P/R: Operation Dove strongly condemns ‘Protective Edge’ military operation against Gaza

luglio 16, 2014 at 5:56 am

The Israeli occupation continues to “normalize” the violation of the Palestinian human rights

(Italian follows)
July 15, 2014

At Tuwani – Operation Dove, Nonviolent Peace Corps of the Pope John XXIII Community-Association, maintains a constant presence in the South Hebron hills, Palestinian Occupied Territory, continuing from 10 years to accompany and support the Palestinians of the area in their struggle choice by nonviolent methods in order to protect their lives and their rights.

“On the seventh day since the beginning of the Israeli state ‘Protective Edge’ military operation against the Gaza Strip (which has already killed at least 180 people and injured more than 1200), the situation here is alarming,” says a volunteer. “Although no serious things happened during the past 7 days, the local population is very apprehensive and scared. It is expected that in parallel with the Israeli bombing of the Gaza Strip, the Israeli army and settlers could begin a new massive violence phase in the area. A lot of shepherds, that we usually accompany by non-armed escort during their everyday activities, now they stay in their houses and don’t approach work areas close to Israeli settlements or outposts, because scared of attacks that could attempt on their safety. ”

Operation Dove strongly condemns this further outbreak of violence: in addition to the massacre and the humanitarian disaster in Gaza, the Israeli military operation that followed the kidnapping and murder of three young Israelis, in the West Bank has led to at least 10 people killed including children, and 150 injured during the raids. More than 500 people have been kidnapped and imprisoned, many of them subjected to “administrative detention”, so without charge. More than two thousand properties were raided, damaged or looted. Towns, villages and refugee camps have been put under siege by checkpoints and roadblocks.

Operation Dove strongly condemns the Israeli occupation of the Palestinian Territories  that dehumanizes the occupier and the occupied. This dehumanization, institutionalized, sought and wanted by the occupying state, makes possible the murder of three young Israelis by two Palestinians, as it seems, or the barbaric murder of a 16 year old Palestinian from East Jerusalem, burned alive by Israeli extremists. This occupation “normalizes” the continued human rights violations of the Palestinian people.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]


COMUNICATO STAMPA
Operazione Colomba condanna fortemente l’operazione militare “Protective Edge” contro Gaza
L’occupazione israeliana continua a “normalizzare” la violazione dei diritti umani dei palestinesi

 

15 luglio 2014

At Tuwani – Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, mantiene una presenza costante nelle colline a sud di Hebron, Territori Palestinesi Occupati, continuando ad accompagnare e supportare da ormai dieci anni i palestinesi della zona nella loro scelta di lottare con metodi nonviolenti per la tutela della propria vita e dei propri diritti.

“Al settimo giorno dall’inizio dell’operazione “Protective Edge” dello Stato israeliano contro la Striscia di Gaza (che ha già ucciso almeno 180 persone e ferite più di 1200), la situazione qui è preoccupante” racconta un volontario. “Nonostante non siano successi fatti gravi negli ultimi 7 giorni, la popolazione locale è molto in apprensione e spaventata. Si aspetta che parallelamente ai bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza, militari e coloni israeliani possano dare inizio a una nuova fase di violenza massiccia nell’area. Molti pastori che ogni giorno scortiamo in maniera non armata nelle attività quotidiane stanno in casa e non si avvicinano alle zone di lavoro adiacenti alle colonie e agli avamposti israeliani per paura di attacchi che possano attentare alla loro incolumità”.

Operazione Colomba guarda con sgomento e condanna  questa ulteriore esplosione di violenza: oltre al massacro e al disastro umanitario a Gaza, l’operazione militare israeliana seguita al sequestro e all’uccisione di tre giovani israeliani, in Cisgiordania ha portato ad almeno 10 persone uccise, tra cui bambini, e 150 ferite durante le incursioni. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate, di cui una buona parte sottoposte a “detenzione amministrativa”, cioè senza un’accusa. Più di duemila proprietà sono state perquisite, danneggiate o saccheggiate. Città, villaggi e campi profughi sono stati messi sotto assedio da checkpoint e roadblock.

Operazione Colomba condanna l’ occupazione israeliana dei Territori Palestinesi  che disumanizza l’occupante e l’occupato. E’ questa disumanizzazione, istituzionalizzata, cercata e voluta dallo stato occupante, che  rende possibili l’assassinio di tre giovani israeliani ad opera di due palestinesi, come pare, o il barbaro assassinio di un 16enne palestinese di Gerusalemme est, bruciato vivo da estremisti israeliani. E’ questa occupazione che “normalizza” la continua violazione dei diritti umani del popolo palestinese.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

bocchescucite.org : Rappresaglia, vendetta o giustizia?

luglio 3, 2014 at 11:06 am

10484617

by  N. Capovilla, 2014 July 2
L’amico Kalil insiste nel chiedermi: “allora, sarai ancora nostro ospite, abuna?” Ed io, dopo la terribile notizia dell’uccisione dei tre giovani coloni israeliani, davvero non so cosa rispondere loro. Certo, secondo i miei programmi fra pochi giorni dovrei essere ospite della famiglia di Kalil, povera di tutto ma ricca di dignità, affetto, cultura e amicizia. Ma se vi dico che abitano ad Hebron, capite la mia incertezza nel prevedere di poter anche solo entrare in città, dopo che dal 12 giugno è stata sigillata dall’esercito con il pretesto di ricercare i tre giovani.Ecco, ancora una volta constato che ciò che accade in questa maledetta e santa terra di Palestina puntualmente non viene raccontato all’opinione pubblica. Tutto deve venir “semplificato” in uno stereotipo che eviti rigorosamente di evidenziare ciò che è la causa di tutto: la terra e le città, la vita e l’economia, la libertà di movimento e forse anche il futuro di milioni di palestinesi, sono stati occupati e colonizzati illegalmente dallo stato d’Israele.

Ma voi dite: cosa c’entra questo con il rapimento e la barbara uccisione dei tre coloni?

La gente, il lettore/ascoltatore, devono continuare ad immaginare che i palestinesi siano tutti terroristi e che ad Israele, da vittima, sia logicamente concesso non solo di difendersi, ma di trasgredire tutte le leggi e le risoluzioni per “vendicarsi” con “rappresaglie” e “punizioni collettive”, come scrivono i giornali di questi giorni.

Ma in queste ore le parole che vorremmo leggere non sono queste.

L’immenso dolore, l’indicibile lutto che sconvolge tre famiglie e un’intera nazione, dovrebbe ispirare sentimenti di solidarietà, partecipazione, auspicio e impegno a lavorare tutti per togliere benzina alle macchine di odio che la violenza e le armi seminano ovunque. Dovrebbero spingere la comunità internazionale a sostenere davvero chi cerca la pace, che arriverà solo con la giustizia e i diritti per tutti.

Da anni facciamo la spola tra le case di amici israeliani e le parrocchie palestinesi, per gettare ponti di reciproca conoscenza e dialogo.

Ma purtroppo constatiamo che siamo da sempre abituati a dare per scontato che la rabbia degli israeliani debba generare fiumi di risentimento e concrete violazioni e violenze: vi ricordate con quanto sollievo avevamo preso atto che Israele aveva interrotto la barbara pratica della demolizione delle case delle famiglie dei presunti colpevoli di un atto terroristico? Ebbene, è triste non solo che questa pratica tribale sia ripresa in queste settimane, ma ancor più che i giornali ne parlino come di una cosa normale e giusta.

Farò il possibile per andare dal mio amico Kalil e vorrei invitare tutti i giornalisti che in queste settimane hanno finto di non sapere che i tre giovani “seminaristi” erano coloni e la città dove erano stati rapiti, Hebron, si trova in Palestina e, come ha acutamente osservato Ugo Tramballi, non era proprio come “il lungomare di Tel Aviv”, visto che si trova nei Territori Palestinesi occupati.

Troppo poco hanno scritto delle aggressioni che hanno volutamente trasformato la ricerca dei tre giovani in una autentica punizione collettiva che sta mettendo a ferro e fuoco l’intera Cisgiordania.

Porterei questi giornalisti a venti minuti da Hebron per intervistare gli amici del villaggio di At Twani stritolato dagli insediamenti e da anni preda dei soprusi più pesanti dei coloni.

Sì, perché è diverso leggere i titoli inneggianti alla “durissima vendetta di Israele” e sentire la famiglia che conosci e che ti racconta che una perquisizione notturna illegale dei soldati in casa ha seminato paura e fruttato ai soldati l’equivalente di 2500 euro, la dote di una ragazza che sta per andare in sposa.

D’altra parte, se tutti i pellegrini di giustizia che fra pochi giorni saranno con me a Betlemme hanno solo letto i giornali sulla “prevedibile escalation di violenza” e sentito distrattamente alla TV che ben quattordicimila soldati sono stati mandati ad invadere case, villaggi e città, distruggendo vite, beni, risorse, sono certo che il dottor Nidal, a cui porteremo medicine che Israele gli impedisce di avere, racconterà loro un’altra storia, in cui trova il primo posto la condanna per la brutale sorte dei tre giovani israeliani e insieme lo sconcerto perchè i giornali hanno ritenuto di dover appena appena accennare al fatto che ben “dieci persone sono state uccise, tra cui bambini, durante le incursioni. Ed erano tutti disarmati. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate.

Ma nessuno dei nostri uomini o donne di Stato ha rivolto loro un pensiero o ha chiesto ad Israele di fermare la punizione collettiva di un intero popolo.” (Luisa Morgantini)

Ogni morte e ancor più ogni assassinio, ogni uomo e ancor più ogni giovane che viene ucciso, rivelano la disumanità e la barbarie generata dall’odio. E se ci mancano le risposte e le soluzioni facili, senz’altro abbondano le domande: “Ma la Comunità internazionale, che ora piange e solidarizza, perchè non alza con più forza la voce richiamando palestinesi e israeliani al rispetto delle leggi e delle Risoluzioni delle Nazioni Unite? Ma possibile che i palestinesi siano destinati ad essere ritenuti sempre esseri umani di seconda categoria?”

Non la vendetta né la rappresaglia: per raggiungere veramente la pace l’unica risposta restano sempre la giustizia e il rispetto dei diritti umani,.

Nandino Capovilla

referente Campagna Ponti e non muri di Pax Christi Italia

2 luglio 2014

per visualizzare l’articolo vai al link: http://www.bocchescucite.org/rappresaglia-vendetta-o-giustizia/

+972 Mag: Palestinian teen murdered in suspected ‘revenge kidnapping’

luglio 3, 2014 at 5:34 am

By Michael Omer-Man, 2 July, 2014

Heavy clashes take place in a number of East Jerusalem neighborhoods, leading to dozens of injuries, including two photographers from Activestills; Kerry conveys condolences to the Palestinian people over despicable murder; ‘revenge’ calls spread throughout Israeli social networks, streets of Jerusalem.

Clashes between Palestinian youths and Israeli police broke out Wednesday morning when news broke of a suspected kidnapping and murder of a Palestinian teenager in the East Jerusalem neighborhood of Beit Hanina hours earlier. Speculation that the killing was a nationalistically motivated and perpetrated by Jewish Israelis as revenge for the kidnapping and murder of three Israeli teenagers in the West Bank appeared almost immediately in nearly every Israeli media outlet. Police initially urged caution, saying that no motive had been established, but later said they estimated it was a “nationalistic” crime.

Muhammad Hussein Abu Khdeir was walking to morning prayers for Ramadan after 3 a.m. Wednesday morning when a car pulled up and a number of passengers forced him in. Police later found his burned body in a Jerusalem-area forest. A gag order covered other details of the investigation. The family reportedly agreed to an autopsy and the funeral was scheduled for Thursday.

U.S. Secretary of State John Kerry on Wednesday condemned the “despicable and senseless abduction and murder,” adding, “[t]here are no words to convey adequately our condolences to the Palestinian people.”

“Those who undertake acts of vengeance only destabilize an already explosive and emotional situation,” Kerry continued. “We look to both the Government of Israel and the Palestinian Authority to take all necessary steps to prevent acts of violence and bring their perpetrators to justice.”

The Israeli Prime Minister’s Office published a readout from a conversation Prime Minister Netanyahu had with Public Security Minister Yitzhak Aharonovitch, in which he asked police to work quickly to investigate “work as quickly as possible in order to investigate who is behind the reprehensible murder and what the motive was.” The written statement added that “the prime minister calls on all sides not to take the law into their own hands.”

The uncle of one of the murdered Israeli teens said that if there the Palestinian teen was killed as a nationalistically motivated crime or revenge, it would be horrendous. “There is no difference between [Arab] blood and [Jewish] blood.”

In the two days since Israeli troops found the bodies of the kidnapped teenagers, incitement and calls for revenge have been rampant. Defense Minister Moshe Ya’alon spoke of “settling the score,” Prime Minister Netanyahu called the murderers “human animals” and others called for swift action against Hamas and the Palestinians.

Hundreds of Jewish Israelis, many of them teenagers, marched through the streets of West and East Jerusalem for hours Tuesday night chanting “death to Arabs” and physically assaulting at least five Palestinians along the way. Police also reportedly prevented attacks against a number of Palestinians. Police arrested 50.

A photo posted to the ‘The people of Israel demand revenge’ Facebook page

A Facebook group established Monday night, called “The people of Israel demand revenge,” garnered over 37,000 “likes” by Wednesday afternoon. Followers of the page posted photos of themselves holding signs or with writing on their skin with messages inspired by the name of the Facebook page. A number of the posters appeared to be active duty soldiers, some of whom framed their signs with insignia, military gear and weapons.

Dozens of Palestinians were wounded in the clashes in East Jerusalem on Wednesday, with Ma’an reporting that 17 required hospitalization. Five police officers were reportedly wounded, and at least four journalists were shot with sponge-tipped bullets by police. Among those shot were two journalists from Palestine TV and two Activestills photographers. Activestills photojournalist Tali Mayer, who also works for Walla! News, was shot in the face and will have to undergo surgery.

The demonstrators damaged a number of light-rail stations and maintained a standoff with riot police in the Shuafat and Beit Hanina neighborhoods of East Jerusalem. Police shut down the main roads running through the area, which are also the main arteries connecting Jerusalem and Ramallah.

http://972mag.com/palestinian-teen-murdered-in-suspected-revenge-kidnapping/92841/

Peace through the eye of a needle

giugno 6, 2014 at 2:29 pm

The At Tuwani village Women’s Cooperative together with Israeli women gave life to Two Neighbors: an against-the-odds business partnership that defies politics in favor of beauty, common sense, and shared economic benefit. The new project is leaded by a team made by Israeli women, Palestinian women and American men and women who founded the Center for Emerging Futures that holds gatherings for Israelis and Palestinians on the border between Israel and the West Bank. 

 

After spending time at a Global Village Square meeting organized by the Center for Emerging Futures, women from both sides of the conflict decided they would like to work together producing beautiful items which showcased their talents and heritage. They wanted to do this together, showing that Israelis and Palestinian women, who were tired of waiting for the politicians to declare peace, could work together now to improve their economic condition and demonstrate peaceful relations on a grass roots level.

http://twoneighbors.com

Two Neighbors – Due vicini di casa
La Cooperativa delle Donne del villaggio di At Tuwani ha dato vita insieme ad alcune donne israeliane al progetto Two Neighbors: un partenariato contro il business il cui obiettivo è il solo profitto, che sfida la politica a favore della bellezza, il senso comune e il beneficio economico condiviso. Il nuovo progetto è guidato da un team composto da donne israeliane e donne palestinesi, insieme a uomini e donne americani già fondatori del Center for Emerging Futures che da anni organizza incontri per israeliani e palestinesi al confine tra Israele e la Cisgiordania.
Dopo aver trascorso del tempo in incontri organizzati dal Center for Emerging Futures, donne provenienti da entrambe le parti del conflitto hanno deciso di lavorare insieme, facendo oggetti belli che mostrassero il loro talento e il loro patrimonio storico-culturale. Volevano farlo insieme, dimostrando che donne israeliane e palestinesi, stanche di aspettare che siano i politici a dichiarare la pace, possono lavorare insieme per migliorare le proprie condizioni economiche e mettere le radici di relazioni pacifiche.

Il confronto

maggio 9, 2014 at 6:03 pm

Quando ci si trova in luoghi diversi dal proprio contesto d’origine, correttezza, soprattutto nei confronti di se stessi, vuole che ci si ponga senza pregiudizi, per quanto possibile, pronti ad assaporare, assorbire ciò che la nuova realtà sa offrirci.

Sebbene possa essere difficile, ci è inoltre data la possibilità di migliorarci, di guardare alle cose nuove per poi assimilarne il meglio, o quello che secondo nostra coscienza vale la pena di essere acquisito. Potranno esserci anche cose che non ci piacciono, che non capiamo, che non accettiamo, ma pure questa opinione deve essere il frutto di un confronto tra le proprie idee e la realtà che si osserva, e non un semplice nostro giudizio preventivo che schiaccia la realtà sotto il peso delle nostre convinzioni mai messe in discussione.
Se saremo capaci di metterci in gioco, di immergerci nelle relazioni di chi vive ogni giorno su queste terre, di porci con sguardo amico, e curioso e non saccente e intriso di malcelata superiorità, potremo vivere momenti di crescita decisamente belli.
Forse è parola ormai abusata, stuprata per quanto oramai utilizzata, ma credo che “dignità” sia la parola che più, per me, indichi cosa ho imparato.
Non saprei scrivere quale sia il contenuto di data parola. Non saprei quindi dire cosa ho acquisito di preciso. Ma so che ciò che ho vissuto mi ha cresciuto e questo basta a rendermi felice.

Stè

 

Sospiri degli alberi

aprile 28, 2014 at 3:01 pm

Mi aspettava e appena mi ha vista e sentita arrivare mi ha dato il suo benvenuto…
Gli alberi parlano qui, in realtà probabilmente parlano ovunque ma io per la prima volta li sento, per la prima volta mi fermo ad ascoltarli, non sempre comprendo ciò che vogliono dire, ma lascio che mi entrino dentro… non mi ero mai resa conto prima di che suono magnifico emettano…anche quelli più inquietanti, sopra ai quali non splende mai il sole per colpa di chi gli infesta il cuore, anche quelli hanno una voce magica…

Anche quando ti mettono in guardia del pericolo che nascondono, già perché in questi alberi, tra le loro fronde, molte volte si nascondono loro.
Tanti tipi di alberi, abeti, pini, mandorli, ciliegi, ulivi ma non esistono alberi buoni o alberi cattivi, solo ciò che rappresentano può essere giudicato bene o male… Sì, perché tra questi ve ne sono alcuni che rappresentano la lotta altri ciò che si combatte, non l’hanno scelto loro ma qualcuno l’ha scelto per loro… a differenza di chi li ha scelti, loro non hanno avuto scelta…
Ulivi che passano di mani in mani, mani invecchiate dal sole, dal vento, dall’aria, dalla tera, dalle colline, mani vecchie anche se giovani, mani stanche ma non abbastanza, hanno comunque la forza di continuare a vivere, lavorare e lottare…
Ulivi piantati in terre aride di acqua ma non di speranza… Ulivi piantati in segno di lotta, di resistenza, piantati con la forza di una fede, intendendo per fede il continuare a credere che sia possibile, che un giorno questi ulivi diventeranno grandi abbastanza per dare frutti… frutti che a loro volta rappresentano piccole vittorie, anzi no, probabilmente grandi vittorie, grandi conquiste… Ulivi piantati sì ma anche ulivi sradicati, bruciati, rubati da chi rappresenta ciò che gli stessi ulivi combattono, da chi si nasconde nel cuore degli altri alberi, di quegli alberi che al mattino ti salutano cordialmente ma tra il vento ti intimano di fare attenzione… Alberi di confine, fatti propri da parte di chi non li possedeva… alberi di tutti e di nessuno a cui viene imposta una parte, ma loro parte non hanno, eppure dalle radici alle fronde inconsciamente sostengono il peso di questa lotta.

M.

La terza parte

aprile 27, 2014 at 1:28 pm

Essere terza parte e agire come tale, va molto più nel pratico e nel quotidiano qui, rispetto alla nostra storia e ai principi di nonviolenza che ci guidano.
Questi sono solo i punti di partenza da cui si sviluppa la realtà complessa della nostra vita qui, e questo tentare di essere terza parte.
Prima difficoltà scaturisce dal nostro intenso vivere con una parte. Un vivere semplice fatto di una lingua sola che a poco a poco si impara, di una scelta chiara fatta come comunità da tanti anni, anche se poi non mancano personalità diverse e non c’è perfezione, di un’area non poi così grande come sembra alle nostre gambe in cui lo stile di vita è simile per tutti, di un’accoglienza araba davanti alla quale a noi non sono richiesti molti sforzi per entrare nell’intimità di case e famiglie che non conosciamo.
Ci si sente protetti da questi elementi e facilmente ci si sente parte di questa parte.

L’altra parte invece si apre complessa di fronte a noi. Non ha i “confini sicuri” delle colline a sud di Hebron ma quelli vasti di un popolo. E’ un popolo frastagliato in mille diversità, che con noi si sforza di parlare inglese ma la cui lingua è un altra, una di cui conosco solo 10 parole nonostante i quasi 9 mesi qui. Ha una storia profondamente intrecciata con la nostra di italiani, magari anche cattolici, che ha tante diverse interpretazioni se guardata dal presente. E’ un popolo che ai nostri occhi si presenta nei suoi estremi: dalla forza in divisa, all’attivista con un profondo affetto per noi e per i palestinesi, allo sconosciuto di Gerusalemme. Sconosciuto col quale ci sentiamo spesso più intimoriti rispetto ad un altro simile che possiamo incontrare qualche strada più in là, ma che parla arabo.

Tutto questo provoca in me una grande difficoltà nello stare a fianco a queste due parti senza farmi prendere tanto da una delle due, dall’andare spesso passi avanti a loro e perdere il semplice stare a fianco alla loro immensità, come ci è richiesto.

Vi mando questa riflessione ancora in corso insieme agli auguri per questa Pasqua. Penso all’Uomo che la sera prima di essere ucciso ha pianto su Gerusalemme e su tutti gli uomini, all’Uomo che ha sempre seguito la giustizia e la verità senza fare distinzioni tra amici e nemici, che da una croce in mezzo ad altre due ha chiesto il perdono per chi stava commettendo l’ingiustizia che su di lui si è ripercossa, all’Uomo che ha creduto così fermamente alla forza rigeneratrice dell’Amore da sacrificarsi per il cambiamento di ognuno e cambiare, infine, anche la morte in vita.

S.

Ogni conversazione

aprile 5, 2014 at 5:13 am

…poiché ogni conversazione è una palestra d’amore.

E’ ciò che penso rispetto al relazionarsi a parole con i soldati dell’esercito israeliano.
Quando arriviamo qui come volontari non conosciamo né l’arabo, né i membri di questa comunità, né i loro usi e costumi. Cominciamo in punta di piedi, con delicatezza ad intessere relazioni, attenti a non esagerare ma allo stesso tempo disposti ad aprirci come speriamo loro facciano presto con noi.

Quando arriviamo inizia anche una ricca e complessa vita di gruppo, in cui è necessario lasciarsi essere, lasciar essere l’altro, tenere il passo dell’ultimo e allo stesso tempo non risparmiarsi e far sì che ognuno possa dare il meglio di sé. E’ perfetta una metafora non mia al proposito: gruppo è come mettere tanti sassi appuntiti in un barattolo e ogni giorno scuoterlo, dopo un po’ ci saranno ancora tanti sassi diversi ma con gli angoli decisamente smussati.
Queste relazioni, con il gruppo e con i palestinesi, vivono una crescente empatia e soprattutto fiducia reciproca di chi ogni giorno sceglie di mettere un po’ della propria vita nelle mani dell’altro.
E’ un processo lento che ci richiede energie, riflessioni personali e insieme, continui aggiustamenti… forze che mettiamo in gioco in questa condivisione per il bene che vogliamo ai palestinesi; per far si che quando ci troviamo nei campi o con le pecore o in tante altre situazioni, vi siano la sintonia e la fermezza necessarie ad abbassare il livello della violenza che ci troviamo ad affrontare.
Qui vi è poi un livello più alto di relazione, che è quello con le forze israeliane. Dico più alto non perché queste sono “forze” armate e in divisa, ma perché credo comprenda tutte le relazioni di cui parlavo prima e in più lo sguardo ad un orizzonte molto più ampio, che come Colombe è la pace per palestinesi ed israeliani. I soldati dell’esercito israeliano li incontriamo ogni giorno, e ci dispiace perché creano diversi guai ai palestinesi. In questo conflitto è infatti molto disequilibrata la bilancia della giustizia, per questo motivo noi da anni ci “schieriamo” vivendo ad At-Tuwani.
Viviamo però anche a Gerusalemme ovest per coltivare amicizie israeliane, per mantenere ampio e presente l’orizzonte di pace.
Questi luoghi, e purtroppo questo conflitto, sono dei palestinesi che diventano nostra famiglia, degli israeliani amici sinceri e anche dei soldati israeliani, qui nelle colline a sud di Hebron.
Questo non significa normalizzare, smettere di pensare che loro qui non dovrebbero esserci, smettere di schierarsi con chiarezza dalla parte dell’ingiustizia. Per me significa umanizzarli, grande e difficile frutto di un cammino nonviolento, vedere l’uomo o donna giovane israeliano sotto la divisa e quando è possibile approcciarsi a loro con la stessa delicatezza e voglia di verità che usiamo nelle altre relazioni che intessiamo qui.
Non decontestualizzare ma tener presente che il contesto è grande, non giudicare ma condividere ciò che noi qui abbiamo compreso, rispettando l’altro per la dignità che ha una persona e non ha invece l’arma che porta, raccontare le colline a sud di Hebron e magari anche le amicizie israeliane ma sempre in quanto testimoni anche se molto “impastati”; attenti sempre a tutti i protagonisti di questa storia, che non siamo noi e per i quali stiamo parlando proprio con lui/lei.
Ecco perché tengo a mente che qui ogni conversazione è davvero una palestra d’amore, un allenare il bene che iniziamo a provare per palestinesi ed israeliani e per il loro futuro di pace e convivenza.

S.

 

An open letter to Naftali Bennett

febbraio 18, 2014 at 3:06 pm

Haaretz; By Nasser Nawajah

“Unlike you, and most Israelis, water is not something I take for granted. It is a daily existential struggle”.

Dear Minister Bennett:

My name is Nasser Nawajah. Although we have never met, I am sure that you have visited very close to my home. My neighbors from the settlement of Susya are very fond of you. In the last election, 270 of the 381 voters from the settlement of Susya voted for you and your party.

 

The high price of letting Israel’s extremists flourish

dicembre 16, 2013 at 10:49 am

Israel should drop its reluctance to enforce the law against ‘price tag’ attackers.

By Ziad J. Asali, Dec. 15, Haaretz

Violent assaults, desecrating mosques and churches, uprooting trees, destroying cars, and damaging property – these are all examples of “price tag” attacks carried out by extremist Israeli hooligans against Palestinians, mainly in the occupied territories. In a few cases this violence has even been perpetrated against Israeli security personnel. Unfortunately, and consistently, the thugs responsible often enjoy de facto impunity for their crimes.