Il rumore sereno della nonviolenza

settembre 29, 2014 at 9:40 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERANon so che cosa si possa pensare, da lontano, circa il significato di vivere nei Territori Occupati Palestinesi un progetto di resistenza senz’armi che abbiano mirino e caricatore. Non so come ci si immagini che sia una giornata di nonviolenza guidata dal solo principio della condivisione perenne con le persone che vivono questa incrollabile lotta fatta solo di una determinazione che corra sempre un passo avanti al proprio timore di finire arrestati, picchiati, schiacciati dal macigno dell’ingiustizia.
Eccola questa vita che si ostina a vivere: tensione, sporco, tanta fatica, inesauribile sonno, insetti, spine. Sconosciuta intimità e dimenticata solitudine, respiriamo la polvere di un paese in cui l’occupazione quotidiana dello spazio territoriale, fisico e mentale non conosce riposo né ripensamenti.
Quando alla sera torni da accompagnamenti chilometrici per colli bruciati dal sole, dopo che sei stato tutto il giorno in mezzo al puzzo delle pecore, che hai bevuto l’acqua del pozzo perchè non c’era altro e sai che la notte starai male, dopo che come un falco hai strabuzzato occhi e cuore verso l’orizzonte accecante di luce nell’attesa e nel timore di scorgere un soldato che imbraccia il suo fucile o un colono che imbraccia il suo odio (o un fucile pure lui, o tutt’e due le cose e magari anche qualche pietra), dopo che il militare di turno ti insulta o non ti risponde per niente facendoti sentire inesistente per un attimo che dura millenni, dopo che l’accompagnamento va male e finisce pure che arrestano i pastori che erano con te, dopo che la scorta non si presenta e ti carichi la responsabilità di portare a scuola dieci ragazzini spaventati sfrecciando tra sassi, rovi e salite estenuanti, proprio sotto un avamposto di coloni considerati terroristi anche da Israele, ecco, dopo tutto questo, quando arrivi a casa la sera e vorresti collassare sul letto, ormai imbiancato dal sale del tuo stesso sudore, ti accoglie invece la puntuale, caotica processione dei giovani del villaggio verso casa nostra, luogo di ritrovo perchè spazio libero sul confine culturale tra popoli che hanno deciso di combattere assieme sulla strada dell’umanità. Qui, rifugio dove si viene a cercare la pasta e il caffè espresso e dove fino a tarda sera si può suonare la chitarra e provare a scherzare persino sulla guerra, i pensieri si incontrano e si intrecciano le nostre esistenze: italiani e palestinesi coltiviamo assieme radici profonde di una presenza che, in cambio del nostro impegno, raccoglie un affetto fraterno e un’invasione di bambini e adolescenti per i quali gli ajaneb, noi stranieri, siamo diventati una piacevole abitudine educativo-ricreativa. Ci chiedono di suonare insieme, di fare a cazzotti, di giocare, vogliono disegnare sulle nostre mani, insegnarci a cucinare i loro dolci, fare conversazione in italiano, in inglese, in arabo; vogliono che li coccoli, che si raccolga inseme i fichi strappati alla terra resa arida dal furto incessante di acqua, devi placare i litigi e spegnere i pianti, prenderti i pugni nella pancia quando si gioca al “colono che picchia l’ajaneb”, o la sua versione alternativa con il “soldato che maltratta l’ajaneb”.
Perenne la consapevolezza di essere qui per un motivo e avere un lavoro da fare, di essere sotto lo sguardo attento di ciascuno, ogni nostra mossa amplificata dalla ricaduta che avrà sulla vita di queste persone anche quando ce ne saremo andati: ti domandi incessantemente se stai dimostrando abbastanza rispetto, se sarai efficace sul campo, ti chiedi se è stato utile parlare col soldato o se avresti potuto fare di più, se la ripresa con la videocamera non poteva essere migliore e la foto più precisa, se stai correndo abbastanza veloce sulla strada che ti porta all’emergenza per la quale ci hanno chiamato. Passi la giornata combattendo stanchezza, paura e la sensazione di non essere mai all’altezza del ruolo che ti viene richiesto da queste persone colme di saggezza ed esperienza; e vai a dormire vestito per essere pronto all’allarme notturno, con la telecamera accanto al cuscino e l’ansia di una chiamata di intervento come buonanotte. Ti alzi prima dell’alba per correre dalla parte opposta delle colline a monitorare che i bambini arrivino a scuola, e mentre sballotti per gli sterrati scoscesi e cerchi di non ammazzarti rotolando a valle, resti vigile e pronto ad agire in caso d’attacco. Sai che se la scorta sarà in ritardo o non arriverà dovrai distrarre i bambini, infuriati perchè vogliono arrivare a scuola, e subito dopo spaventati perchè coscienti che ci dovranno arrivare passando per strade pericolose e senza protezione, se non quella del nostro corpo che combatte l’ansia e una cinepresa piantata verso l’ignoto minaccioso. Sai che leggerai nei loro occhi l’ombra dell’umiliazione, mentre i minuti passano e passano e tu ti attacchi al cellulare per chiamare gli avvocati, i difensori dei diritti umani, la centralina dell’esercito per sapere perchè accidenti la scorta non arriva. Sai che proverai a fargli il solletico e a cantare, a fare il giullare idiota che cerca di imparare l’arabo e sbaglierai apposta la pronuncia per farli ridere; sai che mentre l’orologio corre via e ti affanni a farli sentire ancora bambini, ancora protetti e al sicuro, loro stanno già maturando la consapevolezza di essere vittime dell’esercizio del razzismo, sanno già, a sette anni, di essere schiacciati da un’occupazione che ti costringe ad aspettare tre militari armati per andare a scuola, a scudo della stessa gente alla quale appartengono anche quegli stessi militari. Sai che, se questa follia mattutina non andrà a buon fine e il gioco delle parti si incepperà in qualche suo passaggio, questi bambini che ti guardano confidando che tu possa fare qualcosa arriveranno in ritardo al loro appuntamento con il diritto all’istruzione, più amareggiati, più spaventati, più arrabbiati del mattino precedente. Sai che saranno già meno bambini ma più disillusi del momento in cui tu hai messo piedi e cuore in questi villaggi sperando davvero di poter essere utile a qualcuno, di poter sbiadire cancellata dopo cancellata qualcuna delle righe di quest’ingiustizia perenne, di questa tortura silenziosa e crudele che strappa via l’innocenza ai giovani e la dignità agli adulti.

Eppure eccoci: siamo qui. E qui c’è anche felicità. Perchè quando uno di quei bambini ti abbraccia, quando tutto il villaggio impara i nostri nomi per pronunciarli con affetto e rispetto, quando una casa ci apre le sue porte e le donne ci accolgono nella loro cucina, quando gli uomini ci chiedono che ne pensiamo dell’occupazione mentre si beve assieme un tè, quando un pastore di dieci anni viene a bussarci ancora in groppa al suo asino per chiederci di scortarlo perchè con noi si sente al sicuro, quando riesci a parlare almeno a un soldato e dirgli che le sue armi non ti piacciono e che ci potrebbe e ci deve essere un modo diverso per vivere, quando il gregge delle pecore viene spinto dai pastori, rassicurati dalle nostre telecamere, un chilometro più avanti verso gli avamposti illegali, riconquistandosi mille metri di terra, di coraggio e di diritti, quando alla sera ci godiamo finalmente la mezz’ora di silenzio mentre il villaggio si prepara per la notte ventosa, e ripensiamo a tutti i sorrisi che abbiamo raccolto e a tutte le mani che abbiamo stretto durante la giornata… ecco, allora sì, ascoltiamo la serenità.
Che suona ancora più forte e rassicurante, che ci fa trovare nuove energie e nuove speranze, che fa ancora più rumore di tutti questi suoni e voci e parole e minacce e risate e strafalcioni linguistici e versi di animali e grida di coloni e urla di bambini e richiami dell’alba alla preghiera proprio quando finalmente ti eri appena addormentato: è il rumore della pace in costruzione.
Il rumore che fa questo sogno mentre sta diventando realtà.

Crilla