Nena News: Compromesso amaro per gli abitanti della Firing Zone 918

settembre 4, 2013 at 1:38 pm

I palestinesi hanno guadagnato tempo ma sull’esito del processo di mediazione c’è molta incertezza. Questa strada era già stata battuta invano tra il 2002 e il 2005

Gerusalemme, 3 settembre 2013, Nena News – Gli israeliani dovranno cercare un compromesso con i palestinesi sul piano di sgombero della Firing Zone 918, che prevede l’espulsione degli abitanti di otto dei dodici villaggi sulle colline a sud di Hebron, ricaduti all’interno della zona militare per le esercitazioni delle Forze di difesa israeliane (IDF). È dunque la mediazione la strada scelta dalla Corte Suprema israeliana, presieduta da Asher Grunis, per tentare di mettere fine a una battaglia giudiziaria che va avanti da circa 15 anni e che riguarda la vita di oltre mille persone. Il mediatore proposto dal tribunale è il giudice Yitzhak Zamir. La difesa ha già accettato la decisione della Corte, mentre lo Stato può farlo fino al 7 ottobre.

I palestinesi hanno guadagnato tempo, ma sull’esito del processo di mediazione c’è molta incertezza. Questa strada era già stata battuta tra il 2002 e il 2005 senza risultati: infatti, affinché la proposta di compromesso sia valida, ci vuole l’accordo di entrambe le parti, altrimenti il caso torna in aula. È comunque un segnale positivo per gli abitanti dei villaggi minacciati dallo sgombero: sembra infatti che il tribunale abbia preferito non decidere, mettendo così un po’ di pressione sullo Stato.

Secondo l’avvocato Shlomo Lecker, gli argomenti dello Stato non avrebbero convinto pienamente i giudici che, in questo modo, hanno esortato Israele a modificare i suoi piani.

Che sia questa o mena la ragione alla base di questa decisione, il governo di Tel Aviv è in effetti sotto pressione anche da parte di alcuni intellettuali israeliani e non, oltre che di diverse organizzazioni per il rispetto dei diritti umani: proseguono petizioni, campagne mediatiche, marce di protesta per fermare le espulsioni delle povere comunità pastorali e contadine che vivono nelle colline da generazioni. Poco prima dell’udienza del 2 settembre, scrittori da tutto il mondo hanno aderito alla petizione sottoscritta da 24 autori israeliani. Tra i nuovi firmatari ci sono i premi Nobel J. M. Coetzee, Mario Vargas Llosa, Herta Mueller, Orhan Pamuk, oltre a Julian Barnes, John Le Carre, Michael Chabon, Junot Diaz, Dave Eggers, Neil Gaiman, Nathan Englander, Aleksandar Hemon, Yann Martel, Colum McCann, Ian McEwan e Philip Roth.

Le campagne internazionali per difendere gli abitanti dei villaggi di Tuba, al-Mufaqarah, Isfey, Maghayir al Abeed, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharoubeh e Sarura hanno attirato l’attenzione su questo fazzoletto di terra che i palestinesi chiamano Masafer Yatta e ricade in Area C, cioè sotto controllo israeliano, dove i palestinesi vivono sotto occupazione: non è garantito l’accesso ai servizi di base, non è praticamente permesso costruire considerato che nel 94,5% dei casi l’Amministrazione Civile israeliana non rilascia concessioni edilizie ai palestinesi, gli insediamenti israeliani illegali circondano questi antichi villaggi. “Parliamo di circa mille persone, 170 famiglie che vivono in grotte o a fianco a queste, oppure su terreni che gli appartenevano ai loro antenati”, ha spiegato Tamar Feldman, consulente legale dell’Associazione per i diritti civili in Israele, al quotidiano Haaretz, “chiedono una semplice cosa: restare a vivere nei loro villaggi”.

Il piano di sgombero rientra in una più ampia politica di annessione dei Territori, che però necessita che queste aree (la Firing Zone si trova al confine ufficiale tra Cisgiordania e Israele) siano prima “liberate” dai palestinesi. Di solito invocando ragioni di sicurezza, come accaduto appunto per la Firing Zone 918. Nel 2006, dopo la guerra con il Libano, Tel Aviv giustificò il mantenimento di questa zona militare chiusa con la necessità di aumentare le esercitazioni per fare fronte al costante pericolo che minaccia lo Stato di Israele. Le colline sarebbero un terreno ideale per la loro stessa conformazione e, per di più, ci sarebbe un risparmio di tempo e di denaro, hanno spiegato i legali dello Stato nella risposta a due mozioni presentate dai palestinesi alla Corte Suprema per chiedere l’annullamento dell’evacuazione dei villaggi.

Inoltre, lo scorso luglio gli israeliani, su istruzione del ministero della Difesa, hanno presentato una notifica in cui sostengono che gli abitanti della zona non siano in realtà residenti permanenti e che non c’erano prima dell’istituzione della zona militare. La Corte ha accettato le argomentazioni dello Stato e ha acconsentito all’espulsione dei residenti che hanno presentato ricorso.

Il braccio di ferro giudiziario va avanti da oltre un decennio, ma la questione della Firing Zone è iniziata negli anni Settanta, quando la zona è stata dichiarata area di esercitazione per le Forze armate israeliane. Nel 1999 furono espulsi tutti i residenti palestinesi e le loro proprietà furono demolite. Gli abitanti ricorsero alla Corte Suprema che nel 2000, con una ingiunzione temporanea, stabilì che avrebbero potuto fare ritorno alle proprie case, vietandone l’espulsione fino ad una decisione definitiva dell’Alta Corte. Dei dodici villaggi dell’area, quattro, quelli a nord-ovest vicino alle colonie, sono stati esclusi di recente dal piano di sgombero forzato. La battaglia legale è proseguita a colpi di ricorsi e petizioni, mentre associazioni, intellettuali, ong si mobilitavano per denunciare il sopruso nei confronti di povere comunità che vivono di pastorizia e agricoltura su terre che appartenevano ai loro avi, prima che nascesse lo Stato di Israele.

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