Limes – Viaggio in Palestina: Tuwani

luglio 13, 2010 at 6:13 pm

Limesdi Andrea de Georgio

Un reportage dentro l’Area C. Un viaggio in uno dei villaggi palestinesi dentro il territorio israeliano. Una storia lontana dai riflettori.

“Area C” è il termine tecnico che, secondo la divisione amministrativa decisa dall’”Interim Agreement” degli Accordi di Oslo (1993-1995), designa il territorio della Cisgiordania sotto esclusivo controllo israeliano, militare e civile. Un controllo che sarebbe dovuto durare solo cinque anni e che invece continua tutt’oggi, a discapito del diritto internazionale e degli oltre 150.000 palestinesi che ci vivono. Nonostante insediamenti, avamposti e coloni, impedimenti a costruire, vessazioni e un grande senso di abbandono. Un territorio che rappresenta oltre il 60% dell’intera Cisgiordania. Un non-luogo di cui si parla poco, sui tavoli della diplomazia internazionale come nelle pagine dei giornali. Un non-luogo fatto di villaggi rurali, gente semplice e resistenza nonviolenta. Piccole storie che chiedono di essere raccontate. Storie dall’Area C.

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“E’ facile ridere dell’occupazione quando sei l’oppressore”

luglio 6, 2010 at 6:47 am

Haaretz: IDF soldiers face penalty after uploading Hebron dance video to YouTube
WATCH: Video of soldiers, armed and wearing bulletproof vests, patrolling as a Muslim call to prayer is heard. Then the music changes and they break into a Macarena-like dance.

B’Tselem: By Hook and By Crook: Israel’s Settlement Policy in the West Bank

luglio 6, 2010 at 6:46 am

Scarica il report (pdf / inglese)

Some half a million Israelis are now living over the Green Line: more than 300,000 in 121 settlements and about one hundred outposts, which control 42 percent of the land area of the West Bank, and the rest in twelve neighborhoods that Israel established on land it annexed to the Jerusalem Municipality. The report analyzes the means employed by Israel to gain control of land for building the settlements. In preparing the report, B’Tselem relied on official state data and documents, among them Attorney Talia Sasson’s report on the outposts, the database produced by Brigadier General Baruch Spiegel, reports of the state comptroller, and maps of the Civil Administration.

The settlement enterprise has been characterized, since its inception, by an instrumental, cynical, and even criminal approach to international law, local legislation, Israeli military orders, and Israeli law, which has enabled the continuous pilfering of land from Palestinians in the West Bank.

NYTimes: The Two Sides of a Barbed-Wire Fence

luglio 6, 2010 at 6:45 am

By NICHOLAS D. KRISTOF

Published: June 30, 2010

The Israeli occupation of the West Bank is widely acknowledged to be unsustainable and costly to the country’s image. But one more blunt truth must be acknowledged: the occupation is morally repugnant.

On one side of a barbed-wire fence here in the southern Hebron hills is the Bedouin village of Umm al-Kheir, where Palestinians live in ramshackle tents and huts. They aren’t allowed to connect to the electrical grid, and Israel won’t permit them to build homes, barns for their animals or even toilets. When the villagers build permanent structures, the Israeli authorities come and demolish them, according to villagers and Israeli human rights organizations.

On the other side of the barbed wire is the Jewish settlement of Karmel, a lovely green oasis that looks like an American suburb. It has lush gardens, kids riding bikes and air-conditioned homes. It also has a gleaming, electrified poultry barn that it runs as a business.

Passerà anche questa.

giugno 22, 2010 at 8:01 am

Israele, Gaza, la Freedom Flottilla

E’ stato un altro mese di occupazione. Di morti, di arresti, di check-point.
Ma è stato anche il mese dell’assurdo bagno di sangue compiuto dall’esercito israeliano in acque internazionali contro il convoglio di navi della Freedom Flotilla, che si è concluso con l’uccisione di nove attivisti turchi salpati da Cipro con l’idea di rompere l’embargo che costringe un milione e mezzo di palestinesi alla fame. Nella notte del 30 maggio, un commando israeliano ha tentato di fermare la nave Mavi Marmara con un’azione a metà tra un film di Chuck Norris e una storia di antichi pirati. E’ si è trattato proprio di un atto di pirateria dato che la nave è stata attaccata fuori dalle acque territoriali di Gaza (che seppure palestinesi, secondo gli accordi di Oslo restano sotto la “giurisdizione” della forza occupante israeliana). Da quel momento in poi, sono iniziati cori e balletti mediatici, nel tentativo di provare a dare una spiegazione plausibile ad un’altra strage compiuta da Israele, questa volta di moderata entità e non ai danni dei palestinesi, sotto occupazione da più di 60 anni, ma nei confronti di quelli che sono stati definiti “pacifisti col coltello”, che lanciavano “letali” secchi d’acqua e sedie di plastica contro il commando israeliano che tentava di attaccare la nave per “neutralizzarla”.

Ronde di coloni ad At-Tuwani

giugno 22, 2010 at 5:13 am

Durante le festività ebraiche di Shabbat lo scorso 12 giugno un nutrito gruppo di coloni è uscito dall’avamposto di Havat Ma’on(nota) ed ha attaccato la casa del villaggio palestinese di At-Tuwani più prossima all’insediamento israeliano. Come risultato dell’aggressione una donna in stato di gravidanza è stata ricoverata all’ospedale per essere caduta mentre cercava riparo, alcuni palestinesi ed un colono hanno riportato lievi ferite in seguito alle tensioni scaturite dalla sassaiola con cui i coloni hanno attaccato l’abitazione, un pacifista israeliano è stato arrestato per essersi interposto tra i palestinesi e l’esercito.

Da allora ogni notte ronde di coloni ed una pattuglia della polizia di frontiera israeliana presidiano il confine invisibile tra l’avamposto e il contiguo villaggio palestinese.
Secondo gli accordi di Oslo, in zone di area C, come quella dove è ubicato il villaggio di At-Tuwani, le forze di occupazione hanno il controllo civile e militare del territorio. Secondo il diritto internazionale dovrebbero difendere dunque la popolazione palestinese. Di fatto, in quanto strumento attivo della politica di occupazione, si ritrovano a difendere anche i coloni illegalmente residenti in Cisgiordania.
Dato questo duplice e contraddittorio compito, è legittimo chiedersi se si tratta di una legge basata sulla forza o sul diritto.

L’attacco di sabato scorso e le ronde di coloni che in queste notti fanno il giro intorno all’avamposto evidenziano una recrudescenza della violenza con cui i coloni israeliani di Ma’on e Havat Ma’on portano avanti l’occupazione illegale delle terre palestinesi tra Hebron e la linea verde, il confine internazionalmente riconosciuto nel 1967.
L’aggressione e la costante minaccia di ulteriori episodi di violenza contro la popolazione civile del villaggio di At-Tuwani è una palese e continua violazione dei Diritti Umani e rappresenta un ulteriore passo nell’espansione delle colonie e del territorio sottratto di fatto ai contadini palestinesi. Una realtà di violenza testimoniata dalla presenza degli osservatori internazionali di Operazione Colomba a cui gli abitanti di At-Tuwani rispondono con una scelta nonviolenta.

PBS: Israel’s Enemy Within

giugno 21, 2010 at 7:53 am

“WHAT WE SHOULD BE DOING IS ALL WRITTEN IN THE BIBLE … EXPEL THE ARABS. KICK THEM OUT!”
Yehoshafat Tor, a settler, Mt. Hebron

VIEW HERE: Eye-opening video from our investigation into Israel’s small but dangerous extremist settlers movement. Their long-term agenda is a war against the secular Israeli state itself.

Their vision: Restore the Kingdom of Israel, rebuild the temple in Jerusalem. And more Jewish settlements in the West Bank — plus the expulsion of all Arabs from Jewish land — are at the heart of their strategy.

At-Tuwani documentary: pre-trailer

giugno 16, 2010 at 12:36 pm

DRepubblica: I diari di Havat Ma’on

giugno 16, 2010 at 12:31 pm

CONFLITTI/1 Una settimana nella vita di un colono israeliano. L’insediamento (illegale), la comunità, la famiglia, la religione, i (non) rapporti con i palestinesi. E tutte le incomprensioni del mondo

di Eva Grippa
Foto di Yonathan Weitzman

Ha trentasette anni e da dodici vive ad Havat Maon, una delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata. Il suo nome è Yeosaphat Thor, ma gli amici lo chiamano Fatti: alto e robusto, biondissimo, sguardo penetrante incorniciato dai peot, i capelli ai lati del volto che gli ebrei ortodossi come lui lasciano crescere in lunghi boccoli per rispetto del Levitico 19:27. Yeosaphat è uno dei circa 300mila coloni che vivono insieme alle loro famiglie in questa terra polverosa. Un luogo che si potrebbe definire “dimenticato da Dio”, se non fosse che qui ci vogliono rimanere proprio perché convinti che Dio non li abbia affatto abbandonati, anzi, che dia loro la forza di continuare a combattere e resistere per non cedere nemmeno una manciata della terra d’Israele a un altro popolo. Altre persone, altre famiglie, altra fede. Havat Maon è nell’area C, nome concordato durante i fallimentari Accordi di Oslo (1993) e utile a definire la porzione di territorio che sarebbe dovuta tornare ai palestinesi. La comunità è uno degli insediamenti al centro delle attenzioni, degli scontri e delle trattative, compresa nei negoziati di pace (poca, finora) che segnano l’agenda (e le guerre) nel Medio Oriente. Yeosaphat, i suoi amici e le loro famiglie sostengono di voler rimanere qui perché secondo la Torah è la terra di David, che si nascose in questi luoghi per sfuggire alla follia di Saul prima di fondare il suo regno a Hebron, venti chilometri a nord.

C/S: Coloni israeliani mascherati attaccano il villaggio palestinese di At-Tuwani

giugno 12, 2010 at 7:34 pm
[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

12 Giugno 2010

At-Tuwani – La mattina del 12 giugno 2010, poco prima delle 11:00, una trentina di coloni israeliani provenienti dall’avamposto di Havat Ma’on, mascherati e armati di fionde e bastoni, ha invaso At-Tuwani attaccando la casa più esposta del villaggio e lanciando pietre contro i palestinesi.

I coloni si sono avvicinati alla casa e hanno danneggiato il muretto di recinzione e infranto il vetro di una finestra colpendolo con un bastone di ferro. Al momento dell’attacco all’interno dell’abitazione si trovavano solo donne e bambini poiché tutti gli uomini della famiglia si stavano recando al funerale di un parente nella vicina città di Yatta. Le donne con i bambini hanno subito abbandonato la casa, fuggendo terrorizzate. Una donna diciannovenne in stato di gravidanza, con un bambino piccolo in braccio, è caduta a terra durante la fuga. Successivamente è stata trasportata da un ambulanza del PRCS al vicino ospedale di Yatta.