Passerà anche questa.

giugno 22, 2010 at 8:01 am

Israele, Gaza, la Freedom Flottilla

E’ stato un altro mese di occupazione. Di morti, di arresti, di check-point.
Ma è stato anche il mese dell’assurdo bagno di sangue compiuto dall’esercito israeliano in acque internazionali contro il convoglio di navi della Freedom Flotilla, che si è concluso con l’uccisione di nove attivisti turchi salpati da Cipro con l’idea di rompere l’embargo che costringe un milione e mezzo di palestinesi alla fame. Nella notte del 30 maggio, un commando israeliano ha tentato di fermare la nave Mavi Marmara con un’azione a metà tra un film di Chuck Norris e una storia di antichi pirati. E’ si è trattato proprio di un atto di pirateria dato che la nave è stata attaccata fuori dalle acque territoriali di Gaza (che seppure palestinesi, secondo gli accordi di Oslo restano sotto la “giurisdizione” della forza occupante israeliana). Da quel momento in poi, sono iniziati cori e balletti mediatici, nel tentativo di provare a dare una spiegazione plausibile ad un’altra strage compiuta da Israele, questa volta di moderata entità e non ai danni dei palestinesi, sotto occupazione da più di 60 anni, ma nei confronti di quelli che sono stati definiti “pacifisti col coltello”, che lanciavano “letali” secchi d’acqua e sedie di plastica contro il commando israeliano che tentava di attaccare la nave per “neutralizzarla”.

Nei balletti mediatici ha vinto di nuovo il più forte, il più veloce a mostrare qualche immagine, sfocata e pixelata. Poi la censura, dai “coltelli” che comparivano e scomparivano nelle foto, alle immagini censurate di soldati feriti e di soldati curati dal personale medico della nave attaccata.

Qualunque sia la verità, aldilà delle immagini, il dato incontrovertibile è che quella che La Stampa ha definito “spiacevole errore di tattica antiterroristica” ha messo a nudo ancora una volta l’assoluta fragilità di uno stato che basa la sua sopravvivenza sulla costruzione continua di un pericolo imminente, anche quando si tratta di un convoglio di aiuti umanitari.

Ma non solo. L’attacco alla Freedom Flottilla ha messo in chiaro l’assoluta certezza da parte di Israele di rimanere impunito, la presunzione che qualunque violenza possa essere spiegata in qualche modo, dall’atto di pirateria ad un attacco all’Iran. D’altra parte rende palese l’assoluto immobilismo della comunità internazionale, il vuoto diplomatico che rende tutti quanti complici di questo nuovo bagno di sangue.

Ma emerge anche qualcosa d’altro da tutta questa tragedia: nell’enorme imbarazzo celato dietro il silenzio complice c’è qualcuno che è tornato a ricordarsi di Gaza, di un milione e cinquecentomila palestinesi chiusi in una prigione a cielo aperto, ridotti a bersagli mobili per l’esercito israeliano durante l’operazione militare “Piombo fuso”, che lasciò sul terreno 1300 morti in poco più di tre settimane. Anche allora si arrivò a giustificare l’uso di armi non convenzionali, del fosforo bianco, degli scudi umani, dei tiri al bersaglio, di bombe intelligenti lanciate a caso in una delle aree più densamente popolate del pianeta.

E’ qui la tragedia. L’occupazione ultraquarantennale dei Territori Palestinesi ci ha abituati ad accettare i numeri dei morti palestinesi, come si trattasse solo di un alto tasso di mortalità. Ci ha resi impermeabili al bagno di sangue, incapaci di scandalizzarci (se non in pochi sporadici casi), propensi a giustificare e dimenticare. E’ vietato criticare, è vietato fare obiezioni, è considerato “razzista” non comprare i prodotti “Made in Israel” che si trovano nei nostri supermercati, prodotti nelle colonie israeliane nei Territori, usurpando terra, acqua e dignità ai palestinesi.
Non dobbiamo cadere in questa trappola.
E non bisogna cadere nella trappola di considerare l’embargo sulla Striscia di Gaza, la  Freedom Flotilla e la tragica fine come un mero problema umanitario. C’è molto di più.

Non c’è nulla di nuovo nella vita dei palestinesi. E nulla di nuovo per gli stessi israeliani, vittime del loro stesso terrore, incapaci di “sconfiggere Hitler”, terrorizzati da nuove minacce esterne. Che una volta fu il terrorismo palestinese, poi gli Scud iracheni, i Qassam di Hamas, i missili di Hezbollah, l’atomica di Teheran e ora, più che mai, il dito puntato di chi non accetta più giustificazioni per le sanguinose marachelle israeliane. E’ quella che Michel Warshawsky chiama sindrome post-Piombo fuso, quella sensazione diffusa tra gli israeliani che il mondo sia tutto contro Israele, incapace di capire le ragioni di un’operazione militare micidiale, di missili, carri armati e cecchini israeliani tra i vicoli di Gaza. Allora tanto vale mostrare ancora di più gli artigli, per nascondere la propria fragilità e dimostrare di non avere più paura di niente e di non avere niente da perdere. O quasi.
Perché c’è qualcosa che Israele sta perdendo. Ed è la certezza dell’impunità.

Ma passerà anche questa, e quando mai.

Sono stati giorni tristi e buii, ma in fondo è passato. Siamo pronti ad assistere al prossimo attacco, al prossimo “spiacevole errore di tattica antiterroristica”, siamo pronti al prossimo scandalo?

C’è bisogno di tenere allenata la nostra memoria, per non dimenticare.
E non dimenticare Gaza.