Un giorno a Tuwani

gennaio 15, 2017 at 8:46 am

Palestina

Suona la sveglia. Rimando. Risuona. Mi alzo. Uscendo dal sacco a pelo il freddo mi assale come un’onda. Devo resistere, resistere fino a togliere il pigiama e vestirmi. I vestiti sono gelidi, ma dopo starò meglio. Maglia termica, felpa, pile, strati su strati. Sento la moka che gorgoglia, qualcuno ha già messo su il caffè.

 Cerco di fare piano per non svegliare chi ancora dorme: ogni mattina in due a turno ci svegliamo alle sei e mezza. Prima delle sette dobbiamo essere di vedetta su una collina fuori dal villaggio per controllare da lontano i bambini che da Tuba vanno verso scuola. Tra noi e loro le case dell’avamposto israeliano.
Oggi tocca anche a me uscire per prima. Bevo il caffè bollente nella speranza che mi scaldi un pochino, afferro due biscotti al volo, il tempo per una vera colazione non c’è.
Scarponi ai piedi, telecamera a tracolla e si parte.

Il villaggio fuori è più sveglio di me. Saluto con un cenno i bambini già impegnati a giocare e le donne che sbrigano le faccende della mattina. Una salita ripida e sono fuori dal villaggio: una valle di ulivi alla mia destra, a sinistra un boschetto minaccioso e all’orizzonte colline brulle che degradano sempre di più verso il deserto. Altri dieci minuti di cammino e arriviamo alla nostra postazione. Da qui, nelle giornate limpide si scorgono i grattaceli delle prime città israeliane dopo il confine, costruite nel deserto, e più lontane ancora le montagne.
Ci concentriamo sui bambini, li osserviamo da lontano finché non incontrano i soldati e spariscono dietro la colonia. Davanti a noi, a una paio di valli di distanza i coloni occupati nelle stesse faccende mattutine dei palestinesi, anche qui i bimbi si preparano per la scuola. A volte qualcuno interrompe la routine mattutina per venire a inseguire noi o i bambini palestinesi, per impedirgli di arrivare a scuola.

Al ritorno la casa è tutta sveglia: la moka è di nuovo sul fuoco e questa volta c’è il tempo per una vera colazione. Piego il mio sacco a pelo e sposto il materasso che per stanotte mi ha fatto da letto: la stessa stanza dove dormiamo di giorno diventa il nostro ufficio, salotto, guardaroba…
Con la colazione arrivano anche gli ospiti: vicini di casa o altri attivisti in cerca di un caffè italiano e di programmi per la giornata.
Ci dividiamo in base alle cose da fare, che non sono mai le stesse. Qualcuno esce con i pastori, qualcuno visita altri villaggi, qualcuno rimane a Tuwani a presidiare la casa, nel caso passino persone che ci cercano. Adesso il lavoro principale è di semina della terra: per lunghe ore stiamo a osservare il trattore o il mulo con l’aratro che smuovono il terreno e i semini ci piovono sopra, lanciati da mani esperte. A ogni movimento sospetto le mie mani invece cercano la videocamera: accensione, zoom, cosa sarà stato? Soldati? Coloni? Se arrivano ci parliamo o scappiamo? L’importante per oggi è non farsi confiscare l’aratro.

A mezzogiorno e mezzo le prime grida allegre: i bimbi più piccoli sono usciti da scuola e si riversano pieni di energia per le stradine del villaggio. Qui niente SUV e baby-sitter che passano a prendere i piccoli. Corrono fuori a giocare liberi, finché non gli viene fame o le madri non li richiamano per pranzo. I bambini di Tuba però non hanno ancora finito la giornata.
Preparo i fogli, i colori e i giochi: i soldati non arriveranno prima di un’ora, e nelle giornate fredde aspettarli fuori non si può. La nostra casa è invasa da urla e zainetti, i bambini sono come un terremoto. “Guarda qui, oggi la maestra mi ha messo bravissimo, guarda qui oggi ho imparato a scrivere le lettere del mio nome!”
Quando anche i più grandi sono arrivati, andiamo tutti insieme verso i soldati, che spesso sono in ritardo, e bisogna aspettare un quarto d’ora, mezz’ora, un’ora. I piccoli hanno fame e sonno, i grandi sono arrabbiati. Per far passare il tempo veloce giochiamo a rincorrerci, accendiamo piccoli fuochi per scaldare le mani ghiacciate, parliamo della scuola e di cosa hanno fatto, cosa dovranno studiare nel pomeriggio. Quando i soldati arrivano scendono dalla jeep, armati di mitra. I bambini ci salutano e gli vanno incontro. Preferirebbero camminare da soli, o con noi, ma sanno che i soldati sono un ammonimento efficace per tenere lontani i coloni che tante volte li hanno aggrediti e spaventati.

Io torno a casa, è ora di pensare al pranzo, per chi di noi non è ancora fuori a seminare o con le pecore. Il pomeriggio scivola via veloce in inverno, le ore di luce sono poche e dopo il pranzo, il caffè e qualche aggiornamento sulla mattinata è già finito. Con il buio accendiamo la stufa. I ragazzi del villaggio si radunano qui per il tè, zuccheratissimo e profumato con il timo. Arrivano uno alla volta, e sanno già di trovare gli altri qui. Molti di loro hanno iniziato l’Università a Hebron e tornano al villaggio esasperati: muoversi è sempre più difficile. A volte aspettano anche più di un’ora per passare il checkpoint e uscire dalla città. Arrivano a casa nostra frustrati e arrabbiati nei confronti di un’occupazione che ogni giorno li punisce per crimini che non hanno commesso. Nella loro vita universitaria non ci sono aperitivi, biblioteche e serate. A volte avrebbero voglia di rompere qualcosa, tirare un pugno, sfogarsi. La mia vita è facile in confronto alla loro, tutto quello per cui loro devono sudare a me è dato di Diritto. La vita con loro e l’amicizia che si crea è come un campanello, per ricordarmi sempre che sono privilegiata.

La cena qui è presto: a volte qualche famiglia del villaggio ci invita a mangiare. Quando succede sono molto felice, so che passerò un paio d’ore in buona compagnia e gusterò ottimi manicaretti: zuppa di lenticchie, riso con verdure e pollo, e delizioso pane fatto in casa. I nuovi volontari si presentano, provano le parole di arabo appena imparate. Ormai con molte famiglie mi sento a casa, passare la serata con loro è come passarla con vecchi amici. So che cosa hanno passato, in molti casi ero di fianco a loro e in tanti altri casi mi hanno raccontato le loro avventure in serate come questa.

Dopo l’ennesimo tè torniamo a casa, domani mattina la giornata inizia di nuovo presto. Apro la porta scricchiolante di casa sperando che ci sia abbastanza acqua per potermi lavare un po’, altrimenti vorrà dire che domani mattina bisognerà scendere al pozzo per prenderla. Rimetto il materasso in ufficio e tiro fuori il sacco a pelo. Mi rintano al calduccio e il pensiero vola via prima di sparire dentro un sogno.

M.

Lettera ad un soldato

gennaio 26, 2016 at 10:42 am

Alcuni dicono che scrivere una lettera sia il modo migliore per lasciare andare le cose. Ho deciso di scriverti una lettera che forse non leggerai mai. Ho deciso di scriverti perché dopo averti conosciuto, non posso fare finta di niente. Non posso tacere il fatto che anche tu sei una vittima di questa follia.
Durante le ore passate assieme ai Palestinesi, che vedevano demoliti gli sforzi di una vita, non sono riuscita a vederti come un carnefice, come un oppressore. Provavo d1olore per loro e per te.
Entrambi vittime, entrambi umani.
Hai detto che vuoi essere un soldato umano, ma come si fa ad essere umani con un arma in mano, con un potere così grande?
Hai detto che quelli che esegui sono solo ordini e che devi fare quello che ti ordinano.
Ma è cosi? Abbiamo sempre una scelta. Tu puoi scegliere.
Io ho scelto di parlare con te e tu hai scelto di ascoltarmi.
Mi hai chiesto da che parte sto? Non esistono parti in questa follia. Io sto con loro e sto con te.
Io sto con loro perché sono miei fratelli e sto con te perché sei mio fratello.
Che tu sia un pastore o un soldato siamo tutti parte della stessa umanità.
Non so se ti ricorderai delle parole dette, non so se riuscirai a scegliere di non essere più una vittima.
So che entrambi abbiamo scelto di ascoltarci, di dialogare e per un attimo di essere semplicemente due persone: senza armi, senza divisa, senza macchina fotografica e senza maschere.
Mi hai insegnato a rimanere umana, a vedere l’umanità sotto la divisa.
Spero che ti ricorderai che non esistono solo ordini e che questi, in quanto tali, debbano per forza essere giusti.
Spero che la prossima volta, in cui ti troverai di fronte ad un Palestinese, tu trova la forza di scegliere.
Di dire no, io non voglio più essere parte di questa follia!

C.

Urla mute per orecchie sorde

gennaio 9, 2016 at 2:51 pm

I volontari di Operazione Colomba hanno accompagnato gli attivisti di Bt’Selem nelle visite ad alcune famiglie di ragazzi uccisi dall’esercito israeliano negli ultimi mesi nella zona di Hebron, in seguito a tentativi di aggressione. Le vittime hanno tentato di aggredire soldati o coloni israeliani con coltelli da cucina o, in altri casi, investendoli in macchina. I palestinesi sono stati freddati sul luogo, diventando così dei “martiri”.

In questi casi è prassi dell’esercito israeliano punire anche le famiglie degli aggressori demolendo le loro abitazioni. Queste azioni rientrano in un sistema di punizioni collettive che le forze occupanti israeliane mettono in atto sistematicamente nei Territori Palestinesi.

 
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Nessuno dei genitori sapeva cosa stava andando a fare quella mattina quel loro figlio. C’è chi ha detto “vado a lavoro”, c’è chi non ha detto nulla ed è uscito, qualche ora dopo la notizia: “vostro figlio è diventato shahid (martire e testimone)”.
C’è poco spazio per il dolore pubblico: “è morto per la Palestina, meglio così che in mille altri modi”.
Ma basta stare insieme pochi minuti per sentirsi dire “amo la Palestina, ma amavo ancora di più mio figlio”.
Mentre visitiamo le famiglie di questi giovani ragazzi, ci chiediamo perché sono diventatishahid, perché hanno scelto di morire così. Alcune risposte arrivano dai racconti dei familiari, pezzi di risposte, i motivi che forse li hanno spinti a correre verso un soldato con un coltello da cucina in mano, o a schiantarsi contro un checkpoint con la macchina…
Permessi di lavoro tolti, futuro negato, paura, frustrazione.
Qualsiasi strada hanno provato se la sono trovata sbarrata.
E all’orizzonte anche tutte le altre strade sembrano già chiuse… sembra che solo una ne rimanga aperta, quella più estrema, per permettere loro di essere ascoltati, di far uscire fuori quell’urlo che non può uscire da nessuna altra parte.
Qualche settimana dopo la notizia della morte, le famiglie degli shahid vengono svegliate dall’esercito, di solito in piena notte, a volte da decine di soldati che fanno irruzione in casa, non dicono quasi nulla, ma prendono le misure di tutto l’edificio.
Da quel momento in poi gli abitanti della casa sanno che, oltre a sopportare il dolore della perdita, a breve vedranno la loro casa esplodere.
Spesso case dove vivono famiglie enormi, nonne, nipoti, fratelli.
Al piano terra stalle e animali.
Una casa costruita attraverso le generazioni, un rifugio per tutta la famiglia.
Altre volte sono solo un paio di stanzette quasi vuote, arredate con la foto del figlio ormai “martire”, dove sta la madre anziana e sola, senza neanche più quell’unico figlio non ancora sposato.
La giustizia di Israele prende molto seriamente queste situazioni ed esegue punizioni collettive: chi ha perso un figlio o un fratello o un marito, deve essere ancora punito…
“Quando finirà?” ci chiedono, “Ha una fine tutto questo?”.
Io non so più se ce l’ha, per chi è nato dalla parte sbagliata di un muro, o nella costa sbagliata di un mare, o al di là di una frontiera.
Non so se ce l’ha finché noi, quelli nati dalla parte ricca, dalla parte che detta le regole, continuiamo a pretendere una giustizia che è solo per noi, dei diritti che sono privilegi, una sicurezza che è una fortezza armata.
Forse ci sarà una fine quando tutti smetteremo di girarci dall’altra parte, e fare finta che queste storie non ci riguardino.
M.

Nel posto giusto al momento giusto

novembre 21, 2015 at 4:19 pm

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Nel posto giusto al momento giusto

la risultante dei pensieri che riempiono la mia mente

condividere un pezzo della mia vita con chi la sua ha invasa dalla violenza
con chi da quando è nato sa che un giorno alla violenza riuscirà a dire addio per sempre

stare in ascolto, non proporre soluzioni, non azzardare medicine

stare vicino a chi soffre, a chi l’esercito occupante vuole superarlo alla distanza

una distanza che non si conosce, da percorrere a piedi o a dorso d’asino, fatta di umiliazioni quotidiane e di resistenza nonviolenta

camminare di nuovo sulla propria terra, dove stanno gli ulivi, dove sta la storia

quel pezzo di terra che fino a pochi anni fa gli era stato sottratto, zona militare chiusa era stata dichiarata

tornare ad arare per non smettere di lottare, solcare i campi con l’aratro per lasciare il segno, raccogliere le olive per assaporare la vittoria

chi meglio di loro sa di cosa c’è bisogno, chi meglio di loro conosce la ricetta della libertà

li guardo lavorare e i miei occhi si perdono tra le colline, confini invisibili tratteggiano il panorama

confini che impongono limiti dove prima limiti non esistevano, che mangiano terra a chi di terra si deve sfamare

Inshallah è arrivata la pioggia che i confini vuole cancellare

la natura si cambia d’abito, quello verde, sono mesi che aspettava di indossarlo

un nuovo equilibrio si diffonde tutto intorno, la collina rubata non è più la sola a mostrare l’abito della speranza

i coloni non sono più i soli a calpestare l’erba davanti a casa, è arrivata la pioggia a restituire l’acqua rubata

il banchetto è servito, il gregge si sparpaglia ed il pastore sta in allerta

un fischio da lontano, ci guardiamo

colono o soldato, stare o scappare, a lui sta la scelta

apro la videocamera e gli sorrido, non c’è problema è il nostro mantra

comunque vada oggi si è camminato, la terra non si è sentita sola, la terra non è stata dimenticata

comunque vada io la mia scelta l’ho fatta, nel posto giusto al momento giusto.

 

Abu Tawil

Moschea in costruzione

agosto 13, 2015 at 3:37 pm

La comunità di At Tuwani, nel mese di giugno 2015, ha iniziato i lavori di costruzione di una nuova moschea. Gli abitanti del villaggio hanno infatti deciso che era giunto il momento di avere un vero e proprio luogo dove poter pregare, che non fosse più solamente una semplice stanza.
Durante questi mesi gli uomini del villaggio, dai più anziani ai più giovani, ogni giorno hanno dato il loro contributo affinchè tutto ciò potesse realizzarsi. Questo ha comportato che anche nei giorni di Ramadan, quando la vita è più lenta e faticosa, gli uomini, calata la sera, si ritrovassero per continuare la costruzione. Dopo molti sforzi il 12 di agosto si sono conclusi i lavori del primo piano, sotto lo sguardo soddisfatto e orgoglioso di tutta la comunità.
In un villaggio palestinese come questo, in Area C, dove il costruire è un atto di coraggio, la nuova moschea è resistenza. La resistenza di una comunità che unita continua a lottare.

Lavori notturni durante il Ramadan.

Lavori notturni durante il Ramadan.

Conclusione del primo piano.

Conclusione del primo piano.

COMUNITA’ PAPA GIOVANNI XXIII JOINS THE BDS CAMPAING

dicembre 15, 2014 at 7:24 pm

On November 2014, the Comunità Papa Giovanni XXIII decided to join the BDS campaign launched in 2005 with an appeal signed by 171 Palestinian civil society organizations. It is a global campaign for Boycott, Disinvestment and Sanctions (BDS) direct to Israel to ensure that certain obligations are complied with, according to International law. These obligations are:

– to end the occupation and colonization of all Arab territories occupied in June 1967, and to dismantle the separation wall;

– to recognize the fundamental Right to equality of all Israeli Arab-Palestinian citizens;

– to respect, protect and promote the Right of Palestinian refugees to return to their houses and their properties, as established by UN Resolution 194.

The Comunità Papa Giovanni XXIII endorsed the appeal coming from Palestinian civil society, committing to share information (through Operazione Colomba/Operation Dove) about every campaign as Stop That Train, Stop Sodastream, Stop Agrexco, Cartellino rosso all’apartheid israeliana, BDS Armamenti, No Acea Mekerot.

More info at:

http://www.bdsmovement.net/call#Italian

http://bdsitalia.org

http://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/campagna-bds

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La Comunità Papa Giovanni XXIII aderisce alla campagna BDS

Nel mese di novembre la Comunità Papa Giovanni XXIII ha deciso di aderire alla campagna BDS. Avviata nel 2005 con un appello sottoscritto da 171 organizzazioni della società civile palestinese, è una campagna globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) dirette allo Stato di Israele affinché rispetti determinati obblighi derivanti dal Diritto Internazionale e precisamente:

– terminare l’occupazione e la colonizzazione di tutte le terre arabe occupate nel giugno 1967 e smantellare il muro di separazione;

– riconoscere il Diritto fondamentale dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza;

– rispettare, tutelare e promuovere il Diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare alle proprie case e proprietà come stabilito dalla risoluzione ONU 194.

La Comunità Papa Giovanni XXIII ha aderito all’appello della società civile palestinese, impegnandosi a dare informazioni (attraverso Operazione Colomba) su ogni singola campagna, come Stop That Train, Stop Sodastream, Stop Agrexco, Cartellino rosso all’apartheid israeliana, BDS Armamenti, No Acea Mekerot.

Maggiori info:

http://www.bdsmovement.net/call#Italian

http://bdsitalia.org

http://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/campagna-bds

Un soldato, la nostalgia

ottobre 22, 2014 at 6:35 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERAC’è un soldato in piedi.
Dietro di lui 3 camionette militari, una decina di commilitoni.
Davanti a lui un nugolo chiassoso di ragazzini: bandiere palestinesi in mano, Diritti in bocca, speranze nel cuore.
Il soldato avrà vent’anni: un ragazzo d’Israele.
I bambini che gli stanno davanti, tanti, sono il futuro ancora giovane della Palestina.
Incornicio quello a cui assisto con la nostra telecamera: nello schermo vedo l’azione.
Poi alzo lo sguardo e mi metto a osservare i sentimenti che quest’azione ha innescato.
Parlano gli occhi di questo soldato: ha il volto corrucciato, nelle sopracciglia bionde tanta tristezza, il suo fastidio per l’essere lì.
C’è smarrimento. Forse è il rammarico o la vergogna di trovarsi con un’arma puntata contro una manifestazione nonviolenta. Forse vorrebbe levarsi la divisa verde, sporca di terra e sudore, e appoggiare per terra quel fucile più grande di ciascuno dei bambini che gli grida in faccia la propria determinazione a riprendersi dignità e libertà.
Nei suoi occhi azzurri enormi vedo un’ombra diventare sempre più evidente e più fuori luogo nella concitazione del momento: credo che si chiami nostalgia.
La stessa nostalgia che cantano e urlano i giovani palestinesi sabato dopo sabato.
E’ nostalgia di qualcosa che nessuno di questi ragazzi ha mai avuto: la possibilità di essere se stessi, senza dover ricoprire i ruoli patetici che assegna l’occupazione.
La nostalgia di una vita e un sabato pomeriggio banali, senza camionette militari e stivali d’ordinanza, senza la paura di essere arrestati e senza internazionali a ronzarti attorno per la tua protezione. Basta cori cantati già mille volte dai bambini.
Basta fare finta di odiare questi bambini… non li conosci nemmeno: eppure li devi aggredire.
Loro non hanno mai parlato a questo soldato, ma mentre li guardo sfidarlo per piantare quelle bandierine sul tetto della sua jeep mi sembra di vederli giocare con un fratello maggiore.
Mi umilia il suo imbarazzo: i bambini dovrebbero avere paura, e stanno invece ridendo.

Questo soldato mi mette profonda inquietudine: lui è fuori posto.
Io sono fuori posto.
Tutta l’occupazione è fuori posto, in questa terra meravigliosa che dovrebbe vivere solo d’amore e della forza delle sue molte religioni.
E’ una terra dello Spirito. Una terra sacra. Perchè c’è ancora questa guerra?
Nessuno di noi vorrebbe essere qui, in una mattina splendente di fine estate, schierato sull’odioso scacchiere del conflitto.
Oppure sì, ma senza più divise e ruoli, seduti a terra a bere assieme un tè e a parlare di un diverso mondo possibile, di un cammino in cui riconoscersi, finalmente, solo come esseri umani. Niente più parti: abbassate le bandiere e sollevati gli elmetti.
Può esistere immensa nostalgia anche per qualcosa che non si ha mai avuto.
Struggente nostalgia per un futuro che stiamo ancora solo costruendo, e che eppure già desideriamo. Qui e tutti assieme. Anche assieme a questo soldato, anche se lui forse non lo sa ancora.
I suoi occhi me l’hanno detto: per un breve istante ci siamo guardati e mi ha chiesto di scrivere scusa. Di impegnarmi per la fine di tutto questo. Anche per lui. Anche con lui.

Il rumore sereno della nonviolenza

settembre 29, 2014 at 9:40 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERANon so che cosa si possa pensare, da lontano, circa il significato di vivere nei Territori Occupati Palestinesi un progetto di resistenza senz’armi che abbiano mirino e caricatore. Non so come ci si immagini che sia una giornata di nonviolenza guidata dal solo principio della condivisione perenne con le persone che vivono questa incrollabile lotta fatta solo di una determinazione che corra sempre un passo avanti al proprio timore di finire arrestati, picchiati, schiacciati dal macigno dell’ingiustizia.
Eccola questa vita che si ostina a vivere: tensione, sporco, tanta fatica, inesauribile sonno, insetti, spine. Sconosciuta intimità e dimenticata solitudine, respiriamo la polvere di un paese in cui l’occupazione quotidiana dello spazio territoriale, fisico e mentale non conosce riposo né ripensamenti.
Quando alla sera torni da accompagnamenti chilometrici per colli bruciati dal sole, dopo che sei stato tutto il giorno in mezzo al puzzo delle pecore, che hai bevuto l’acqua del pozzo perchè non c’era altro e sai che la notte starai male, dopo che come un falco hai strabuzzato occhi e cuore verso l’orizzonte accecante di luce nell’attesa e nel timore di scorgere un soldato che imbraccia il suo fucile o un colono che imbraccia il suo odio (o un fucile pure lui, o tutt’e due le cose e magari anche qualche pietra), dopo che il militare di turno ti insulta o non ti risponde per niente facendoti sentire inesistente per un attimo che dura millenni, dopo che l’accompagnamento va male e finisce pure che arrestano i pastori che erano con te, dopo che la scorta non si presenta e ti carichi la responsabilità di portare a scuola dieci ragazzini spaventati sfrecciando tra sassi, rovi e salite estenuanti, proprio sotto un avamposto di coloni considerati terroristi anche da Israele, ecco, dopo tutto questo, quando arrivi a casa la sera e vorresti collassare sul letto, ormai imbiancato dal sale del tuo stesso sudore, ti accoglie invece la puntuale, caotica processione dei giovani del villaggio verso casa nostra, luogo di ritrovo perchè spazio libero sul confine culturale tra popoli che hanno deciso di combattere assieme sulla strada dell’umanità. Qui, rifugio dove si viene a cercare la pasta e il caffè espresso e dove fino a tarda sera si può suonare la chitarra e provare a scherzare persino sulla guerra, i pensieri si incontrano e si intrecciano le nostre esistenze: italiani e palestinesi coltiviamo assieme radici profonde di una presenza che, in cambio del nostro impegno, raccoglie un affetto fraterno e un’invasione di bambini e adolescenti per i quali gli ajaneb, noi stranieri, siamo diventati una piacevole abitudine educativo-ricreativa. Ci chiedono di suonare insieme, di fare a cazzotti, di giocare, vogliono disegnare sulle nostre mani, insegnarci a cucinare i loro dolci, fare conversazione in italiano, in inglese, in arabo; vogliono che li coccoli, che si raccolga inseme i fichi strappati alla terra resa arida dal furto incessante di acqua, devi placare i litigi e spegnere i pianti, prenderti i pugni nella pancia quando si gioca al “colono che picchia l’ajaneb”, o la sua versione alternativa con il “soldato che maltratta l’ajaneb”.
Perenne la consapevolezza di essere qui per un motivo e avere un lavoro da fare, di essere sotto lo sguardo attento di ciascuno, ogni nostra mossa amplificata dalla ricaduta che avrà sulla vita di queste persone anche quando ce ne saremo andati: ti domandi incessantemente se stai dimostrando abbastanza rispetto, se sarai efficace sul campo, ti chiedi se è stato utile parlare col soldato o se avresti potuto fare di più, se la ripresa con la videocamera non poteva essere migliore e la foto più precisa, se stai correndo abbastanza veloce sulla strada che ti porta all’emergenza per la quale ci hanno chiamato. Passi la giornata combattendo stanchezza, paura e la sensazione di non essere mai all’altezza del ruolo che ti viene richiesto da queste persone colme di saggezza ed esperienza; e vai a dormire vestito per essere pronto all’allarme notturno, con la telecamera accanto al cuscino e l’ansia di una chiamata di intervento come buonanotte. Ti alzi prima dell’alba per correre dalla parte opposta delle colline a monitorare che i bambini arrivino a scuola, e mentre sballotti per gli sterrati scoscesi e cerchi di non ammazzarti rotolando a valle, resti vigile e pronto ad agire in caso d’attacco. Sai che se la scorta sarà in ritardo o non arriverà dovrai distrarre i bambini, infuriati perchè vogliono arrivare a scuola, e subito dopo spaventati perchè coscienti che ci dovranno arrivare passando per strade pericolose e senza protezione, se non quella del nostro corpo che combatte l’ansia e una cinepresa piantata verso l’ignoto minaccioso. Sai che leggerai nei loro occhi l’ombra dell’umiliazione, mentre i minuti passano e passano e tu ti attacchi al cellulare per chiamare gli avvocati, i difensori dei diritti umani, la centralina dell’esercito per sapere perchè accidenti la scorta non arriva. Sai che proverai a fargli il solletico e a cantare, a fare il giullare idiota che cerca di imparare l’arabo e sbaglierai apposta la pronuncia per farli ridere; sai che mentre l’orologio corre via e ti affanni a farli sentire ancora bambini, ancora protetti e al sicuro, loro stanno già maturando la consapevolezza di essere vittime dell’esercizio del razzismo, sanno già, a sette anni, di essere schiacciati da un’occupazione che ti costringe ad aspettare tre militari armati per andare a scuola, a scudo della stessa gente alla quale appartengono anche quegli stessi militari. Sai che, se questa follia mattutina non andrà a buon fine e il gioco delle parti si incepperà in qualche suo passaggio, questi bambini che ti guardano confidando che tu possa fare qualcosa arriveranno in ritardo al loro appuntamento con il diritto all’istruzione, più amareggiati, più spaventati, più arrabbiati del mattino precedente. Sai che saranno già meno bambini ma più disillusi del momento in cui tu hai messo piedi e cuore in questi villaggi sperando davvero di poter essere utile a qualcuno, di poter sbiadire cancellata dopo cancellata qualcuna delle righe di quest’ingiustizia perenne, di questa tortura silenziosa e crudele che strappa via l’innocenza ai giovani e la dignità agli adulti.

Eppure eccoci: siamo qui. E qui c’è anche felicità. Perchè quando uno di quei bambini ti abbraccia, quando tutto il villaggio impara i nostri nomi per pronunciarli con affetto e rispetto, quando una casa ci apre le sue porte e le donne ci accolgono nella loro cucina, quando gli uomini ci chiedono che ne pensiamo dell’occupazione mentre si beve assieme un tè, quando un pastore di dieci anni viene a bussarci ancora in groppa al suo asino per chiederci di scortarlo perchè con noi si sente al sicuro, quando riesci a parlare almeno a un soldato e dirgli che le sue armi non ti piacciono e che ci potrebbe e ci deve essere un modo diverso per vivere, quando il gregge delle pecore viene spinto dai pastori, rassicurati dalle nostre telecamere, un chilometro più avanti verso gli avamposti illegali, riconquistandosi mille metri di terra, di coraggio e di diritti, quando alla sera ci godiamo finalmente la mezz’ora di silenzio mentre il villaggio si prepara per la notte ventosa, e ripensiamo a tutti i sorrisi che abbiamo raccolto e a tutte le mani che abbiamo stretto durante la giornata… ecco, allora sì, ascoltiamo la serenità.
Che suona ancora più forte e rassicurante, che ci fa trovare nuove energie e nuove speranze, che fa ancora più rumore di tutti questi suoni e voci e parole e minacce e risate e strafalcioni linguistici e versi di animali e grida di coloni e urla di bambini e richiami dell’alba alla preghiera proprio quando finalmente ti eri appena addormentato: è il rumore della pace in costruzione.
Il rumore che fa questo sogno mentre sta diventando realtà.

Crilla

Un sogno di libertà

settembre 16, 2014 at 2:48 pm

Qua ad At-Tuwani tutto scorre in una calma apparente, in una quotidiana occupazione che come sempre cerca di normalizzare l’ingiustizia.
Diverse cose sono cambiate dal mio arrivo qua, rispetto a 2 anni fa. il gruppo, le responsabilità, io e l’occupazione. Un io più presente, mi permette di osservare meglio, stare sul campo e assumermi più responsabilità.

Ascoltare, vedere e condividere con queste persone la loro vita, la loro sofferenza, la loro gioia e impegno. il loro sogno di libertà.
Ma anche qua gli occhi vanno a Gaza. Mi fa sorridere ripensare alle parole di un palestinese “Quelli di Gaza che reagiscono in maniera violenta per la libertà, sono terroristi, noi qua che resistiamo in maniera nonviolenta siamo terroristi. Chiunque di noi pretende la libertà è un terrorista”.
Quasi come fosse un crimine essere umani, pretendere la libertà o voler vivere.
Ogni tanto mi soffermo a leggere le notizie dei quotidiani italiani e fa male non-leggere il dolore e le storie delle persone sotto occupazione. occupazione che non permette di costruire le case, di pascolare nei propri terreni o circolare liberamente se non fermati da check point volanti.
Come se le guerre nascessero per caso, come se le vite delle persone sotto occupazione valessero meno, fossero persone meno umane.
Terra di Palestina, terra di ingiustizia, terra di occupazione e di vita mancata, ma anche storia di semplici villaggi e persone che unite e insieme cercano una nuova via. via di vita, di libertà. via di giustizia che da speranza di pace.
In occidente si chiede sempre il cessate il fuoco, ma nessuno condanna l’occupazione.
Siamo fortunati noi volontari ad accompagnare queste semplici persone, che lottano a più non posso contro l’occupazione per un futuro. un futuro grande capace di comprendere anche i loro “nemici”, futuro capace di sperare per tutti e presente molto faticoso, molto impegnativo. un futuro che impegna tutti: palestinesi, israeliani e internazionali. una lotta che ha bisogno di tutti.
In fin dei conti la nonviolenza è un’arma a doppio taglio, che fa sentire alle volte molto debole, dalla parte sbagliata del fucile, dalla parte dell’ultimo e del più debole e per questo da una visione del mondo capace di vedere tutti.
Quasi non fosse un’utopia pensare che tutti abbiamo diritto a una dignità, alla libertà di vivere ed essere umani. è la forza degli ultimi, non di quelli che valgono meno, ma di quelli che non riescono a comprendere certe parole come libertà e giustizia se non valgono per tutti.
ma allo stesso tempo è un arma molto forte, perché capace di far vedere che il cambiamento è possibile e che ognuno di noi ne è responsabile.
Questa è una grande lotta. una lotta umana.

Pedro

P/R: Operation Dove strongly condemns ‘Protective Edge’ military operation against Gaza

luglio 16, 2014 at 5:56 am

The Israeli occupation continues to “normalize” the violation of the Palestinian human rights

(Italian follows)
July 15, 2014

At Tuwani – Operation Dove, Nonviolent Peace Corps of the Pope John XXIII Community-Association, maintains a constant presence in the South Hebron hills, Palestinian Occupied Territory, continuing from 10 years to accompany and support the Palestinians of the area in their struggle choice by nonviolent methods in order to protect their lives and their rights.

“On the seventh day since the beginning of the Israeli state ‘Protective Edge’ military operation against the Gaza Strip (which has already killed at least 180 people and injured more than 1200), the situation here is alarming,” says a volunteer. “Although no serious things happened during the past 7 days, the local population is very apprehensive and scared. It is expected that in parallel with the Israeli bombing of the Gaza Strip, the Israeli army and settlers could begin a new massive violence phase in the area. A lot of shepherds, that we usually accompany by non-armed escort during their everyday activities, now they stay in their houses and don’t approach work areas close to Israeli settlements or outposts, because scared of attacks that could attempt on their safety. ”

Operation Dove strongly condemns this further outbreak of violence: in addition to the massacre and the humanitarian disaster in Gaza, the Israeli military operation that followed the kidnapping and murder of three young Israelis, in the West Bank has led to at least 10 people killed including children, and 150 injured during the raids. More than 500 people have been kidnapped and imprisoned, many of them subjected to “administrative detention”, so without charge. More than two thousand properties were raided, damaged or looted. Towns, villages and refugee camps have been put under siege by checkpoints and roadblocks.

Operation Dove strongly condemns the Israeli occupation of the Palestinian Territories  that dehumanizes the occupier and the occupied. This dehumanization, institutionalized, sought and wanted by the occupying state, makes possible the murder of three young Israelis by two Palestinians, as it seems, or the barbaric murder of a 16 year old Palestinian from East Jerusalem, burned alive by Israeli extremists. This occupation “normalizes” the continued human rights violations of the Palestinian people.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma’on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]


COMUNICATO STAMPA
Operazione Colomba condanna fortemente l’operazione militare “Protective Edge” contro Gaza
L’occupazione israeliana continua a “normalizzare” la violazione dei diritti umani dei palestinesi

 

15 luglio 2014

At Tuwani – Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, mantiene una presenza costante nelle colline a sud di Hebron, Territori Palestinesi Occupati, continuando ad accompagnare e supportare da ormai dieci anni i palestinesi della zona nella loro scelta di lottare con metodi nonviolenti per la tutela della propria vita e dei propri diritti.

“Al settimo giorno dall’inizio dell’operazione “Protective Edge” dello Stato israeliano contro la Striscia di Gaza (che ha già ucciso almeno 180 persone e ferite più di 1200), la situazione qui è preoccupante” racconta un volontario. “Nonostante non siano successi fatti gravi negli ultimi 7 giorni, la popolazione locale è molto in apprensione e spaventata. Si aspetta che parallelamente ai bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza, militari e coloni israeliani possano dare inizio a una nuova fase di violenza massiccia nell’area. Molti pastori che ogni giorno scortiamo in maniera non armata nelle attività quotidiane stanno in casa e non si avvicinano alle zone di lavoro adiacenti alle colonie e agli avamposti israeliani per paura di attacchi che possano attentare alla loro incolumità”.

Operazione Colomba guarda con sgomento e condanna  questa ulteriore esplosione di violenza: oltre al massacro e al disastro umanitario a Gaza, l’operazione militare israeliana seguita al sequestro e all’uccisione di tre giovani israeliani, in Cisgiordania ha portato ad almeno 10 persone uccise, tra cui bambini, e 150 ferite durante le incursioni. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate, di cui una buona parte sottoposte a “detenzione amministrativa”, cioè senza un’accusa. Più di duemila proprietà sono state perquisite, danneggiate o saccheggiate. Città, villaggi e campi profughi sono stati messi sotto assedio da checkpoint e roadblock.

Operazione Colomba condanna l’ occupazione israeliana dei Territori Palestinesi  che disumanizza l’occupante e l’occupato. E’ questa disumanizzazione, istituzionalizzata, cercata e voluta dallo stato occupante, che  rende possibili l’assassinio di tre giovani israeliani ad opera di due palestinesi, come pare, o il barbaro assassinio di un 16enne palestinese di Gerusalemme est, bruciato vivo da estremisti israeliani. E’ questa occupazione che “normalizza” la continua violazione dei diritti umani del popolo palestinese.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]