Operation Dove volunteers in Nablus area

ottobre 30, 2015 at 9:00 am

Some Operation Dove volunteers are currently in Nablus area to accompany Palestinians during the olive harvest. Abu Suleyaman family lives in Kafr Qalil, a small village 3 km south of Nablus city, close Bracha illegal outpost. His family, like many other farmers in Kafr Qalil, has to deal regulary with settlers attacks and harassments. Every year some of the olive trees close to the settlement are systematically damaged and burned by settlers.

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Volontari di Operazione Colomba nell’area di Nablus per la raccolta delle olive

Alcuni volontari di Operazione Colomba in questi giorni sono in un’area vicino a Nablus per accompagnare i palestinesi durante la raccolta delle olive. La famiglia di Abu Suleiman vive a Kafr Kalil, un piccolo paese a 3 km a sud della città di Nablus, vicino all’avamposto illegale di Bracha. La sua famiglia, come molti altri agricoltori di Kafr Kalil, ha a che fare regolarmente con attacchi e maltrattamenti dei coloni. Ogni anno alcuni degli ulivi vicino all’avamposto israeliano sono sistematicamente danneggiati e bruciati dai coloni.

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Israele : nell’agonia di un sogno razzista

ottobre 26, 2015 at 10:36 am

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di Susan Abulhawa*

22 ottobre 2015

Nel 1845 il Luogotenente Colonnello George Gowler ha presentato un rapporto dettagliando il potenziale per la colonizzazione ebraica della Palestina. Gli ostacoli che prevedeva avevano a che fare con le risorse e la fattibilità di convincere gli ebrei a immigrare in Palestina. Nessuna considerazione fu data alla popolazione palestinese nativa che viveva già lì da secoli.

Decenni dopo, nel decidere il destino della Palestina, il cosiddetto mandato britannico, Lord Balfour, dichiarò: “Non proponiamo neanche di adottare il sistema di informarsi sui desideri degli attuali abitanti del paese.” Però, davanti a una rivolta palestinese, i britannici si ritirarono, resisi conto dell’errore di avere ignorato la volontà e l’umanità della popolazione indigena. Poi, quando i sionisti fecero la prima conquista della Palestina, espellendo oltre l’80% della popolazione nativa, Ben Gurion (nato in Polonia con il nome David Grunn), predisse trionfalmente che la popolazione nativa sarebbe certamente sparita. “I vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno,” disse.

Anche lui si sbagliava, e molti decenni dopo, dato che questa fantasia sionista non si materializzò, Israele  ipotizzò che la forza bruta e la completa colonizzazione della terra alla fine avrebbe ottenutolo sradicamento della società indigena della Palestina. Il capo di stato maggiore dell’esercito Raphael Eitan si è espresso con estrema onestà quando ha detto: “Quando avremo organizzato tutta la terra con gli insediamenti, tutto quello che gli arabi (palestinesi) saranno in grado di fare al riguardo, sarà muoversi rapidamente intorno come  scarafaggi drogati in una bottiglia.”

Di nuovo, davanti allo stesso errore, Israele ha semplicemente aumentato la sua brutalità. “Dobbiamo uccidere, uccidere e uccidere, ogni giorno,” ha spiegato un professore israeliano e una preminente legislatrice israeliana ha lanciato questo invito di genocidio che includeva l’uccisione delle madri palestinesi e dei loro neonati che chiamava “piccoli serpenti”. E ora, come un petulante bambino viziato che non era riuscito a fare come voleva riguardo all’accordo con l’Iran, Netanyahu ha riunito i suoi gangster, facendoli camminare con passo pesante sul terreno sacro per buttare giù la casa, un capriccio epico per il presidente Obama, come a voler dire: guarda che cosa so ancora fare.

La nuova escalation di sradicare la Palestina ora è di arruolare  la popolazione civile per armarla e unirsi ai loro delinquenti militari contro la nostra popolazione non armata. Video e notizie di recenti esecuzioni fatte a casaccio, accoltellamenti, e  la brama di sangue abbondano su Internet.

E tuttavia noi restiamo.

La nostra società antica, sebbene frammentata e trattata in modo violento, resiste sprezzante, tenace, appassionata e salda. Sebbene traumatizzati e senza guida, restiamo ribelli, coraggiosi e risoluti. Non importa dove siamo, occupati, o trasferiti, e sparsi per il mondo –  Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme, i campi profughi del Libano o la Siria o l’Iraq, l’esilio in una diaspora che raggiunge ogni angolo del mondo – continuiamo ad agire insieme, legati da una ferita collettiva, una ferita che gli ebrei dovrebbero comprendere.

Come devono essere sorpresi! Come devono sentirsi totalmente demoralizzati per avere tale potenza militare ed essere, in qualche modo, deboli e piccoli davanti alle nostre pietre.

Come devi sentirti  senza fiato,  Israele. Come deve essere devastante fallire così miseramente in un compito, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Avere ripetutamente intensificato tattiche di morte e di crudeltà, ma non essere riusciti a schiacciarci. Aver portato via bambini a migliaia, quando ancora si facevano la pipì addosso, e scoprire che altre migliaia avevano preso il loro posto il giorno dopo a lanciare sassi contro i vostri carri armati e le vostre armi. Imprigionarli così giovani quando piangono per la paura e grideranno cercando le madri, soltanto per crescere    sprezzanti e combattendovi ancora.

Demolire case e intere città, soltanto scoprire che le ricostruiamo e le moltiplichiamo più in fretta di voi. Vederci ballare, studiare, sposarci e avere figli durante il vostro assedio infinito, la vostra occupazione e le campagne di massacri. Vederci vivere dopo che avete fatto a brandelli i nostri cuori con il dolore e le perdite. Bombardare e distruggere le nostre scuole, impedire ai bambini e agli insegnanti di raggiungere le loro aule, e vedere tuttavia che il nostro tasso di alfabetizzazione uguaglia il vostro.

Come dovete essere spaventati perché ancora non vi temiamo;  nei recessi del nostro essere siamo persone orgogliose, e invece siete voi ad essere spaventati. Come  deve essere profondamente deludente distruggere i nostri villaggi, irrompere nel quartiere di Silwan, scavare sotto le moschee di Al Aqsa e di Al Shakhra [alla ricerca del  tempio di Salomone, n.d.t.], decennio dopo decennio, e venirne comunque fuori senza prove della polizia scientifica che appoggino i vostri resoconti, e contemporaneamente avere a che fare con la moltitudine dei palestinesi le cui rivendicazioni sono presenti, ovvie, scritte, note e indiscusse.

Come dovete sentirvi frustrati che quei palestinesi che avete espulso dalle nostre case, che pensavate avreste dimenticato, continuano a scrivere, creare, protestare e a smascherare all’estero, prendendo sempre più slancio per la campagna del movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) che sta riducendo il potere delle vostre bugie. Come è controproducente spendere milioni di dollari per tormentarci all’estero per farci stare zitti, soltanto per scoprire che le nostre voci diventano più forti.

Israele ha fatto e rifatto l’errore di ogni impresa coloniale realizzata prima di loro perché il colonialismo arriva sempre con un senso di supremazia che non considera umani i popoli nativi. Questo è il motivo per cui Israele ci ha sempre sottovalutato. Non capiscono, non apprezzano che noi possediamo la tendenza umana più impulsivo verso la libertà, che la nostra tendenza istintiva è orientata  fermamente verso la dignità.

Vedo il dilemma di Israele. Vedo la loro paura. Il dolore di un sogno razzista che è arrivato così vicino ma non del tutto. E posso capire il modo in cui adesso si agitano     – violento, brutto, follemente insicuro e incomprensibilmente crudele – è l’agonia del sionismo.

Traduzione a cura di : Maria Chiara Starace

*Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese. Il suo romanzo più recente è:The Blue Between Sky and Water [L’azzurro tra cielo e mare], (Bloomsbury, 2015), i cui diritti d’autore sono stati finora venduti per tradurlo in 21 lingue. Questo articolo originariamente è stato pubblicato dal portale on line Middle East Eye

Settlers from Havat Ma’on illegal outpost attempted to attack Palestinans and Internationals

ottobre 25, 2015 at 1:58 pm

(italian follows)

P1020247 copiaOn October 24, Israeli settlers ambushed 2 Operation Dove volunteers who were accompanying a 20 years old Palestinian girl and her little brother. At around 12 pm, 3 masked adult settlers came out from Havat Ma’on outpost armed with sticks and they started yelling while running towards them in order to beat the girl and the children. Despite the attack, Palestinians reached Tuba village4safely escaping through a longer path.

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UPDATE : Coloni dell’avamposto illegale di Havat Ma’on tentano di attaccare palestinesi e internazionali 

Il giorno 24 ottobre, mentre due volontari di Operazione Colomba stavano accompagnando una ragazza palestinese (20 anni) con il suo piccolo fratellino, sono stati attaccati nella valle di Shab el Shamsti da dei coloni israeliani. Attorno alle 12.00 infatti 3 coloni adulti sono usciti dall’avamposto illegale di Havat Ma’on mascherati e armati di bastoni, correndo verso i palestinesi e gli internazionali con l’intento di attaccarli. Nonostante l’attacco la ragazza con suo fratello sono riusciti a mettersi al sicuro e raggiungere il villaggio di Tuba, scappando per una strada molto più lunga.

WATCH: Jewish extremist tries to stab ‘rabbi for human rights’

ottobre 23, 2015 at 2:27 pm

By Michael Schaeffer Omer-Man; 972mag.com

Right-wing activist attempted to stab Rabbis for Human Rigths head Arik Ascherman

ottobre 23, 2015 at 1:48 pm

by Jerusalem Post

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A right wing activist attempted to stab Rabbis for Human Rights head Arik Ascherman (photo) who was helping Palestinians harvest olives near the settlement of Itamar in the Samaria Region of the West Bank, according to a spokesman for the group..

“The activist ran toward him [Ascherman] in a threatening way with a drawn knife,” a spokesman for Rabbis for Human Rights said. He added that Ascherman was unharmed.

A spokesman for Judea and Samaria police said that Ascherman had gone to the olive grove along with other left wing activists to help the Palestinians.

He added that after the Palestinian farmers had finished their work a group of left wing activists remained. An altercation broke out between them and right wing activists, the police said.

The spokesman added that officers were searching for the man suspected to attempting to stab Ascherman.

 

Olives harvesting has started this morning in South Hebron Hills

ottobre 22, 2015 at 10:15 am

Iniziata questa mattina la raccolta delle olive nelle Colline a su di HebronIMG-20151022-WA0008

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Israel’s Defamation of Judaism: The Rape of the Palestinian People

ottobre 20, 2015 at 8:27 am

By Norman Pollack

October 19, 2015 

SJPIsrael has come a long way since 1967 in the construction of an apartheid state and society with respect to the Palestinians, in truth, the proto-Nazification of policy and conduct in which the gas chamber has been replaced by the more protracted denial of life to the victims of an ethnocentric/racial ideology achieved through the degradation of a whole people: a faucet of inhumanity left running, where genocide is administered in drips rather than in a torrent. But even the latter holds, as now, as the misery and hopelessness sinks into the consciousness of the oppressed, almost as a conscious strategy of still more acute humiliation in the hope that signs of resistance will give pretext and excuse for a show of force and further clamping down.

The bombardment of Gaza last summer, a replay of Guernica as a lengthier exercise in domination, artillery replacing the dive bomber, was merely an example of the stored-up hatred and contempt Israelis displayed toward the Palestinians, a twisted mindset crossing the line from punitiveness to outright psychosis as though squashing an ant hill. Israelis do not concede the humanity of their victims, and perhaps do not even see them as victims but mere objects to be pushed around and, as a useful object lesson to them, swept aside, their houses bulldozed, their land taken away, the science of humiliation raised to a fine art. I turn now to the New York Times article by Jodi Rudoren, “East Jerusalem, Bubbling Over With Despair,” Oct. 18, a more sympathetic account of the Palestinians’ plight than is the wont of The Times,

and therefore to be taken seriously given the usual partiality of the paper.

This, remember, is only now, and not a summary of the decades of oppression which provide context for the events of today. She writes: “East Jerusalem, long the emotional heart of Palestinian life, is now the fiery soul of its discontent.” The recent stabbing attacks—which in my heart I cannot condemn so much as recognize as the desperation of youth otherwise powerless, without dignity or opportunity, they and their parents denied an honorable identity, and hence striking out in any way they can—originated “from within the city’s borders,” an area which also finds, for example, “Fuad Hamed, a successful businessman who condemns the wave of violence but shares the frustration and alienation underlying this new uprising.” Well stated, and I guess what I meant above is that Israelis share in the crimes with equal blood on their hands. Youths do not take knife in hand unless under severest provocation, knowing they will be killed instantly and retaliation taken on their parents. To Israelis, however, they are animals, nothing more, as a way of shielding from the Israeli mind, as a gigantic defense mechanism, the barbarism practiced.

(The scene, not in Rudoren’s account: a knife-wielding teenager, shot multiple times, lying dead on the pavement; a crowd gathers, chanting, “Son of a whore,” “Son of a whore.”)

We see the situation through the eyes of Abu Hamed, hardly an extremist. At 44, he lectures at Hebrew University, “runs two clinics in Israel’s health system, and lives on a comfortable home among Sur Baher’s [a neighborhood of 18,000] tangle of crowded hills.” From his balcony he sees “sprawling Jewish enclaves that he said were ‘built on our lands,’ and the ugly barrier Israel erected that splits Sur Baher from the occupied West Bank.” (Rudoren has the grace to use the word “occupied.”) Hamed takes in more: “These days, he can also see the Israeli soldiers who have blocked two of the neighborhood’s exits and set up a checkpoint to search cars [and people, a photo showing a man raising his shirt before a soldier, rifle in hand] at the third, making the city’s psychic division all the more concrete.” This, a well-to-do section of Jerusalem, not like the poverty found in the Old City and elsewhere. Hamed: “’You have a lot of evidence that you are not a human being.’”

He continues: “’The problem is the policy, because all the time as a Palestinian here you feel that they want to take you out of the city, you have a lot of problems that do not allow you to feel that you are part of the city. IT’S KILLING FROM INSIDE ALL THE TIME.’” (emphasis added) This is a form of genocide practiced internally, and reminds me—“they do not allow you to feel that you are part of the city”—of the system of segregation I witnessed and was repulsed by, growing up in the American South. Rudoren, in highlighting the feelings on both sides, raises the point that Jerusalem’s Palestinians feel “like the neglected stepchildren of both City Hall and the Palestinian Authority, which is headquartered in the West Bank and is barred from operating in Jerusalem. They do not feel wanted here, or part of what is happening there.” An enforced separation, yet frustration, one also surmises, because of Ramallah’s lackluster militancy and lack of leadership.

Rudoren explains further: “Civic and cultural institutions decamped years ago for the West Bank city of Ramallah. In Arab East Jerusalem, there are too few classrooms, and too many dropouts. It is difficult to get a permit to expand a home; 98 illegal structures were demolished last year. Three-quarters of the population lives below Israel’s poverty line.” This last is the clincher, and can be multiplied throughout the territories, from the squalor of living conditions to the blockade preventing medicines from reaching Gaza. City residency permits local travel for Palestinians, yet that only reveals to them the heightened contrast in lifestyle between themselves and Israelis. In the words of Sari Nusseibeh, a past president of Al Quds University: “’On the one hand, yes, you have open access to Israeli society—on the other hand you also have more knowledge about the discrimination that’s being practiced against you. Major issues that you identify with as a Palestinian and a Muslim, your dignity and self-respect, your position, your role, these are in total and constant conflict.’”

The upshot? Rudoren readily admits that the recent stabbings “that have killed seven Israeli Jews, five of them in Jerusalem, since Oct. 1,” as well as “at least 16 suspected assailants … shot dead by Israelis … along with more than 20 other Palestinians in clashes with security forces,” have a longer-term causation. At the very least, “East Jerusalem has been a hotbed since July 2014, when Jewish extremists kidnapped and murdered [i.e., burned him alive] Muhammad Abu Khdeir, a 16-year-old from the Shufat neighborhood.” Following that, there were approximately 1,600 stone-throwing incidents over the next three months and 700 arrested. This year, Sept. 13-Oct 15, 380 were detained, “171 of them minors.” The account does not relate the armed response, including the use of live ammunition.

Some background: “Arab East Jerusalem is not a single place but a series of some two dozen disparate satellites.” Hamed’s neighborhood is better off; many are overcrowded, poverty-ridden, somewhat isolated. How did it get this way? Rudoren’s discussion is forthright: “Israel captured it all from Jordan in the 1967 war, and expanded Jerusalem’s boundaries to 27 square miles from 2.3. Israel’s annexation was rejected by the United Nations, and most of the world considers the territory occupied.” She adds, “Today, 200,000 Jews live beyond Israel’s original border, most in new developments—widely considered illegal settlements—like those Mr. Abu Hamed can see from his balcony, 2,000 scattered among the Palestinian enclaves.”

To all intents and purposes, Jerusalem personifies apartheid, Hamed’s own neighborhood each day having a “line of cars at the lone remaining exit … stretched for hundreds of yards,” and, as an example, “Moussa Dabash, 44, who runs a tour-bus company, said he was searched under his shirt and between his legs.” This is a microcosm of the imposed dependence and humiliation: “’If I say a word, they’ll accuse me of trying to stab them,’ he said. The soldier who searched me, I told him, ‘Why are you doing this?’ He said, ‘Because you are terrorists.’” Hamed, also delayed, related that “a couple and their two children died in a fire last year …. because engines are dispatched to Sur Baher from another Palestinian neighborhood rather than from the closer Jewish ones.”

That is not the Judaism I grew up with and was raised in, inceptively small “d” democratic in every respect, particularly on issues of race and poverty. As Jews, we knew discrimination and could more readily empathize with those also discriminated against, blacks, those in poverty, other minorities, labor in general, all the while rising above the grubbiness and intolerance of an America, already in the 1940s from the standpoint of my personal experience, saturated in conspicuous consumption, xenophobia, antiradical, rising above—even if an escape—to beauty and excellence in everything from human intelligence to sports to aesthetics, participation in the universality of creativity in whatever form it took. This did not have to be an exclusively Jewish trait, and indeed it was the very spirit of cosmopolitanism that gave it energy and a certain sublimity, and freed it from chauvinistic dogmatism. Jews, whether observant or secular, identified with the common man, using the term unself-consciously, just as in the 1940s, and before my adolescence, in the 1930s, antifascist. That is the Judaism Israel has defamed, I might even say, desecrated, so that rape of the Palestinians, as in the title, refers not just to their bodies, but their identity of personhood, their being, that has been violated.

My New York Times Comment on the Rudoren article, same date, follows:

As a Jew, I am deeply ashamed of Israel and its treatment of the Palestinians. Israel is a horrible corruption of Judaism, a world religion identified before the 1960s with a deeply penetrating HUMANISM that was reflected in knowledge, observance, music, the arts in general, scientific learning and mathematics, and liberal politics. Now, so much of that rich heritage is gone, insulted by the actions, condescension, ethos of contemporary Israel, and infecting all of world Jewry.

Israelis have shown themselves beyond cruelty, an internalization of the very darkness that resulted in the Holocaust, only now it is the Palestinians of today who are the Jews of yesterday and the Israelis of today who show the arrogance of those who formerly persecuted the Jews. Israelis gleefully show their muscle at every turn, delighting in the humiliation of the Palestinians and not realizing how this not only violates the teachings of Torah but reveals the inner evil and psychological rot of those who dominate.

How sticks and stones, even knives, can be taken as other than marks of desperation, as meanwhile Israeli security forces have the latest, most lethal weapons, and are prepared to use them as a reflex action, shows the gross imbalance of force. How did it come to this? As a youth growing up in the 1940s-50s I saw Israel as the paragon of democratic socialism (even then I was unaware of the the start of ethnic cleansing and contempt for the Palestinians). Far worse today.

Norman Pollack has written on Populism. His interests are social theory and the structural analysis of capitalism and fascism.

VIDEO-UPDATE : Clashes in Zif, entrance of Yatta City

ottobre 17, 2015 at 6:46 pm

On October 16, at around 5 pm, Operation Dove volunteers registered clashes in Ziff area between Palestinian protesters and Israeli soldiers.

October 16 was a special days for Palestinians since the call for the “Friday of anger” in order to support and confirm the continuation of Jerusalem Intifada.

At the entrance of the town, few Palestinian protesters and Israeli soldiers were engaging in confrontations from a long distance, while others Palestinians youngerst were looking at the scene from the Ziff’s hill.

Once the Israeli soldiers noticed the OD volunuteers and other journalists filming the scene they started firing tear gas and sound bombs at them.

Israeli soldiers started advancing towards the protestors which recoiled inside the city.

Despite Yatta is located in Area A, Israeli soldiers entered the city and fired multiple gunfire shots and tear gases between the houses.

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UPDATE : Scontri a Zif,  all’entrata della città di Yatta.

Venerdì 16 ottobre i volontari di Operzione Colomba hanno ripreso gli scontri tra palestinesi e soldati israeliani avvenuti a Zif.

Il venerdì è stato proclamato “Giorno della Rabbia” , inteso come chiamata a supportare e confermare l’Intifada per Gerusalemme.

Mentre alcuni palestinesi si confrontavano con i soldati israeliani all’entrata della città, altri palestinesi si sono spostati sulle colline di Zif.

Dopo aver individuato i giornalisti tra cui i volontari di Operazione Colomba che riprendevano la scena, i militi israeliani hanno sparato loro contro gas lacrimogeni e bombe sonore.

I soldati hanno poi cominciato ad avanzare verso i manifestanti palestinesi che si sono radunati entro la città. Nonostante Yatta sia in Area A, i soldati israeliani vi sono entrati, sparando diversi colpi di arma da fuoco e gas lacrimogeni tra le case.

UPDATE : Soldiers take position in At-Tuwani village.

ottobre 16, 2015 at 8:35 am

(italian follows)

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On Friday 16 October, Israeli soldiers established a military camp in At-Tuwani village.

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UPDATE : Soldati israeliani prendono posizione nel villaggio di At-Tuwani.

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Venerdì 16 ottobre soldati israeliani hanno stabilito un campo militare nel villaggio di At-Tuwani.

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BARGHOUTI : L’ultimo giorno di Occupazione sarà il primo giorno di Pace

ottobre 15, 2015 at 12:16 pm

Marwan BarghoutiDalla cella in cui è rinchiuso in un carcere israeliano Marwan Barghouti invia una lettera aperta al suo popolo: “L’ultimo giorno di Occupazione sarà il primo giorno di pace”, scrive.

L’escalation di violenze non è cominciata con l’uccisione di due coloni israeliani, è cominciata molto tempo fa ed è andata avanti per anni. Ogni giorno ci sono palestinesi uccisi, feriti, arrestati.

Ogni giorno che passa, il colonialismo avanza, l’assedio del nostro popolo a Gaza continua, oppressioni e umiliazioni si susseguono. Mentre molti oggi ci vogliono schiacciati dalle possibili conseguenze di una nuova spirale di violenza, io continuerò, come ho fatto nel 2002, a chiedere di occuparsi delle cause che stanno alla radice della violenza: il rifiuto della libertà ai palestinesi.

Alcuni hanno detto che il motivo per cui non si è raggiunto un accordo di pace è stata la mancata volontà del defunto Presidente Yasser Arafat o l’incapacità del Presidente Mahmoud Abbas, mentre sia l’uno che l’altro erano disposti e capaci di firmare un accordo di pace.

Il vero problema è che Israele ha scelto l’occupazione al posto della pace ed ha usato i negoziati come una cortina di fumo per portare avanti il suo progetto coloniale. Tutti i governi del mondo conoscono questa semplice verità, eppure molti di loro fanno finta che un ritorno alle ricette fallite del passato ci potrebbe permettere di raggiungere libertà e pace.

Follia è continuare a fare sempre la stessa cosa e aspettarsi che il risultato cambi.

Non ci può essere negoziato senza un chiaro impegno di Israele a ritirarsi completamente dal territorio palestinese che ha occupato nel 1967 (tra cui Gerusalemme), una completa cessazione di tutte le pratiche coloniali, il riconoscimento dei diritti inalienabili dei palestinesi, compreso il loro diritto all’autodeterminazione e al ritorno, la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi. Non possiamo convivere con l’occupazione, e non ci arrenderemo all’occupazione.

Ci si esorta ad essere pazienti e lo siamo stati, offrendo occasioni e occasioni per raggiungere un accordo di pace, dal 2005 ad oggi.

Forse val la pena ricordare al mondo che, per noi, espropriazione, esilio forzato, trasferimento e oppressione durano ormai da quasi 70 anni e che noi siamo l’unico problema bloccato nell’agenda dell’ONU dalla sua fondazione.

Ci è stato detto che se ci affidavamo a metodi pacifici e alla strada della diplomazia e della politica, ci saremmo guadagnati l’appoggio della comunità internazionale per porre fine all’occupazione.

Eppure, come già era avvenuto nel 1999 alla fine del periodo di interim, la comunità internazionale non ha intrapreso alcuna azione significativa, come ad esempio costituire una struttura internazionale per applicare la legge internazionale e le risoluzioni dell’ONU, varare misure per garantire la responsabilizzazione delle parti, anche attraverso boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, come era stato fatto per liberare il mondo dal regime dell’apartheid.

E allora, in mancanza di un intervento internazionale per porre fine all’occupazione, in mancanza di una seria azione dei vari governi per interrompere l’impunità di Israele, in mancanza di qualunque prospettiva di protezione internazionale per il popolo palestinese sotto occupazione, e mentre il colonialismo e le sue manifestazioni violente hanno un’impennata (compresi gli atti di violenza dei coloni israeliani), cosa dovremmo fare?

Stare inerti ad aspettare che un’altra famiglia palestinese sia bruciata, che un altro giovane palestinese sia ucciso, che un altro insediamento sia costruito, che un’altra casa palestinese sia distrutta, che un altro bambino palestinese sia arrestato, che i coloni facciano un altro attacco, che ci sia un’altra aggressione contro il nostro popolo a Gaza?

Tutto il mondo sa che Gerusalemme è la fiamma che può ispirare la pace e che può accendere la guerra. E allora perché il mondo rimane immobile mentre gli attacchi israeliani contro i palestinesi della città e contro i luoghi santi musulmani e cristiani – specialmente Al-Haram Al-Sharif – continuano senza sosta?

Le azioni e i crimini di Israele non distruggono soltanto la soluzione dei due Stati secondo i confini del 1967 e non violano soltanto la legge internazionale, ma minacciano di trasformare un conflitto politico risolvibile in una guerra religiosa senza fine che indebolirà ulteriormente la stabilità in una regione che è già preda di un disordine senza precedenti.

Nessun popolo della terra accetterebbe di convivere con l’oppressione. È nella natura dell’uomo anelare alla libertà, lottare per la libertà, sacrificarsi per la libertà.

E la libertà del popolo palestinese è in grave ritardo. Durante la prima Intifada il governo di Israele lanciò lo slogan “spezza le loro ossa per spezzare la loro volontà”, ma, una generazione dopo l’altra, il popolo palestinese ha dimostrato che la sua volontà è indistruttibile e non deve essere messa alla prova.

Questa nuova generazione palestinese non ha aspettato colloqui di riconciliazione per incarnare quell’unità nazionale che i partiti politici non hanno saputo raggiungere, ma si è posta al di sopra delle divisioni politiche e della frammentazione geografica.

Non ha aspettato istruzioni per sostenere il suo diritto, e il suo dovere, di opporsi a questa occupazione. E lo fa disarmata, di fronte ad una delle maggiori potenze militari del mondo.

Eppure continuiamo ad esser convinti che libertà e dignità trionferanno, e noi avremo la meglio. E che quella bandiera che abbiamo innalzato con orgoglio all’ONU sventolerà un giorno sulle mura della città vecchia di Gerusalemme, e non per un giorno ma per sempre.

Mi sono unito alla lotta per l’indipendenza palestinese 40 anni fa e sono stato imprigionato per la prima volta a 15 anni. Questo non mi ha impedito di adoperarmi per una pace basata sulla legge internazionale e sulle risoluzioni dell’ONU. Ma ho visto Israele, la potenza occupante, distruggere metodicamente questa prospettiva un anno dopo l’altro.

Ho trascorso 20 anni della mia vita, tra cui gli ultimi 13, nelle prigioni di Israele e tutti questi anni mi hanno reso ancora più convinto di questa immutabile verità: l’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace.

Coloro che cercano quest’ultima devono agire, e agire subito, perché si realizzi la prima condizione.

 

Marwan Barghouthi – Prigione di Hadarim, cella n°28. 

 

*Questa lettera è stata pubblicata sul quotidiano “The Guardian” l’11 ottobre 2015. La traduzione in italiano è a cura di Mario Cioli, AssoPace Palestina