Aisha

novembre 11, 2016 at 6:07 pm

 

(Italian follows)

My name is Aisha, like a song. I’m 25 years old and I’m Palestinian. I am from the little village of Tuba. In Tuba we live in caverns and tents on a barren hill. Today morning I was been in the city in order to see a doctor. My one year daughter is sick and she keeps crying.

Early I lived Tuba with my little brother,  that is attending the third class of the elementary school. Every day he is escorted by the Israeli soldiers to reach the school in At Tuwani safely and today I walked with the soldiers and the schoolchildren too.

But unfortunately I didn’t succeed to come back in Tuba with them because in the clinic there was a lot of people and I had to wait. I get back on my feet. If you want to reach my village Tuba, you have to walk near a hill covered by a grove of pines. You can’t see them but inside the grove a group of Israeli settlers is living. Many times they chased my. Many times they forced me to break out. Many times they forced me to change my path. Just doing this I came back home safely. Every day my little brother is escorted by the Israeli Army to the school because of them. Today the situation is very complicated, I am not alone.Today I am with my little daughter, who is not walking yet and I have a little baby in my belly. After few days I am about to give birth. The path is long and hard if I want to avoid the settlers. But today the settlers are waiting me on the road and they are cutting me off. I have to take a longest road.

I roll up my skirt on the bump and I give my honey to a girl, who is accompanying us. I face every step carefully. I am wearing scuff and the trail is full of stones and spiny brambly. The sun hammers down on us and the most dangerous part of the road is uphill. We have to arrive on the top of the hill and my honey is still crying. I have the medicine for her in my handbag. I’ m thinking about the men in the grove and on the shorter road to reach my home.

I have not done anything wrong to them. I am not dangerous. They have no right to make my life miserable. We are just three women walking silent in order to get no attention from them. I am also pregnant and with my little daughter. I am strong and I have the strength to force all this. I don’t want give up to have, revenge and violence. I don’t want become like them. I want teach to my little daughters that the borders are just in the mind of those who put them and the violence price is also paid by its user.

M.

img_2769-1

Mi chiamo Aisha, come una canzone. Ho 25 anni e sono palestinese. Vengo da Tuba, un piccolo villaggio di grotte e tende, aggrappato su una collina brulla. Stamattina sono stata in città, per andare dal dottore. La mia bambina, che ha un anno, sta male, ha la febbre e continua a piangere.

Per arrivare in città sono partita presto a piedi con il mio fratellino che fa la terza elementare. Lui per andare a scuola è scortato dall’esercito, e stamattina anche io ho camminato con i soldati e bambini della scuola.
Poi però dal dottore ho dovuto aspettare molto, c’era la fila, e non ho fatto in tempo a tornare con mio fratello e i soldati.
Devo arrangiarmi. Per arrivare a Tuba, il mio villaggio, bisogna passare di fianco a una collina coperta da un boschetto di pini. Lì dentro, anche se non si vedono, vivono dei coloni: mille volte mi hanno inseguita, mille volte mi hanno costretta a fuggire, a cambiare strada, a inventarmi un modo per arrivare a casa sana e salva. Loro sono il motivo per cui mio fratello è scortato dai soldati per poter raggiungere la sua scuola.
Oggi la situazione è ancora più complicata, non sono più sola: con me c’è mia figlia, che ancora non cammina, e dentro la pancia porto un’altra bambina che aspetta di uscire fuori tra poco, pochissimo. Il parto è previsto a giorni. La strada che faccio di solito per evitare i coloni è lunga e faticosa. Oggi però non posso passare neanche di lì: loro sono già lì che mi aspettano,tagliandomi la strada.
Prenderò un sentiero ancora più lungo. Mi arrotolo la gonna lunga sul pancione, do mia figlia in braccio a una delle ragazze che mi accompagna e affronto con attenzione ogni passo che i miei piedi fanno. Indosso delle ciabatte, e il sentierino è fatto di sassi, terra e rovi spinosi. Il sole batte forte, la parte di strada più pericolosa è in salita, si arrampica in cima a una collina, e mia figlia continua a piangere. Nella borsa ho le medicine che il dottore mi ha dato per lei.
Penso a quegli uomini nel boschetto, sulla strada più breve per raggiungere casa mia. Penso che io non gli ho fatto niente di male, che non sono pericolosa, che loro in ogni caso non hanno il diritto di stare lì a rendermi la vita impossibile.
Siamo tre donne, che camminiamo silenziose per non attirare la loro attenzione. In più c’è la mia bambina, e la bambina che porto in pancia. Ci arrampichiamo un po’ alla volta verso il cielo pulito oltre il grigio e il verde della collina secca.
Sento di essere forte, di avere la forza necessaria per affrontare tutto questo. Per non cedere all’odio, alla vendetta, per non diventare come loro. E soprattutto sento di avere la forza di insegnare alla bambina che sta per nascere che i confini sono solo nella mente di chi li mette e che il prezzo della violenza lo paga anche chi la usa.

M.