+972 Mag: Palestinian teen murdered in suspected ‘revenge kidnapping’

luglio 3, 2014 at 5:34 am

By Michael Omer-Man, 2 July, 2014

Heavy clashes take place in a number of East Jerusalem neighborhoods, leading to dozens of injuries, including two photographers from Activestills; Kerry conveys condolences to the Palestinian people over despicable murder; ‘revenge’ calls spread throughout Israeli social networks, streets of Jerusalem.

Clashes between Palestinian youths and Israeli police broke out Wednesday morning when news broke of a suspected kidnapping and murder of a Palestinian teenager in the East Jerusalem neighborhood of Beit Hanina hours earlier. Speculation that the killing was a nationalistically motivated and perpetrated by Jewish Israelis as revenge for the kidnapping and murder of three Israeli teenagers in the West Bank appeared almost immediately in nearly every Israeli media outlet. Police initially urged caution, saying that no motive had been established, but later said they estimated it was a “nationalistic” crime.

Muhammad Hussein Abu Khdeir was walking to morning prayers for Ramadan after 3 a.m. Wednesday morning when a car pulled up and a number of passengers forced him in. Police later found his burned body in a Jerusalem-area forest. A gag order covered other details of the investigation. The family reportedly agreed to an autopsy and the funeral was scheduled for Thursday.

U.S. Secretary of State John Kerry on Wednesday condemned the “despicable and senseless abduction and murder,” adding, “[t]here are no words to convey adequately our condolences to the Palestinian people.”

“Those who undertake acts of vengeance only destabilize an already explosive and emotional situation,” Kerry continued. “We look to both the Government of Israel and the Palestinian Authority to take all necessary steps to prevent acts of violence and bring their perpetrators to justice.”

The Israeli Prime Minister’s Office published a readout from a conversation Prime Minister Netanyahu had with Public Security Minister Yitzhak Aharonovitch, in which he asked police to work quickly to investigate “work as quickly as possible in order to investigate who is behind the reprehensible murder and what the motive was.” The written statement added that “the prime minister calls on all sides not to take the law into their own hands.”

The uncle of one of the murdered Israeli teens said that if there the Palestinian teen was killed as a nationalistically motivated crime or revenge, it would be horrendous. “There is no difference between [Arab] blood and [Jewish] blood.”

In the two days since Israeli troops found the bodies of the kidnapped teenagers, incitement and calls for revenge have been rampant. Defense Minister Moshe Ya’alon spoke of “settling the score,” Prime Minister Netanyahu called the murderers “human animals” and others called for swift action against Hamas and the Palestinians.

Hundreds of Jewish Israelis, many of them teenagers, marched through the streets of West and East Jerusalem for hours Tuesday night chanting “death to Arabs” and physically assaulting at least five Palestinians along the way. Police also reportedly prevented attacks against a number of Palestinians. Police arrested 50.

A photo posted to the ‘The people of Israel demand revenge’ Facebook page

A Facebook group established Monday night, called “The people of Israel demand revenge,” garnered over 37,000 “likes” by Wednesday afternoon. Followers of the page posted photos of themselves holding signs or with writing on their skin with messages inspired by the name of the Facebook page. A number of the posters appeared to be active duty soldiers, some of whom framed their signs with insignia, military gear and weapons.

Dozens of Palestinians were wounded in the clashes in East Jerusalem on Wednesday, with Ma’an reporting that 17 required hospitalization. Five police officers were reportedly wounded, and at least four journalists were shot with sponge-tipped bullets by police. Among those shot were two journalists from Palestine TV and two Activestills photographers. Activestills photojournalist Tali Mayer, who also works for Walla! News, was shot in the face and will have to undergo surgery.

The demonstrators damaged a number of light-rail stations and maintained a standoff with riot police in the Shuafat and Beit Hanina neighborhoods of East Jerusalem. Police shut down the main roads running through the area, which are also the main arteries connecting Jerusalem and Ramallah.

http://972mag.com/palestinian-teen-murdered-in-suspected-revenge-kidnapping/92841/

Nena News: Samer Issawi sta morendo

febbraio 18, 2013 at 6:10 pm

Il prigioniero palestinese al 203° giorno di sciopero della fame. L’appello della famiglia, raccolto da Nena News. Abbas scrive all’Onu: salvate i nostri detenuti.

 mercoledì, 13 febbraio 2013
Le foto di Samer a casa della famiglia Issawi (Foto: Emma Mancini/Nena News)
Le foto di Samer a casa della famiglia Issawi (Foto: Emma Mancini/Nena News)

Betlemme, 13 febbraio 2013, Nena News – Samer Issawi sta morendo. Giunto ormai al 203esimo giorno di sciopero della fame in un carcere israeliano, le condizioni di salute del prigioniero palestinese sono estremamente critiche. Si teme che Samer non riesca a sopravvivere.

Trentatré anni, residente a Issawiya, quartiere palestinese di Gerusalemme Est, Samer Issawi sta portando avanti una battaglia personale che è però specchio dell’intero movimento dei prigionieri palestinesi. Contro la detenzione amministrativa e contro le condizioni di vita a cui sono costretti i detenuti palestinesi nel sistema carcerario israeliano.

Samer ha ormai perso 47 chili, non tocca cibo da agosto e rifiuta le cure mediche della clinica militare di Ramle. Vive in una sedia a rotelle e vomita sangue. Aveva smesso di bere acqua, per poi ricominciare, convinto dalla Croce Rossa. “Il suo cuore potrebbe fermarsi in qualsiasi momento”, ha detto Daleen Elshaer, coordinatore della campagna Free Samer Issawi.

17 marzo 03, Gaza: chi ha paura delle formiche bianche?

agosto 29, 2012 at 11:12 am

“As we come marching in the beauty of the day, hearts starve as well as bodies. yes, it is for bread we fight, but we fight for roses too” “Mentre noi arriviamo marciando nella bellezza del giorno, anche i cuori, come i corpi soffrono la fame. si, è per il pane che lottiamo, ma lottiamo anche per le rose”

Nel giorno più amaro scoppio.
Tante volte in queste notti ho cercato di raccattare tutti i pensieri fermati di sfuggita su qualche foglio, sul quaderno perché non rimanessero soltanto appunti sparsi ma anche una testimonianza per chi è lontano dai cingoli dei carri armati che occupano la terra di Palestina.
Oggi è un giorno amaro. E’ il giorno migliore per scoppiare. Ho abbastanza forza per trattenere le lacrime per quello che è successo ieri e per quello che mi arriva dal resto del mondo.
Rachel aveva ventitre anni. Da qualche mese era a Rafah dove cercava di fare quello che ogni persona con un po’ di senno e di coraggio dovrebbe fare, cercare di fermare le ingiustizie.
Rafah è l’estremo sud della Striscia di Gaza, la prigione più grande del mondo, una delle aree più densamente popolate del mondo. Rafah è la fine del mondo, il posto dove muoiono le speranze, in una tormenta di sabbia, la sabbia del deserto. in una tormenta di rabbia, la rabbia della Palestina.
La tormenta, il tormento. La terra trema ai cingoli dei carri armati e non scoppia. Tremo ai cingoli dei carri armati e scoppio. A Rafah, la fine del mondo, il paesaggio cambia giorno dopo giorno e ci si perde a guardare questa decadente scenografia mutare.
Cambiano le forme e i colori. E tutto mi sembra grigio. A rafah i bulldozer dei forti demoliscono le case, per millantate ragioni di sicurezza.
Centinaia di case ora sono macerie, quelle grigie. Centinaia di famiglie sono senza casa, se per assurdo si può chiamare casa quattro mura di mattoni in un campo profughi, uno dei tanti.
C’è qualcuno, qui in Palestina, che resiste alle tormente e ai tormenti, quelli che affliggono i palestinesi fino a farli scoppiare. E loro scoppiano davvero e qualcuno non ne capisce i motivi. Ma questa non è una giustificazione. Nella Striscia di Gaza ci sono delle formiche. delle formiche bianche.
Piccole formiche bianche. Sono persone che lasciano le loro case, laddove non rumoreggiano cannoni, e se stanno sotto il sole di Palestina che già a marzo scotta. E se ne stanno sotto il sole, davanti ai bulldozer, davanti ai carri armati dei forti mentre distruggono una casa o abbattono un aranceto.
“E dove fanno deserto quella chiamano pace” ce ne stavamo così, sotto un sole di marzo, a pochi metri da quei bulldozer, spaventosi alla vista, che incuranti del mondo pattinavano su un aranceto.
Ce ne stavamo lì, piccole formiche bianche. Perché sembravamo delle formiche di fronte a quel mastodonte di metallo verdastro.
Ce ne stavamo lì sotto il sole di marzo e cercare di capire perché. Avremmo voluto chiedere a loro perché e per cosa ma non ci hanno permesso di avvicinarci.
Ci hanno fatto ‘no’ con il cannone del carro armato e hanno sparato in aria. Ce ne siamo rimasti lì, col passaporto in mano e quelle casacchine chiare che ci rendevano formiche bianche.
Non c’è stato verso di fermarli, non c’è stato verso di parlare. Hanno spianato e sparato.
Tornando a casa mi convincevo dell’ennesimo fallimento. Niente sembra fermarli, niente, o forse si. Un’ora dopo essere andati via i mastodonti dei forti si sono ritirati lasciandosi dietro tronchi sradicati e arance morte.
La gente pensa che sia stata la nostra silenziosa presenza a dissuaderli. Ci piace pensare che i mastodonti verdi abbiano avuto paura delle formiche bianche.
Chi ha paura delle formiche bianche?
Ieri una formica bianca è rimasta schiacciata. A Rafah ieri i mastodonti verdi stavano demolendo una casa e le formiche, che sono piccole e camminano piano, si sono messe in mezzo.
Il mastodonte, il bulldozer dell’esercito israeliano, dice di non averla vista ed ha tirato avanti seppellendola coi detriti. I detriti grigi che fanno il paesaggio di Rafah grigio, come in bianco e nero.
L’ho vista una sola volta Rachel, coi capelli biondi che spuntavano dal velo che aveva deciso di mettere, per rispetto alla gente del posto.
Da gennaio Rachel era in Palestina, e faceva quello che una formica bianca può fare, mettersi in mezzo.
Ma il mastodonte l’ha seppellita. Non so dire se in quel momento qualcuno ha avuto paura di quella formica bianca. So soltanto che forte della sua stazza il mastodonte ha tirato avanti uccidendola.
E ripenso a me, formica tra le altre sei formiche bianche, qualche giorno prima davanti agli stessi mastodonti. E gli occhi inciampano su un pensiero: eravamo formiche uguali, bianche.
Dove volano le formiche bianche quando muoiono? E chi ha paura delle formiche bianche? Forse più nessuno ora.
I carri armati cigolano, i bulldozer pattinano su case e campi coltivati. E’ la quotidianità palestinese, dove se esci di casa non sai se ci tornerai.
Non solo perché forse avrai da passare una notte fermo ad un check-point ma perché forse il bulldozer la sta tirando giù. E non c’è preavviso.
Solo “ragioni di sicurezza”. o la ragione del più forte, di chi sa di rimanere impunito. La quotidianità della Striscia di Gaza sono le torrette e gli avamposti militari, sono le strade dei coloni e i muri di cemento, sono i tetti rossi degli insediamenti e i muri mitragliati delle case nei campi profughi.
La quotidianità della Striscia di Gaza sono i bambini scalzi e smoccioloni che scalano collinette di macerie di case demolite, sono i piedi nella sabbia di un campo di calcio troppo vicino ad un insediamento israeliano. Dove si gioca una doppia partita. Col pallone e con la vita.
Ieri a Khan Yunis un’altro ragazzino è stato ammazzato dal fuoco israeliano, mentre giocava a calcio. Ieri a Rafah una formica bianca è stata ammazzata. Forse davvero nessuno ha paura delle formiche bianche.
Abbiamo deciso ugualmente di restare qui, anche se nessuno ha paura delle formiche bianche. Abbiamo occhi e voce.
Ma a volte non abbiamo lacrime e parole. Abbiamo un biglietto di ritorno, per poter raccontare quello che succede qui, in questa terra che agli occhi dei media sembra essere silente. Ed invece non c’è un minuto di silenzio. Non si parla più della Palestina, come se fosse scoppiata la pace.
Ma forse davvero la pace è il deserto. E’ un giorno amaro. e mi sono scoppiati i pensieri.
Chi ha paura delle formiche bianche?

“Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”

Fabio

[28 agosto 2012, villaggio palestinese di Al Mufaqarah]

Video – Restiamo Umani: prologo

maggio 17, 2012 at 10:19 am

InvisibleArabs: Hunger

maggio 14, 2012 at 9:42 am

dal blog di Paola Caridi

1550uomini. Questo è il numero approssimativo dei detenuti palestinesi in sciopero della fame. 1550, forse di più. Perché alcune fonti parlano di duemila, altre di 2500. Potrebbe essere una cifra esagerata. E allora fermiamoci ai 1550. 1550 uomini in sciopero della fame, in una protesta partita formalmente il 17 aprile scorso, il “giorno dei prigionieri”. 1550 detenuti palestinesi che nelle carceri israeliane rifiutano il cibo. Di sicuro da venti giorni, il che non è uno scherzo. Alcuni di loro, però, non mangiano (per protesta) non da venti, bensì da quaranta, e alcuni da 70 giorni. 10 detenuti sono sotto osservazione perché in condizioni critiche. Due di loro, Bilal Diab e Thaer Halahla rischiano di morire: sono al 70esimo giorno di sciopero della fame, e oggi la Corte Suprema israeliana ha rigettato il loro appello contro la detenzione preventiva. Perché questo è il motivo della protesta collettiva, la più importante nella lunga, tragica storia dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, dossier accuratamente nascosto ed evitato nei negoziati di questi ultimi decenni.

Auguri

dicembre 28, 2011 at 10:04 am

E’ Natale quando di fronte al limite dell’altro scegliamo di amare.
E’ Natale quando sappiamo rompere il silenzio sull’iniquità.
E’ Natale quando in un conflitto nascono piccoli o grandi incontri che costruiscono Pace.
Ecco un esempio di cui noi siamo stati privilegiati testimoni:
La scorsa estate una delegazione degli abitanti di Sderot (città israeliana bersaglio dei missili qassam lanciati da Gaza) è venuta in visita ad At-Tuwani (villaggio palestinese dove vivono e operano i volontari di Operazione Colomba dal 2004).
E’ stato un incontro straordinario, riassunto con queste semplici parole da un pastore:
“Loro hanno paura dei palestinesi più violenti, noi dei coloni più violenti.
Tra persone che hanno paura ci si incontra e si parla assieme”.

Auguri

Operazione Colomba

Buon Natale.

dicembre 25, 2011 at 12:34 pm

Off topic: Ascanio Celestini alla Mostra del Cinema di Venezia

settembre 3, 2010 at 9:43 am

Cicogne a Tuwani

agosto 20, 2010 at 7:52 pm