Da quella piccola e sinuosa strada

ottobre 30, 2013 at 3:17 pm

Non è la prima volta che mi ritrovo così vicino all’avamposto di Avigayil, sulle colline a sud di Hebron/ Al Khalil. Lo conosco bene: dopo aver passato la piccola e sinuosa strada asfaltata, dalla quale si inizia a vedere l’avamposto, leggermente sulla destra c’è la valle più profonda. Scendendo verso gli ulivi il crinale è ripido. Se non si fa abbastanza attenzione si rischia di scivolare sugli ultimi quindici metri di discesa.

Conviene passare un pochino più a sud, avvicinandosi all’avamposto, per poter avere un passaggio più agevole. Poi, semmai, si possono prendere di nuovo le distanze risalendo sulla collina di fronte, dalla quale si ha un’ottima vista sia sulle case-container di Avigayil che sulla piccola e sinuosa strada asfaltata, dalla quale arriveranno, anche oggi, le camionette dell’esercito israeliano. A meno di non essere nel fondo valle, di solito c’è molto vento: benedizione d’estate e calvario d’inverno. Questa stessa valle culmina a sud, verso l’avamposto, in alcuni terrazzamenti che formano un anfiteatro. Al di sopra di questi c’è una rientranza nella roccia, con una specie di pozzo, dove i coloni amano rinfrescarsi mostrando, eventualmente, le loro nudità. Sempre in alto, ma sulla sinistra, c’è un campo di ulivi e una curiosa tettoia dove, d’estate, le famiglie di Avigayil si recano per rilassarsi. I bambini giocano, i genitori chiacchierano. Mai prima delle quattro del pomeriggio. Sui terrazzamenti della conca ci sono prati insolitamente verdi ed erbosi per la stagione. Gli stessi sono non-recintati da una serie di pali di ferro posizionati, l’uno dall’altro, a una distanza che varia da cinquanta centimetri a un metro e mezzo.
Ed è proprio qui che ci troviamo. Nel mezzo del non-recinto, sopra il terrazzamento più alto.
A dire il vero in passato mi sono trovato molto più vicino alle case-container di Avigayil. Non mi sento ancora “nel loro giardino”. È per questo che sono relativamente tranquillo, anche se i palestinesi parlano a voce bassa e fanno cenni con le mani e la testa. Siamo in sette: cinque pastori, di cui tre minorenni, e due ajaneb (stranieri in arabo). Le quattro greggi – non meno di duecento capi, tra pecore e capre – sono interamente all’interno del non-recinto.
Dopo una ventina di minuti di pascolo, A., 14 anni, lascia il suo gregge e si dirige ancora più in alto, verso il limite superiore dell’area arbitrariamente delimitata. A. si gira e – mi accorgo – ha uno sguardo d’intesa con l’altro pastore, M., poco più che ventenne. I due si scambiano una serie di segnali, di gesti col capo e qualche parola sottovoce.
Ed ecco che inizia “l’azione”.

Workshop: La storia del nemico. Parole e sguardi per un incontro possibile

ottobre 24, 2013 at 2:28 pm

Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso” (N. Mandela)

Chi vive, ha vissuto o semplicemente è vicino ad Operazione Colomba conosce bene questa frase stampata sulle magliette che indossano i volontari che condividono la vita con le vittime delle guerre, presenze di pace nei conflitti armati.

Siamo certi che per far avverare un sogno bisogna osare. Non lasciare che le paure prendano il sopravvento. Ci vuole coraggio. A volte il coraggio di fare una proposta, per rispondere ad una necessità.

La richiesta parte dalle comunità palestinesi dei villaggi delle colline a sud di Hebron. Palestinesi che, una ventina di anni fa, decisero di scegliere la nonviolenza come unica strategia di resistenza. per continuare ad abitare le proprie terre e rispondere all’occupazione armata e civile israeliana. Parte da queste parole di un membro del Comitato Popolare: “La nonviolenza è come un albero, che per crescere ha bisogno di acqua. Ognuno di noi, uomini, donne, bambini, anziani cerca di dare il proprio contributo. Ma abbiamo bisogno anche di voi. Aiutateci a dare da bere all’albero della nonviolenza”. 

Riflessioni di un volontario

settembre 1, 2013 at 1:57 pm

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. La riproduzione casuale mi passa questa bomba con la nonchalance che solo un computer può avere. Frase già sentita molte volte, ma gli esplosivi spesso hanno bisogno di un detonatore e forse qui l’ho trovato. Mi trovo nelle budella di un conflitto che sanguina da decenni, ma sento solo gente che chiede la pace. La chiede il soldato israeliano orgoglioso della sua divisa e della sua arma, tanto quanto il palestinese che sogna una terra per il suo popolo dove nessun israeliano possa più metter piede, armato o meno.

Non è il fucile puntato che fa impressione, e nemmeno il sasso scagliato di chiunque sia la mano dietro, quanto l’uomo che la comanda cercando la pace. Non ci sono giusti nel naufragio della vita, siamo tutti vittime e carnefici.
Possiamo essere carnefici di un popolo oppresso perché vittime di un sistema troppo forte, carnefici di menti violentate dall’odio perché vittime di ingiustizie troppo grandi, ma sempre con le migliori intenzioni e le nostre giuste ragioni. Sembra quasi disumano uscire dal sistema causa-effetto della catena dell’odio, ingiusto essere proprio io l’anello che cede perché tutta la catena si spezzi.

Del coraggio e della paura

agosto 17, 2013 at 4:35 am

 

Chi parte con la Colomba sa bene quante di quelle volte ti arrivano come freccette frasi del tipo “ma non hai paura?… bè sei coraggiosa…”. E tu vorresti rispondergli solo “certo che ho paura! E che c’entra il coraggio?”.

Mi piacerebbe pian piano riuscire a spiegare quanto qui c’entra il coraggio, e quanto c’entra anche la paura.
Questa paura che è talmente terribile quanto in fondo semplice da raccontare.

A volte è la paura nuda e cruda per la propria incolumità, di essere arrestato, di essere picchiato o colpito da un sasso di fionda.
Altre volte è la paura del disarmo totale, che la telecamera non ti basti o ti venga tolta, che le tue parole o i tuoi gesti non riescano ad abbassare la tensione come vorresti.
Spesso è la paura di prendere la decisione sbagliata, di perdere il controllo della situazione.
Ancora più spesso è la paura per i Palestinesi, per la violenza che li vediamo subire a gesti e a parole; e questa è una paura che toglie il fiato, che rischia di farti perdere il senso del tuo esserci, del nostro esserci.
Coraggio è scegliere di esserci e di esserci insieme.
Qui coraggio è convincerti che il NOI supera sempre l’IO.
“Due non è il doppio ma il contrario di uno” direbbe Erri De Luca.
Il noi supera l’io negli sguardi d’intesa e nella cieca fiducia quando siamo in azione sul campo.
Lo supera quando dagli errori traiamo forza e non senso di sconfitta.
Il noi supera l’io quando il ragazzino impaurito ti si aggrappa alla camicia o quando il giovane ha la forza di tirare fuori anche lui la telecamera ed è come se ti dicessero che anche loro hanno scelto di fare parte della propria storia.
E’ un coraggio di insieme, di chi sa che per seminare speranza non pretende di eliminare la paura, ma non le lascia mai avere l’ultima parola.

S.

La Grotta di Sa’ar

agosto 14, 2013 at 2:24 pm

Ricevo una telefonata. Saliamo sulla collina che sovrasta il villaggio di At-Tuwani. Una cinquantina di persone sta venendo nella nostra direzione. Per un attimo mi sembra di essere entrato in una versione mediorientale del quadro “il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Soltanto che al posto di contadini proletari ci ritroviamo di fronte una cinquantina di coloni israeliani. Camminano con passo spedito. Noi di fronte a loro, aspettiamo. Mentre chiedo a uno di loro dove si stanno dirigendo, un altro gruppetto apre una cisterna per la raccolta dell’acqua del villaggio. Lo fanno – così mi dicono – perché considerano quella cisterna e quella terra di proprietà israeliana.
Non sono coloni qualsiasi. Vivono a Suseya, Ma’on, Avigayil e Havat Ma’on. Una cascata di immagini di attacchi, lotte e sofferenza umana mi travolge per qualche istante. Al mio ritorno nella realtà una ragazza con un turbante in testa e la pelle bianco latte, mi spiega che la comitiva sta facendo un giro turistico alla riscoperta di luoghi e presenze ebraiche che si perdono nella notte dei tempi.
Ci sediamo di fronte a loro, sotto l’albero che domina At-Tuwani. La loro guida inizia a parlare in ebraico indicando le colline ed il villaggio. Voltandosi di spalle mostra la pistola attaccata alla cintura dei pantaloni. Dietro di me, i palestinesi che vivono nelle case più vicine escono per osservare gli sviluppi di quell’assurda situazione. Di fronte a me l’opportunità, più unica che rara, di parlare con quelle persone così vicine, così lontane. Sa’ar anticipa le mie mosse e i miei pensieri, si avvicina e inizia a parlarmi. Lui e il suo bambino vivono nell’avamposto di Avigayil, teatro di mille ingiustizie. Teatro personale di un battesimo del fuoco con la prepotenza della forza occupante.
Sa’ar ha trentatré anni, è nato a Be’er Sheva e da un anno e mezzo vive abusivamente in cima alla collina che sovrasta il villaggio di Mfagarah. Quello stesso villaggio in cui i palestinesi gli avrebbero offerto un tè un giorno in cui, con suo figlio, stava passeggiando in direzione di Havat Ma’on. Non riesco a credergli. Vorrei, ma no riesco. Tuttavia una spinta interiore mi porta a cercare dentro di lui la sua umanità, a costo di perdermi nella grotta di Platone dove lui stesso è imprigionato. Inizia a parlarmi di storia e di politica. Nel 1948 – questa la sua visione dei fatti – gli arabi, dopo aver rifiutato la generosa concessione di terra degli ebrei, li attaccarono su diversi fronti. Gli ebrei, per legittima difesa, risposero all’attacco creando, finalmente, lo Stato di Israele. Patria di un popolo bistrattato per migliaia di anni.

Anche a questa guerra ci siamo già abituati

luglio 3, 2013 at 1:51 pm

“…Anche a questa guerra ci siamo già abituati…” (Tiziano Terzani)

Urla Suleiman.
Urla preghiere, urla giustizia, urla verità… con i piedi attaccati alla sua terra si lancia in un one-man-show che cattura tutta l’attenzione a lui dovuta.
L’attenzione di chi magari non cercava troppe rogne da risolvere, ma un comportamento tale non lo può tollerare. L’attenzione di chi sbigottito si chiede che altro dovrebbero fare, se non aggrapparsi all’ultimo brandello di terra rimastogli.
L’attenzione di chi è da una parte invece che dall’altra, ma che dentro si chiede perché urlare tanto da gettarsi in un arresto certo?
Quelle urla muovono, scuotono.
Ci scuotono tanto da non abituarci!
Non abituarci al meticoloso esercizio dell’ingiustizia che giorno dopo giorno tenta di trasformarsi in banalità.
Mai sarà giusto che dei bambini debbano aspettare una scorta militare per andare a scuola.
Mai sarà giusto avere distese immense sotto gli occhi ma dover giocare a pallone tra i sassi, perché quelle sono occupate da esercitazioni militari.
Mai sarà giusto dover avere paura dei coloni quando si portano le pecore al pascolo o si cammina sulla via di casa.
Penso ai palestinesi con cui viviamo, quelli di queste colline che da tre generazioni vedono i propri diritti negati da strategie messe in atto da qualcuno troppo lontano per sapere con chi prendersela.
Penso a come abbiano cessato di essere vittime di questo conflitto da quando
i loro occhi hanno continuato a riempirsi di lotte per la vita, ma si sono svuotati di nemici.
Penso a una madre che insegna al figlio a non odiare chi lo ha arrestato senza motivo.
Penso alle famiglie così numerose da imporre la vita anche in un area dove “non dovrebbero esistere” perché la loro terra serve all’esercito.
Penso al coraggio e alla fantasia necessari per rialimentare queste scelte.
Loro a questa guerra non si sono abituati.
E più la mia pelle si colora di sole e di polvere, più aumenta il mio vocabolario in questa lingua difficile, più mi accorgo che il nostro valore qui non è che quello che scelgono di darci questi uomini, donne e ragazzini… rendendoci partecipi al loro fianco della quotidiana resistenza alla banalità dell’ingiustizia.

Sara

Un gruppo è più della somma delle sue parti

giugno 28, 2013 at 11:15 am

…è sprecarsi d’energia piuttosto che fare attenzione per risparmiarla…

…è la volontà di dare fiducia prima ancora di chiedersi se l’altro stia facendo lo stesso, è quell’affidarsi totale quotidiano a persone che non ti sei scelto. E’ farlo nella consapevolezza che condividiamo un sogno…

…è spremersi d’empatia senza pretenderla dagli altri…

…è accettare di trovarti davanti ad uno specchio che fa anche da lente di ingrandimento dove serve, e lo fa per te…

…è investire ascolto che entrerà in un tale turbinio di parole da venirti restituito in modi nuovi e inaspettati…

…è il coraggio di affrontare la diversità dell’altro per affrontare se stessi…

…è il riconoscere la linea sottile tra il lavoro da fare e la necessità di farlo insieme…

…è il kaleidoscopio di sentimenti ed emozioni attraverso cui imparare la realtà e giocarsi il proprio crescere…

…è morire a se stessi in certe parti, anche profonde e cocciute, per fare spazio all’altro…

…è la bellezza di condividere un cammino in cui niente è per caso, soprattutto i compagni di viaggio.

Sara

Tu mi proteggi?

maggio 30, 2013 at 2:19 pm

“Francesco, tu mi proteggi?”

Non ho trovato parole per rispondere. Ali ha 15 anni e la scorta che accompagna lui e altri 10 fra ragazzini e bambini oggi non è arrivata, hanno deciso di non mandarla.

“Tu mi proteggi?”
Hanno deciso di non mandarla, la sicurezza di quei 10 bambini è passata in secondo piano, l’esercito di occupazione israeliano oggi era tutto troppo occupato, forse un’importantissima emergenza, o forse no, è stata una scelta.

“Tu mi proteggi?”

Non ho trovato parole per rispondere, non ne ho trovate né nella mia lingua né in nessun’altra, inglese, arabo, non sono riuscito a dare una risposta a questa voce.

“Tu mi proteggi?”

Hanno deciso di non mandarla. Sono stati indifferenti al loro dovere, indifferenti davanti alle nostre chiamate, sono arrivati perfino a deriderci fingendo di non sapere l’inglese davanti alle nostre frasi di rabbia, frasi a cui pretendevamo una risposta.

“Tu mi proteggi?”

Non ho trovato parole per rispondere. Non ho trovato parole per chi, fino ad un minuto prima, aveva trattenuto i bambini più piccoli perché non si incamminassero da soli aspettando ancora e ancora, chi non sarebbe mai arrivato. Non le ho trovate per chi ogni giorno mi saluta e riferendosi a chiunque sia presente spiega : “He is my friend!”, mi guarda e mi regala un sorriso dal cuore.

“Tu mi proteggi?”

Hanno deciso di non mandarla. Mi chiedo a cosa sia servito, che colpa potessero avere da espiare questi 10 bambini. Mi chiedo perché abbiano deciso di sottrarsi ad una situazione di cui sono i responsabili. Mi chiedo dove, dentro di loro, possano nascondere l’immensa vergogna che devono provare verso se stessi.

“Francesco, tu mi proteggi vero?”

Non riesco a perdonarmi per non aver trovato quelle parole. Non riesco a perdonarmi all’idea di non riuscire a trovarle in futuro. Forse l’unica cosa che saprò fare sarà allungare la mano, come l’ ho allungata oggi, sarà provare a guardare in quegli occhi di paura chiedendo di lasciarmi condividere il cammino, condividere questo tratto di strada.

pelle

Cosa ho imparato?

maggio 27, 2013 at 9:16 am

Il contenuto di questo brano vorrei che sgorgasse direttamente dal cuore, senza troppi ragionamenti, pensieri, preoccupazioni, nervosismi.
Vorrei mettere in queste parole un anno e mezzo di vita, di incontri, di sorrisi, di paure, di frustrazioni, di gioie. Vorrei, ma non posso, perché è difficile fare sintesi di se stessi, è difficile rileggere obiettivamente la nostra anima.

L’artista non può giudicare la sua opera.
Parlerò quindi di voi, viandanti che ho incrociato sul cammino, perché in voi si riflette il mio bene e il mio male.

E’ solo un ragazzo di 21 anni

maggio 18, 2013 at 6:58 am

Giornata della resistenza. Liberazione d’Italia. Resistenza contro il fascismo. Oggi resistenza contro l’occupazione mentale, gli strumenti di propaganda, i metodi manipolatori per sedare gli spiriti, acquietare gli animi.
Sono in Israele, in un kibbutz al confine con Gaza, a solo 400 m di distanza dall’inferno. Qui è tutto calmo (anche se solo tre giorni dopo hanno bombardato in tre differenti punti della striscia), quieto e silenzioso.

Alcuni lo definiscono ‘noioso’, io solo apparentemente pacifico. Eppure qui la gente ha paura. Ogni casa possiede un mini-bunker, in cui rifugiarsi in caso di attacco. Solo sette secondi di tempo per mettersi al riparo dai Qassam. I bambini sono traumatizzati, i genitori temono per le loro vite. Gaza è solo a un lancio di missile, al di là della fance elettrica, dove ci sono “very beautiful beaches”.
Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con alcuni soldati: erano simpatici, ospitali, accoglienti, felici di poter parlare con due giovani europei liberi dal servizio di leva, estranei alla noiosa quotidianità del kibbutz. Mi chiedo se avrebbero reagito allo stesso modo se avessero saputo chi siamo, cosa facciamo e perché siamo in questa terra.