Avete il diritto di capire

gennaio 23, 2013 at 8:49 am

È il 15 dicembre e nel quartiere arabo di Wadi Nis Nas (Haifa) si festeggia “la festa delle feste”, un evento che celebra contemporaneamente Hannukah, Eid Al-Adha e Natale. C’è chi lo considera un bel modo di ribadire la tradizionale tolleranza della città, chi lo guarda con sospetto e chi invece lo taccia d’ipocrisia. Per i bambini significa “zucchero filato” e per noi, invece, che ci metteremo una vita ad attraversare il centro.
Stiamo andando alla Prigione Militare numero 6, una modesta costruzione che si trova a ridosso del Monte Carmelo, proprio dietro alla zona balenare. Ci sarà una manifestazione per Nathan, un ragazzo imprigionato dopo aver rifiutato la leva come atto di protesta contro l’occupazione.

 

L’appuntamento è per le 15 in un piccolo parcheggio nei paraggi. Quando arriviamo la maggior parte degli attivisti, una trentina di persone,  ci sta aspettando. Tamar e Jacob, la coppia che mi ha invitato a partecipare, mi presentano alcune persone. Si chiacchiera. Poco dopo arriva anche un piccolo pultmino di attivisti da Gerusalemme e finalmente, cartelli e megafoni (e palloncini!) alla mano, cominciamo ad incamminarci. Guidati dai familiari del ragazzo saliamo in fila indiana lungo le basse pendici del monte. La prigione militare è proprio sotto di noi: un recinto, delle torrette e le le tende dove vivono i reclusi. Ci fermiamo in un piccolo spaizzo libero da cespugli. Poco più in su il terreno è troppo ripido per continuare. Alziamo i cartelli mentre il megafono comincia a scandire gli slogan: “L’occupazione è terrorismo, l’obiettore di coscienza è un eroe!” Tutti ripetono all’unisono. Io, che non parlo una parola di ebraico, balbetto qualcosa. “Cerchiamo di invertire la retorica militarista”, mi spiegano. Viene letto un comunicato al megafono. Attratti dal rumore, molti dei reclusi si radunano nel cortile. Alcuni salutano. Nathan ci chiama al telefono. Parla con i genitori, dice che sta bene. Ringrazia. Felici per la telefonata cantiamo altri slogan. Il comunicato viene riletto più volte. Nathan richiama: deve rientrare o per punizione verrà trasferito in una sezione separata. Lo salutiamo al grido di  “Nathan libero!” e cominciamo a ridiscendere. Nel ritorno discuto con un altro ragazzo, un anarchico, che a suo tempo aveva rifiutato la leva. “Sai, quando rifiuti ti fanno un interrogatorio per approfondire le motivazioni. Poi magari 40 giorni di carcere e poi un altro interrogatorio per vedere se hai cambiato opinione. E avanti così.”

Giunti al parcheggio veniamo accolti dalle urla del proprietario di un carretto di gelati. Sbraita, si sbraccia e insulta i manifestanti. Alcuni si avvicinano per parlagli, ma senza risultati. L’uomo afferra il megafono del camioncino e declama uno slogna nazionalista.
“Se avessi saputo che avevi un megafono così potente ti avrei invitato alla manifestazione!”, gli risponde Jacob avvicinandosi. I due cominciano a discutere e la situazione si distende. Gli altri manifestanti piano piano si dileguano e io rimango in compagnia di Tamar a guardare suo marito occupato nella discussione: “Sai, lui dice sempre ai suoi studenti di ricordarsi che hanno il diritto di capire. Credo che la logica sia la stessa.” Dopo una ventina di minuti Jacob torna da noi e ci avviamo assieme verso la macchina.

“Che cosa ha detto?”
“Ha detto che alla fine quella terra [i palestinesi] se la possono anche tenere, che tanto noi ne abbiamo abbastanza.”
“Ah…e allora di cosa avete discusso fino ad ora?”
“Beh, ci è voluto un po’ a farglielo dire…”