazione per continuare a non fare giustizia, poiché la questione non è solamente se questi villaggi verranno evacuati o meno, ma l’area militare in sé viola i diritti umani di chi lì abita e le leggi internazionali.

Così, infatti, conclude il coordinatore del Comitato: “Al di là delle analisi politiche, la questione è semplice: quello che sta avvenendo qui è un’ingiustizia e una violazione di tutti i principi dell’essere umano, dell’umanità. Ma noi siamo convinti che verrà il giorno che vedrà la fine di questa ingiustizia. Dobbiamo perseverare nel nostro impegno nella resistenza nonviolenta. Ciò significa che affronteremo tutte queste politiche di occupazione attraverso azioni e manifestazioni nonviolente, grazie alla solidarietà e al supporto di israeliani e di internazionali. Finché non otterremo giustizia. Finché l’occupazione non finirà”.

Nena News: Compromesso amaro per gli abitanti della Firing Zone 918

settembre 4, 2013 at 1:38 pm

I palestinesi hanno guadagnato tempo ma sull’esito del processo di mediazione c’è molta incertezza. Questa strada era già stata battuta invano tra il 2002 e il 2005

Gerusalemme, 3 settembre 2013, Nena News – Gli israeliani dovranno cercare un compromesso con i palestinesi sul piano di sgombero della Firing Zone 918, che prevede l’espulsione degli abitanti di otto dei dodici villaggi sulle colline a sud di Hebron, ricaduti all’interno della zona militare per le esercitazioni delle Forze di difesa israeliane (IDF). È dunque la mediazione la strada scelta dalla Corte Suprema israeliana, presieduta da Asher Grunis, per tentare di mettere fine a una battaglia giudiziaria che va avanti da circa 15 anni e che riguarda la vita di oltre mille persone. Il mediatore proposto dal tribunale è il giudice Yitzhak Zamir. La difesa ha già accettato la decisione della Corte, mentre lo Stato può farlo fino al 7 ottobre.

I palestinesi hanno guadagnato tempo, ma sull’esito del processo di mediazione c’è molta incertezza. Questa strada era già stata battuta tra il 2002 e il 2005 senza risultati: infatti, affinché la proposta di compromesso sia valida, ci vuole l’accordo di entrambe le parti, altrimenti il caso torna in aula. È comunque un segnale positivo per gli abitanti dei villaggi minacciati dallo sgombero: sembra infatti che il tribunale abbia preferito non decidere, mettendo così un po’ di pressione sullo Stato.

Secondo l’avvocato Shlomo Lecker, gli argomenti dello Stato non avrebbero convinto pienamente i giudici che, in questo modo, hanno esortato Israele a modificare i suoi piani.

Che sia questa o mena la ragione alla base di questa decisione, il governo di Tel Aviv è in effetti sotto pressione anche da parte di alcuni intellettuali israeliani e non, oltre che di diverse organizzazioni per il rispetto dei diritti umani: proseguono petizioni, campagne mediatiche, marce di protesta per fermare le espulsioni delle povere comunità pastorali e contadine che vivono nelle colline da generazioni. Poco prima dell’udienza del 2 settembre, scrittori da tutto il mondo hanno aderito alla petizione sottoscritta da 24 autori israeliani. Tra i nuovi firmatari ci sono i premi Nobel J. M. Coetzee, Mario Vargas Llosa, Herta Mueller, Orhan Pamuk, oltre a Julian Barnes, John Le Carre, Michael Chabon, Junot Diaz, Dave Eggers, Neil Gaiman, Nathan Englander, Aleksandar Hemon, Yann Martel, Colum McCann, Ian McEwan e Philip Roth.

Le campagne internazionali per difendere gli abitanti dei villaggi di Tuba, al-Mufaqarah, Isfey, Maghayir al Abeed, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharoubeh e Sarura hanno attirato l’attenzione su questo fazzoletto di terra che i palestinesi chiamano Masafer Yatta e ricade in Area C, cioè sotto controllo israeliano, dove i palestinesi vivono sotto occupazione: non è garantito l’accesso ai servizi di base, non è praticamente permesso costruire considerato che nel 94,5% dei casi l’Amministrazione Civile israeliana non rilascia concessioni edilizie ai palestinesi, gli insediamenti israeliani illegali circondano questi antichi villaggi. “Parliamo di circa mille persone, 170 famiglie che vivono in grotte o a fianco a queste, oppure su terreni che gli appartenevano ai loro antenati”, ha spiegato Tamar Feldman, consulente legale dell’Associazione per i diritti civili in Israele, al quotidiano Haaretz, “chiedono una semplice cosa: restare a vivere nei loro villaggi”.

Il piano di sgombero rientra in una più ampia politica di annessione dei Territori, che però necessita che queste aree (la Firing Zone si trova al confine ufficiale tra Cisgiordania e Israele) siano prima “liberate” dai palestinesi. Di solito invocando ragioni di sicurezza, come accaduto appunto per la Firing Zone 918. Nel 2006, dopo la guerra con il Libano, Tel Aviv giustificò il mantenimento di questa zona militare chiusa con la necessità di aumentare le esercitazioni per fare fronte al costante pericolo che minaccia lo Stato di Israele. Le colline sarebbero un terreno ideale per la loro stessa conformazione e, per di più, ci sarebbe un risparmio di tempo e di denaro, hanno spiegato i legali dello Stato nella risposta a due mozioni presentate dai palestinesi alla Corte Suprema per chiedere l’annullamento dell’evacuazione dei villaggi.

Inoltre, lo scorso luglio gli israeliani, su istruzione del ministero della Difesa, hanno presentato una notifica in cui sostengono che gli abitanti della zona non siano in realtà residenti permanenti e che non c’erano prima dell’istituzione della zona militare. La Corte ha accettato le argomentazioni dello Stato e ha acconsentito all’espulsione dei residenti che hanno presentato ricorso.

Il braccio di ferro giudiziario va avanti da oltre un decennio, ma la questione della Firing Zone è iniziata negli anni Settanta, quando la zona è stata dichiarata area di esercitazione per le Forze armate israeliane. Nel 1999 furono espulsi tutti i residenti palestinesi e le loro proprietà furono demolite. Gli abitanti ricorsero alla Corte Suprema che nel 2000, con una ingiunzione temporanea, stabilì che avrebbero potuto fare ritorno alle proprie case, vietandone l’espulsione fino ad una decisione definitiva dell’Alta Corte. Dei dodici villaggi dell’area, quattro, quelli a nord-ovest vicino alle colonie, sono stati esclusi di recente dal piano di sgombero forzato. La battaglia legale è proseguita a colpi di ricorsi e petizioni, mentre associazioni, intellettuali, ong si mobilitavano per denunciare il sopruso nei confronti di povere comunità che vivono di pastorizia e agricoltura su terre che appartenevano ai loro avi, prima che nascesse lo Stato di Israele.

Link: http://snipurl.com/27qzskj

L’Alta Corte di giustizia israeliana rinvia la sentenza sull’evacuazione di 1000 palestinesi, nelle colline a sud di Hebron

settembre 3, 2013 at 12:08 pm

(Photo by Ta’ayush activist) 

Ha avuto luogo ieri mattina l’udienza nell’Alta Corte di giustizia israeliana riguardante  il progetto dello stato israeliano di espellere otto villaggi palestinesi nelle colline a sud di Hebron dalla area denominata “Firing Zone 918”.

Ieri la sala della Corte Suprema israeliana straboccava di palestinesi residenti nei villaggi in questione; sostenitori e osservatori israeliani e internazionali.

L’ACRI (Association of Civil Rights in Israel) e l’avvocato Sholomo Lecker, i quali rappresentano i villaggi, hanno presentato alla corte le due petizioni, presentate all’inizio del 2013, contro l’espulsione di più di 1000 palestinesi. Hanno inoltre sottolineato l’illegalità di tale atto di forza secondo la legge internazionale.

Secondo la risposta dello stato, quest’area è necessaria perché fa risparmiare tempo e soldi all’esercito israeliano e, inoltre, che i villaggi palestinesi presenti nell’area sarebbero stati costruiti illegalmente in un area militare chiusa.

I giudici dell’Alta Corte hanno raccomandato la mediazione, rimandando la sentenza. Lo stato considererà la possibilità di una negoziazione e dovrà dare una risposta a riguardo entro il 7 ottobre prossimo.

Per maggiori informazioni sulla campagna “THIS MUST BE THE PLACE”, per la cancellazione della Firing Zone 918, clicca qui.

Per un articolo di approfondimento clicca qui.

Aspettando la sentenza per l’evacuazione di 8 villaggi nelle colline a sud di Hebron, fai la tua parte

settembre 2, 2013 at 8:22 am

Tra poco l’Alta Corte Israeliana dovrebbe esprimersi riguardo all’evacuazione forzata dei mille palestinesi che vivono in otto villaggi (Isfey, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba and Khallet Athaba’) nell’area dichiarata da Israele “Firing Zone 918”.

Aspettiamo la sentenza proponendovi questa foto: una mappa di parte dell’area delle colline a sud di Hebron del 1940, in cui compaiono i nomi di questi villaggi.

(Photo by Ta’ayush)

I dati storici non basteranno a decretare la legittimità della presenza di queste comunità della zona, ma a portare il cambiamento sarà l’impegno di ciascun essere umano dedito alla lotta per la giustizia e per la pace.

Fai la tua parte: leggi e firma la petizione per l’abolizione della “Firing Zone 918”.

 

Nena News – Israele: La Firing Zone ci fa risparmiare

agosto 8, 2013 at 11:10 am

Lo Stato d’Israele presenta alla Corte Suprema la risposta alle mozioni contro la Firing Zone 918. Ma la battaglia delle comunità a Sud di Hebron prosegue. Anche online.

dei volontari di Operazione Colomba – a cura di Nena News

At-Tuwani (Hebron), 7 agosto 2013, Nena News – Mercoledì 31 luglio 2013 lo Stato israeliano ha presentato all’Alta Corte di Giustizia israeliana la risposta alle due mozioni che chiedono l’annullamento dell’evacuazione forzata di otto dei dodici villaggi che compongono la Firing Zone 918. Nella risposta lo Stato espone le motivazioni per cui l’evacuazione forzata non andrebbe bloccata: “Le esercitazioni [nella Firing Zone 918, ndr] fanno risparmiare all’esercito israeliano tempo e denaro”.

Infatti, “lo sviluppo di una nuova generazione di armi a più alto raggio necessita di un maggior numero di esercitazioni rispetto al passato. Usare la Firing Zone 918, in particolare, farebbe risparmiare tempo e denaro perché è molto vicina alla base di esercitazioni della Brigata Nahal a Tel Arad. Nei fatti, la base fu costruita lì nel 1993 proprio perché era vicina a due firing zone, la 918 e la 522”.

La Firing Zone 918, nell’area che i palestinesi chiamano Masafer Yatta, è stata dichiarata area di esercitazioni per l’esercito israeliano negli anni ’70; nel ’99 le forze militari e di amministrazione civile israeliane espulsero forzatamente dall’area tutti i residenti palestinesi, distruggendone le proprietà. Gli abitanti palestinesi ricorsero all’Alta Corte israeliana che sancì, tramite una sentenza temporanea, il ritorno dei residenti alle loro case, vietandone l’espulsione fino ad una sentenza definitiva dell’Alta Corte.

Il 19 luglio 2012 lo Stato israeliano, seguendo le istruzioni del Ministero della Difesa, sottopose all’Alta Corte una dettagliata notifica in cui dichiarava che gli abitanti palestinesi dell’area non erano in realtà residenti abituali e chiedeva non più l’evacuazione forzata di dodici villaggi, ma solamente di otto (quattro villaggi sono, infatti, molto vicini a colonie o avamposti israeliani che nessuno ha intenzione di evacuare). L’Alta Corte, notificando un “cambiamento nella situazione normativa”, ha riaperto il caso.

Gli abitanti palestinesi hanno presentato, in risposta a questa notifica dettagliata, due mozioni. La prima, sottoposta all’Alta Corte il 16 gennaio 2013 tramite ACRI (Association for Civil Rights in Israel), è stata sottoscritta da 108 famiglie residenti nell’area, che hanno chiesto l’annullamento dell’evacuazione forzata, intesa come una violazione della legge umanitaria internazionale.

Alla fine di gennaio l’esercito israeliano, a scopo intimidatorio, ha inviato più di duecento soldati a condurre esercitazioni militari tra le case dei palestinesi nella Firing. L’Alta Corte non ha accettato di procedere per oltraggio alla corte contro lo Stato, come ACRI proponeva, dichiarando che “non ci sono stati danni”. In realtà, testimoni oculari hanno dichiarato che molto del grano seminato era stato danneggiato, erano state scavate delle trincee nei campi palestinesi e ad alcuni pastori era stato impedito di pascolare per non disturbare le esercitazioni militari.

L’altra mozione, presentata alla Corte il 7 febbraio 2013 tramite l’avvocato Shlomo Lecker, rappresenta 143 famiglie provenienti da 7 degli otto villaggi che rischiano l’evacuazione forzata. Si tratta di una mozione complementare a quella di ACRI, che si concentra soprattutto sui diritti di proprietà della terra, sulla situazione di fatto delle famiglie residenti e sull’impatto sull’uomo della Firing Zone 918. Entrambe le mozioni chiedono una sentenza di divieto d’uso della Firing Zone da parte dell’esercito israeliano.

Il 18 aprile 2013, Regavim (un’associazione sionista di coloni israeliani) ha richiesto di partecipare alla causa come amicus curie (soggetto giuridico che offre informazioni alla Corte), allo scopo di mettere pressione sull’Amministrazione Civile israeliana e sul tribunale affinché si acceleri la demolizione e l’evacuazione degli otto villaggi. La Corte aveva dato tempo fino al 28 maggio 2013 alle parti per opporsi alla richiesta, ma nessuna delle parti ha obiettato. Mercoledì scorso lo Stato, dopo molti rinvii, ha quindi presentato la risposta alle due mozioni e si attende per gli inizi di settembre la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia.

Nel frattempo, sono nate diverse iniziative di pressione internazionale per impedire l’evacuazione di Masafer Yatta. Una di queste è una campagna di pressione e sottoscrizione di una petizione on-line (firma qui l’appello) rivolta al primo ministro e al Ministero della Difesa israeliani, ideata dal Popular Struggle Coordination e dal South Hebron Hills Popular Committee (in collaborazione con Operazione Colomba, ISM, CPT, Ta’ayush, AIC, Comet-ME). Anche Amnesty International ha redatto un appellochiedendo di fare pressione sul Ministero della Difesa israeliano, sul giudice militare israeliano e sulle nostre rappresentanze diplomatiche (appello di Amnesty). Nena News

*Operazione Colomba, Corpo Civile di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII (Operazione Colomba mantiene una presenza costante nelle Colline a sud di Hebron dal 2004)

Settlers attack Palestinian shepherd near Mitzpe Yair outpost

luglio 15, 2013 at 6:52 am

On July 14 at about 7.30 p.m., Omar Ahmad Gebren Hosheia, age 28, was attacked by three masked settlers while grazing his sheep near the Mitzpe Yair outpost. The settlers stoned Omar on his head and face. Because of his serious injuries, Omar was taken by ambulance to Hebron’s Alia Hospital, where he remains hospitalised.

Il 14 luglio alle 19:30, Omar Ahmad Gebren Hoseia (28 anni) è stato attaccato a pietrate da tre coloni mascherati mentre stava pascolando le sue pecore vicino all’avamposto di Mitzpe Yair. A causa delle gravi lesioni che ha riportato alla testa e al volto, Omar è stato portato in ambulanza al Ali Hospital di Hebron, dov’è tutt’ora ricoverato.

 

Picture by B’Tselem

 

Picture by B’Tselem