Lo strano silenzio su un conflitto a bassa intensità

gennaio 15, 2013 at 11:46 pm

Paola Caridi
http://invisiblearabs.com/?p=5172

Samir Ahmed Abdelrahim è l’ultima vittima di uno strisciante e dolente conflitto ‘a bassa intensità’ [sic!] che si consuma tra israeliani e palestinesi nel territorio occupato della Cisgiordania (la Palestina, insomma…). Aveva 17 anni, e il fermo immagine pubbli‐cato sul sito dell’agenzia di stampa palestinese maannews è di quelli che, per usare un eufemismo, non possono passare inosservati. Aveva 17 anni ed era uno studente delle scuole superiori a Budrus, un paese della Cisgiordania vicino Ramallah segnato dalla presenza del Muro di Separazione e dalle colonie israeliane. Quattro proiettili sparati dai soldati israeliani lo hanno colpito alla testa, al petto, a una gamba. Si dice che i ragazzi palestinesi lanciassero sassi alla jeep dell’esercito israeliano entrato nel paesino. L’ennesimo adolescente che muore, ucciso, in un conflitto a bassa intensità di cui pochi, veramente pochi, sanno qualcosa in Italia. Nei nostri giornali, di questo piccolo conflitto al di là del Muro c’è scritto veramente poco. Salvo le poche, costanti, encomiabili eccezioni.
Così come poco, quasi nulla, si è scritto dell’E1 e di Bab el Shams. E1, fredda sigla che definisce (ma esistono i nomi della topono‐mastica palestinese) un’area alle porte di Gerusalemme, direzione Gerico, che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato un’area su cui costruire altre colonie. Uno schiaffo in faccia a Barack Obama appena rieletto, e che nell’amministrazione americana non è passato silente. A giudicare dai titoli di apertura dei siti giornalistici is‐raeliani, oggi, lo schiaffo di Netanyahu a Obama (a dire il vero, soltanto l’ultimo in ordine di tempo) ha anzi suscitato una reazione del presidente appena rieletto a dir poco durissima. Tanto dura da uscire –guarda caso… – sulla stampa nella veste di una indiscrezione, o meglio ancora di uno scoop, a pochi giorni dalle elezioni americane in cui Netanyahu dovrebbe riottenere il successo di quattro anni fa. In sostanza, pan per focaccia. Così come Netanyahu è intervenuto a gamba tesa nelle elezioni presidenziali americane, sostenendo apertamente Mitt Romney, altrettanto fa Obama. I fatti: secondo Obama, “Israele non sa cos’è nel suo interesse”. La frase, assieme ad altri commenti, sarebbe stata pronunciata nelle settimane successive al voto dell’As‐semblea Generale dell’Onu con cui lo Stato di Palestina è stato ammesso come membro non permanente. Secondo Bloomberg, Obama “non avrebbe neanche perso tempo ad arrabbiarsi” per la decisione sull’E1 di Netanyahu. “Ha detto a molte persone che questo tipo di comportamento da parte di Netanyahu era quello che lui si aspettava dal premier” e che Israele è, a questo punto, sulla via dell’isolamento quasi totale. Israele, insomma, rischia di diventare uno Stato-paria non a causa dell’ostilità del mondo arabo, ma a causa della sua stessa strategia politica, verso i palestinesi e verso il resto dell’area.La E1 è solo un simbolo di quello che sta succedendo all’interno del governo israeliano, di una destra sempre più intrisa di tratti razzisti, e di una società sempre più autoreferenziale e isolata dal punto di vista della conoscenza della regione. La domanda, allora, sorge spontanea. Se la E1 e quello che succede sulla terra pietrosa ai margini di Gerusalemme interessa così pro‐fondamente il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, perché l’argomento non ha dignità sui giornali italiani? Perché l’eva‐cuazione forzata (e notturna) degli attivisti palestinesi e internazionali che hanno fondato e allestito il villaggio di tende di Bab el Shams è passata, in sostanza, sotto silenzio? Cosa c’è che non va in questa indifferenza che nasconde una politica estera malata, senza spazio in una campagna elettorale (italiana) sempre più asfittica? Perché la nostro posizione in Medio Oriente e nel Mediterraneo (che comprende anche, per esempio, i nostri approvvigionamenti ener‐getici, la nostra sicurezza, la nostra politica sui migranti) non è uno degli argomenti centrali dei programmi dei candidati alle prossime elezioni politiche? Non diventa una notizia neanche che un gruppo di poche centinaia di attivisti palestinesi organizza la nascita di un villaggio,la Portadel Sole, in omaggio al grande e inarrivabile affresco letterario scritto da Elias Khouri. Bab el Shams è sorta in poche ore sulle pietre di una collina a due passi da Gerusalemme, sferzata dal freddo dell’inverno gerosolimitano. Villaggio su terra palestinese, nato attraverso metodi nonviolenti, pacifici, talmente spiazzanti da mettere in difficoltà lo Stato di Israele e il suo governo, governo che ha sfidato la decisione dei ma‐gistrati israeliani ed evacuato con 500 uo‐mini delle forze di sicurezza gli attivisti palestinesi. Non è una notizia? Oppure i palestinesi, ancora una volta, fanno notizia solo quando si mettono una cintura esplosiva o lanciano razzi contro le città del Negev? Anche questa è primavera araba, anche questa è Tahrir, e lo è da anni, nel lavoro dei comitati locali di resistenza popolare in Cisgiordania. All’ombra del silenzio della maggioranza dei giornalisti mainstream. Assieme al lavoro costante e infaticabile di Michele Giorgio, dobbiamo alla serietà e alla professionalità di una giornalista israeliana come Amira Hass una copertura di questo sanguinoso conflitto a bassa intensità che riesca anche a spiegare i punti di forza e i punti di debolezza delle campagne palestinesi non violente, come –per chi ha la pazienza – si può leggere sull’ultimo articolo di Amira. Bab el Shams, oggi, sembra sia di nuovo popolato, dopo l’evacuazione forzata di dome‐nica notte. Stay tuned, anche stavolta.

Playlist: Perché no, ma cantata da Mina, e non da Lucio Battisti