Pax Christi: Chi difende i Palestinesi? (video)

luglio 27, 2014 at 5:12 am

Dalla Palestina parole che svelano il massacro, la sua origine e i numeri che nascondono i piu’ di 700 morti e 4000 feriti.
Dalla Delegazione di Pax Christi, 25 luglio 2014

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Non serve correre se non sai volare.

luglio 19, 2014 at 4:07 am
C’era il sole e un po’ di vento.
A due passi dal mare.
C’era il rumore del mare contro il molo.
C’era la sabbia
e c’era un pallone.
Non c’erano scarpe,
solo piedi nudi sulla sabbia.
C’era il mare, appunto.
E quello squarcio di orizzonte.
Come una fuga,
ché anche se guardi bene
non lo vedi che l’orizzonte è mutilato.
Come una prigione, ma molto più grande.
Come una prigione, ma senza il tetto.
Come una prigione, ma a cielo aperto.
Quando sembra di non avere vie di fuga
basterebbe guardare il mare.
Ché il mare da serenità.
Ché il mare è uno slancio,
se non puoi scappare.
E’ di là che viene voglia di andare,
in volo,
via di là.
Per sempre,
via.
Si,
ma c’era il sole e un po’ di vento.
C’erano Mohammed,
Ismail,
Zakariya
e c’era Ahed.
C’era la sabbia
e c’era un pallone.
Poi un colpo
e la fuga,
a piedi scalzi,
in direzione opposta al mare,
perché il colpo è arrivato da lì,
proprio dal mare,
da quell’orizzonte
mutilato.
Mutilati, infatti.
Non serve correre se non sai volare.
Protesi verso il mare,
per un po’ di libertà.
In fuga dal mare,
in direzione contraria,
per salvarsi,
ma in volo.
C’era una corsa
e poi un altro colpo.
Poi il buio.
e niente sole.
Buio.
Niente più rumore del mare.
Silenzio.
Niente più vento,
niente più mare,
niente più sabbia.
Buio.
La morte è venuta dal mare,
qualcuno ha detto che era un drone,
in volo.
Poi no,
un colpo sparato da una motovedetta
della marina israeliana,
a caccia di terroristi.
A Gaza,
non serve correre se non sai volare.
…..
Dodici anni fa, da dentro Gaza, le cose non erano tanto diverse..
[quindiciluglioduemiladue]
Un’altra notte sotto coprifuoco. I soldati sono lì a qualche centinaio di metri, dove sull’asfalto sfavillante sfrecciano i pick-up dei coloni. Gli occhi arretrano fino alla sabbia dove sono seduto… Palme abbattute, campi divelti, case abbattute, un asino depresso, una donna che tiene al guinzaglio una capra, i bimbi che giocano a palla nella sabbia… Finché dalla jeep bianca una voce annuncia il coprifuoco.
Mi viene il vomito nonostante questo tramonto. Mi viene il vomito nonostante questo cielo. Abbiamo dormito nei sacchi a pelo sotto un mezzo tetto di lamiere, sacchi e palme. Lontano, colpi di cannone e smitragliate. I figli di Hassem, che ci ospita, si svegliano dal sonno.
Non gli riesce neanche di sognare, sognare una terra e la libertà. La libertà di essere palestinesi, la libertà di poter giocare a palla…
Anche i sogni gli hanno estirpato.
I bimbi piangono.
Sognano il mare di Gaza.
Sognano l’acqua del mare che scompare e i pesci che muoiono.
Le donne ricurve fanno il pane. Al-Jazeera e CNN non parlano di Medio Oriente, come se fosse pace…
E invece in qualche posto qui vicino qualcuno ha sparato, i carri armati hanno cingolato, i bulldozer hanno lavorato. Mi viene il vomito.
I bimbi scalzi ci spiano e sorridono.
La notte è passata, sempre uguale, sempre calda, sempre amara.
…..
Resistiamo, Umani.
F.
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P/R: Operation Dove strongly condemns ‘Protective Edge’ military operation against Gaza

luglio 16, 2014 at 5:56 am

The Israeli occupation continues to “normalize” the violation of the Palestinian human rights

(Italian follows)
July 15, 2014

At Tuwani – Operation Dove, Nonviolent Peace Corps of the Pope John XXIII Community-Association, maintains a constant presence in the South Hebron hills, Palestinian Occupied Territory, continuing from 10 years to accompany and support the Palestinians of the area in their struggle choice by nonviolent methods in order to protect their lives and their rights.

“On the seventh day since the beginning of the Israeli state ‘Protective Edge’ military operation against the Gaza Strip (which has already killed at least 180 people and injured more than 1200), the situation here is alarming,” says a volunteer. “Although no serious things happened during the past 7 days, the local population is very apprehensive and scared. It is expected that in parallel with the Israeli bombing of the Gaza Strip, the Israeli army and settlers could begin a new massive violence phase in the area. A lot of shepherds, that we usually accompany by non-armed escort during their everyday activities, now they stay in their houses and don’t approach work areas close to Israeli settlements or outposts, because scared of attacks that could attempt on their safety. ”

Operation Dove strongly condemns this further outbreak of violence: in addition to the massacre and the humanitarian disaster in Gaza, the Israeli military operation that followed the kidnapping and murder of three young Israelis, in the West Bank has led to at least 10 people killed including children, and 150 injured during the raids. More than 500 people have been kidnapped and imprisoned, many of them subjected to “administrative detention”, so without charge. More than two thousand properties were raided, damaged or looted. Towns, villages and refugee camps have been put under siege by checkpoints and roadblocks.

Operation Dove strongly condemns the Israeli occupation of the Palestinian Territories  that dehumanizes the occupier and the occupied. This dehumanization, institutionalized, sought and wanted by the occupying state, makes possible the murder of three young Israelis by two Palestinians, as it seems, or the barbaric murder of a 16 year old Palestinian from East Jerusalem, burned alive by Israeli extremists. This occupation “normalizes” the continued human rights violations of the Palestinian people.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.

For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma'on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]


COMUNICATO STAMPA
Operazione Colomba condanna fortemente l’operazione militare “Protective Edge” contro Gaza
L’occupazione israeliana continua a “normalizzare” la violazione dei diritti umani dei palestinesi

 

15 luglio 2014

At Tuwani – Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, mantiene una presenza costante nelle colline a sud di Hebron, Territori Palestinesi Occupati, continuando ad accompagnare e supportare da ormai dieci anni i palestinesi della zona nella loro scelta di lottare con metodi nonviolenti per la tutela della propria vita e dei propri diritti.

“Al settimo giorno dall’inizio dell’operazione “Protective Edge” dello Stato israeliano contro la Striscia di Gaza (che ha già ucciso almeno 180 persone e ferite più di 1200), la situazione qui è preoccupante” racconta un volontario. “Nonostante non siano successi fatti gravi negli ultimi 7 giorni, la popolazione locale è molto in apprensione e spaventata. Si aspetta che parallelamente ai bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza, militari e coloni israeliani possano dare inizio a una nuova fase di violenza massiccia nell’area. Molti pastori che ogni giorno scortiamo in maniera non armata nelle attività quotidiane stanno in casa e non si avvicinano alle zone di lavoro adiacenti alle colonie e agli avamposti israeliani per paura di attacchi che possano attentare alla loro incolumità”.

Operazione Colomba guarda con sgomento e condanna  questa ulteriore esplosione di violenza: oltre al massacro e al disastro umanitario a Gaza, l’operazione militare israeliana seguita al sequestro e all’uccisione di tre giovani israeliani, in Cisgiordania ha portato ad almeno 10 persone uccise, tra cui bambini, e 150 ferite durante le incursioni. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate, di cui una buona parte sottoposte a “detenzione amministrativa”, cioè senza un’accusa. Più di duemila proprietà sono state perquisite, danneggiate o saccheggiate. Città, villaggi e campi profughi sono stati messi sotto assedio da checkpoint e roadblock.

Operazione Colomba condanna l’ occupazione israeliana dei Territori Palestinesi  che disumanizza l’occupante e l’occupato. E’ questa disumanizzazione, istituzionalizzata, cercata e voluta dallo stato occupante, che  rende possibili l’assassinio di tre giovani israeliani ad opera di due palestinesi, come pare, o il barbaro assassinio di un 16enne palestinese di Gerusalemme est, bruciato vivo da estremisti israeliani. E’ questa occupazione che “normalizza” la continua violazione dei diritti umani del popolo palestinese.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

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Nena News: GAZA. Le origini dell’attacco (seconda parte)

luglio 14, 2014 at 4:51 pm

Mentre l’esercito israeliano metteva a ferro e a fuoco la Cisgiordania e grida di vendetta divampavano da Gerusalemme alle colonie, il governo Netanyahu sapeva che i tre adolescenti erano morti. Tra censura, menzogne e manipolazione, la ricostruzione dell’ultimo mese di violenza in Palestina.

 

La casa di Mohammed Abu Khdeir (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

La casa di Mohammed Abu Khdeir (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

 

Prima parte

di Max Blumenthal – Electronic Intifada

Roma, 13 luglio 2014, Nena News - Nonostante Qawasmeh ed Abu Eishe fossero ampiamente conosciuti come membri veterani dell’ala militare di Hamas, rappresentavano un elemento-canaglia che ha piuttosto agito contro la volontà della leadership di Hamas e senza che quest’ultima lo sapesse.

Secondo il giornalista israeliano Shlomi Eldar, i membri del clan Qawasmeh di Hebron si erano guadagnati una reputazione per aver attaccato obiettivi civili israeliani durante il cessate il fuoco tra Hamas e Israele.

Mentre una famiglia allargata di oltre 10 mila persone difficilmente può essere incolpata per le azioni di alcuni dei suoi membri, è da notare che gli attacchi condotti dai combattenti della famiglia sono stati privatamente criticati dai leader di Hamas, come spiega Eldar. La leadership di Hamas considerava le loro operazioni atti autodistruttivi di sabotaggio e ha spesso pagato per loro sotto forma di assassinii israeliani. In ogni caso, la violenza ha mandato in frantumi il cessate il fuoco e ispirato rinnovati attacchi e spargimenti di sangue.

“La stessa cosa si sta realizzando ora”, scrive Eldar. “Marwan Qawasmeh e Amer Abu Eishe hanno portato Hamas in un luogo dove la sua leadership non aveva mai avuto intenzione di andare”.

La leadership di Hamas deve ancora assumersi la responsabilità per il rapimento e probabilmente non era a conoscenza della sua pianificazione. Come osserva il corrispondente militare di Haaretz Amos Harel, “Finora, non ci sono prove che la leadership di Hamas, sia a Gaza o all’estero, sia coinvolta nel rapimento”. Harel aggiunge che il rapimento ha “effettivamente congelato la riconciliazione Fatah-Hamas”.

Perché la leadership di Hamas avrebbe autorizzato un’operazione che rischiava così chiaramente di mandare a monte i risultati politici del movimento, distruggendo la vantata unità e lasciando senza rivali Abbas in Cisgiordania?

Il blitz di propaganda del governo israeliano ha affogato domande che fanno riflettere come questa. A sua volta, l’ordine di censura ha ostruito il flusso di informazioni che avrebbero complicato la propaganda.

Determinato a riformulare la narrazione dei media internazionali attorno alla difficile situazione di Israele nelle mani del terrorismo palestinese, Netanyahu è andato all’attacco.

#BringBackOurBoys

Il 17 giugno, lo stesso giorno in cui l’esercito israeliano confiscava le telecamere a circuito chiuso di Beitunia che avevano registrato le immagini dei suoi soldati intenti a uccidere due ragazzi palestinesi disarmati durante la protesta del Nakba Day, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Ron Prosor  saliva dietro un leggio presso la Missione delle Nazioni Unite a New York.

“Sono passati cinque giorni da quando i nostri ragazzi sono scomparsi  - tuonava Prosor – e chiedo alla comunità internazionale: dove siete? Dove siete!? ”

Riferendosi al governo di unità nazionale Fatah-Hamas, Prosor aggiungeva: “Tutti quelli che nella comunità internazionale si erano precipitati a benedire questo matrimonio, dovrebbero guardare negli occhi i genitori straziati e avere il coraggio di assumersi la propria responsabilità condannando il rapimento. La comunità internazionale ha fatto un cattivo affare e Israele sta pagando per questo “.

Accanto Prosor c’era un grande cartello che mostra i volti sorridenti dei tre ragazzi scomparsi sotto un hashtag che recitava #BringBackOurBoys.  Il blitz propagandistico di Israele si stava avvicinando al suo apice.

life under terror

Per giorni, i leader della propaganda online addestrati da Israele – dal portavoce delle unità dell’esercito israeliano, all’Agenzia ebraica, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – hanno inondato i social media con l’hashtag #BringBackOurBoys. Imitando la promozione di Michelle Obama dell’ hashtag #BringBackOurGirls che mirava a sensibilizzare sul rapimento di studentesse nigeriane da parte di militanti islamici, l’accigliata moglie del primo ministro israeliano, Sara, ha postato una sua foto su Facebook mentre mostrava un cartello che recitava: #BringBackOurBoys.

La campagna sui social media ha riecheggiato in tutte le comunità ebraiche degli Stati Uniti, con le sinagoghe di tutto il paese che esponevano nastri gialli in uno spettacolo di solidarietà con i ragazzi scomparsi attentamente coordinato. A New York, i politici locali apparivano ai raduni pro-Israele, mentre i diplomatici americani – dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Samantha Power all’ambasciatore Susan Rice – gareggiavano tra loro per il tributo più emozionante offerto ai ragazzi rapiti.

A Rachel Frenkel, la madre del rapito Naftali Frenkel,  il governo israeliano ha pagato un viaggio al Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra, per invocare l’aiuto internazionale per salvare suo figlio.

L’intera campagna di propaganda è stata messa in moto immediatamente, nonostante Netanyahu e la sua cerchia interna sapessero che i ragazzi erano quasi certamente morti. Ed è stata attivata grazie all’ordine di censura dello Shin Bet, che persino i corrispondenti stranieri come il responsabile dell’ufficio del New York Times  Jodi Rudoren hanno rispettato. Il governo israeliano ha rifiutato di consentire ai fatti da interferire con quella che sembrava un opportunità politica.

Dietro l’immagine pietosa che veniva mostrata al mondo, la società israeliana era assetata di sangue. Una pagina di Facebook creata spontaneamente chiedeva l’esecuzione di un prigioniero palestinese per ogni ora in cui i ragazzi fossero rimasti dispersi, mentre un’altra chiamata “Il popolo di Israele chiede vendetta” ha raccolto più di 35 mila likes, per lo più da giovani israeliani, in pochi giorni.

Manipolato da una campagna di alto livello di inganno e disinformazione per fargli credere che “suoi ragazzi” fossero ancora vivi, il pubblico israeliano stava per ricevere notizia scioccante. Nena News (continua)

Traduzione a cura della redazione di Nena News

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NenaNews: GAZA. Le origini dell’attacco (prima parte)

luglio 13, 2014 at 6:09 am

Mentre l’esercito israeliano metteva a ferro e a fuoco la Cisgiordania e grida di vendetta divampavano da Gerusalemme alle colonie, il governo Netanyahu sapeva che i tre adolescenti erano morti. Tra censura, menzogne e manipolazione, la ricostruzione dell’ultimo mese di violenza in Palestina

Soldati israeliani in un villaggio palestinese (Fonte Infopal)

Soldati israeliani in un villaggio palestinese (Fonte Infopal)

 

di Max Blumenthal – Electronic Intifada

Roma, 12 luglio 2014, Nena News - Dal momento in cui il mese scorso i tre ragazzi israeliani sono stati dichiarati dispersi, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’apparato militare e di intelligence [Shin Bet, ndt] del paese hanno impedito il flusso di informazioni al pubblico. Attraverso una miscela tossica di propaganda, sotterfugi e incitamento, hanno infiammato una situazione precaria, manipolando gli israeliani nel sostenere la loro agenda fino a quando hanno reso un incubo assolutamente evitabile inevitabile.

Polizia israeliana, funzionari dell’intelligence e Netanyahu sapevano, a poche ore dal rapimento, che i tre ragazzi erano stati uccisi. E sapevano chi fossero i primi sospetti meno di un giorno dopo la segnalazione del sequestro.

Invece di rivelare questi dettagli al pubblico, lo Shin Bet ha imposto un ordine di censura sui media nazionali, proibendo ai giornali di riferire che i ragazzi erano quasi certamente stati uccisi, e vietando loro di rivelare l’identità dei loro sospetti assassini. Lo Shin Bet ha anche mentito ai genitori dei ragazzi rapiti,  facendo loro credere che i loro figli fossero vivi.

Invece di ordinare un intervento limitato per catturare i presunti responsabili e recuperare i corpi dei ragazzi, Netanyahu ha organizzato una campagna internazionale di pubbliche relazioni aggressiva, chiedendo simpatia e indignazione da parte dei leader mondiali: questi ultimi hanno avuto l’impressione che i ragazzi scomparsi fossero ancora vivi.

Nel frattempo, le forze armate israeliane  imperversavano in tutta la Cisgiordania occupata e bombardavano la Striscia di Gaza in una campagna di punizione collettiva ingannevolmente confezionata per gli israeliani e per il mondo come una missione di salvataggio.

I dettagli critici che erano a conoscenza di Netanyahu e dell’apparato militare e di intelligence, sono stati rivelati al pubblico israeliano solo dopo il rapimento di oltre 560 palestinesi, di cui almeno 200 ancora detenuti senza accuse; dopo il raid delle università palestinesi e il saccheggio di innumerevoli abitazioni; dopo l’uccisione di sei civili palestinesi da parte delle forze israeliane; dopo che la polizia dell’Autorità palestinese addestrata dagli americani aveva assistito i soldati israeliani nell’attacco ai giovani palestinesi nel centro di Ramallah; dopo il presunto furto da parte delle truppe israeliane di $ 3 milioni di dollari; e dopo che la stravaganza delle relazioni pubbliche internazionali di Israele aveva fatto il suo corso.

L’assalto in Cisgiordania è arrivato sulla scia del crollo dei negoziati guidati dagli Stati Uniti – per i quali questi ultimi hanno incolpato Netanyahu – e subito dopo la ratifica dell’accordo di unità di Hamas con l’Autorità Palestinese controllata da Fatah. Netanyahu stava ancora soffrendo per il riconoscimento da parte degli Stati Uniti del governo palestinese di unità nazionale quando è stato raggiunto dalla notizia del rapimento dei tre ragazzi. Visto che non bisogna mai perdere l’occasione di danneggiare i palestinesi, lui e la sua cerchia ristretta hanno pensato bene di attingere al sequestro per un valore massimo di propaganda.

Settimane dopo l’incidente, è ormai chiaro che il governo israeliano, i servizi segreti e l’esercito  si siano dotati di una copertura per fornire a loro stessi spazio politico per una campagna militare che aveva poco a che fare con il salvataggio di eventuali adolescenti rapiti.

La campagna di disinformazione che essi hanno intrapreso ha scagliato una popolazione pesantemente indottrinata – e comprensibilmente militarizzata –  in una frenesia tribalistica, provocando un’ondata di incitamento ad alto livello, culminata con la scioccante uccisione per vendetta di un adolescente palestinese innocente e disordini in tutta Gerusalemme est.

Non è dato sapere quando finirà il caos e quanto lontano si diffonderà. Ma le sue origini sono sempre più chiare.

IMBAVAGLIARE LA STAMPA, MENTIRE AI GENITORI DEI RAGAZZI

Il 12 giugno, tre giovani israeliani ebrei, Naftali Frenkel, Gilad Shaar e Eyal Yifrach,  scompaiono mentre fanno l’autostop da Kfar Etzion, un insediamento illegale nella Cisgiordania occupata. Alle 22.25 Shaar fa’ una chiamata in preda al panico alla polizia israeliana.

Durante la chiamata inquietante della durata di due minuti e nove secondi, si possono sentire i presunti rapitori mentre ordinano ai giovani a tenere la testa abbassata. In sottofondo, mentre Shaar chiede aiuto, si sente Radio Israele. Poi si sentono diversi colpi di pistola seguiti da un canto celebrativo, mentre i rapitori  dicono: “Abbiamo i tre.” I ragazzi sono stati uccisi.

Ci è voluto fino alla mattina successiva perché la polizia collegasse la chiamata effettuata alla denuncia presentata dai genitori dei giovani. In un incontro con i funzionari dello Shin Bet, quel giorno, i genitori dei ragazzi hanno ascoltato la registrazione della telefonata.

Bat Galim Shaar, la madre di Gilad Shaar, ha chiesto che gli investigatori le spiegassero il perché degli spari in sottofondo, e se questo significasse che suo figlio era morto.

Secondo Bat Galim Shaar, la polizia ha detto che i proiettili erano “a salve”. Quando l’auto utilizzata dai presunti rapitori è stato scoperta bruciata al lato di una strada, lo Shin Bet le ha detto che nessuna traccia di DNA era stata trovata. Eppure, proiettili e sangue erano presenti in tutto l’interno della vettura. Lo Shin Bet aveva mentito ai genitori dei ragazzi scomparsi, al fine di alimentare false speranze che i loro figli fossero ancora vivi.

“Quando [lo Shin Bet] alle 6 di venerdì mi ha detto che l’esercito era al lavoro sul posto – ha detto Bat Galim Shaar alla televisione israeliana Channel 10 – mi sono sentita meglio meglio, come se fossimo in buone mani. Sono stata ingenua, ho detto a tutti che Gilad sarebbe tornato a casa prima dello Shabbat. ”

Dopo aver ingannato i genitori delle vittime, l’apparato militare e di intelligence israeliano si è mosso per nascondere la verità al pubblico, imponendo una censura che proibiva ai media del paese di riferire il suono degli spari nella chiamata registrata dalla polizia.

Secondo il testo dell’ordine di censura, che è stato pubblicato in inglese dal portale Mondoweiss, i militari avevano proibito ai giornalisti israeliani di pubblicare “tutti i dettagli dell’indagine” e “tutti i dati che potrebbero identificarne i sospetti”.

Non solo tutti i soggetti coinvolti nell’inchiesta – Netanyahu, lo Shin Bet, i militari – sapevano da subito che i tre ragazzi scomparsi erano quasi certamente morti, ma avevano anche individuato i due uomini che credevano fossero responsabili del crimine poco più di un giorno dopo che si era verificato.

Per legittimare gli obiettivi più ampi dei militari, anche questa informazione è stata nascosta.

NASCONDERE I SOSPETTI

Il 17 giugno il sito di notizie in lingua araba Rai Al Youm ha riferito che la polizia israeliana e gli agenti dello Shin Bet avevano fatto irruzione nelle case di Marwan Qawasmeh e Amer Abu Eishe, i principali sospettati, a sud della città di Hebron. In quanto portale palestinese di stampa con sede a Londra, Rai Al Youm non è stato oggetto dell’ordine di censura dei militari israeliani ed era quindi libero di pubblicare i nomi dei due sospetti rapitori.

Citando un report del portale israeliano Walla! che era stato ripulito dall’ordine di censura o altrimenti reso inaccessibile, Rai Al Youm ha sintetizzato il racconto dal padre di Abu Eishe come segue: “Sabato all’alba [due giorni dopo la segnalazione del presunto sequestro], le forze speciali dell’esercito israeliano hanno fatto irruzione nella casa e interrogato i figli della famiglia cercando di trovare tutte le informazioni che li avrebbero aiutati  a capire dove si trovassero, ma non hanno avuto successo”.

Il padre di Abu Eishe ha aggiunto che lo Shin Bet aveva arrestato anche la moglie di suo figlio per interrogarla. Uno zio di Qawasmeh ha dichiarato che quattro dei fratelli di suo nipote e sua moglie erano stati arrestati il giorno dopo il presunto rapimento e interrogati.

Rai Al Youm ha aggiunto: “Molti dei corrispondenti militari dei media israeliani hanno riferito venerdì scorso una dichiarazione attribuita a un funzionario della sicurezza palestinese, in cui ha detto che l’Autorità Palestinese è sulle tracce di due persone di Hamas scomparse giovedì scorso [il giorno del sequestro] e che le forze di sicurezza dell’Anp hanno fornito le informazioni che dovevano a Israele. E ora è chiaro che questa storia era vera e che Israele li sta cercando e li ha accusati di essere dietro il rapimento.”

Allison Deger, corrispondente di Mondoweiss, ha visitato la casa di Qawasmeh e ha confermato che l’esercito e lo Shin Bet aveva portato via alcuni membri maschili della famiglia per un interrogatorio il 14 giugno.

In una normale indagine penale di alto profilo, i nomi dei sospetti fuggitivi sono ampiamente pubblicizzati. Gli investigatori affiggono poster dei criminali ricercati in spazi pubblici mentre i funzionari di polizia organizzano conferenze stampa in cerca di aiuto da parte del pubblico. In questo caso, tuttavia, i servizi di intelligence di Israele hanno scelto di mantenere le identità dei loro sospetti in un segreto gelosamente custodito per due settimane.

Mentre Netanyahu e i suoi principali deputati accusavano tutti i membri di Hamas per il rapimento, l’ordine di censura dello Shin Bet aveva soppresso tutte le informazioni relative alle identità dei sospetti fino al 26 giugno. Per quel che ne sapeva il pubblico israeliano, i rapitori avrebbero potuto essere ovunque in Cisgiordania, in qualsiasi scuola o casa o caffè o pollaio dove chiunque lontanamente affiliato a Hamas avrebbe potuto riunirsi.

Dopo aver manipolato una popolazione particolarmente suggestionabile attraverso l’attenta gestione delle informazioni, i militari avevano ottenuto tutta la latitudine politica di cui avevano bisogno per scatenarsi nelle città lontane dal luogo del delitto.

Durante un raid dell’università di Bir Zeit vicino a Ramallah, le truppe israeliane hanno sequestrato centinaia di bandiere di Hamas e le hanno portate via in camion, come se avessero ottenuto preziose testimonianze. Quando l’esercito ha bombardato la Striscia di Gaza, l’unica giustificazione di cui aveva bisogno era che il territorio costiero assediato era governato da Hamas.

Un sondaggio pubblicato il 2 luglio ha rivelato che il 76 per cento degli ebrei israeliani ha approvato le azioni dell’esercito e ha espresso un sostegno schiacciante per lo Shin Bet.

In breve tempo, l’ordine di censura aveva prodotto il risultato sperato. Nena News (Continua)

 

 

(Traduzione a cura della redazione di Nena News)

Link del’articolo: http://nena-news.it/gaza-le-origini-dellattacco-prima-parte/

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+972: Live blog: Escalation in Gaza – July 2014

luglio 10, 2014 at 5:35 am

Following almost a month of Israeli air strikes and Palestinian rocket launches in the Gaza Strip, the Israeli army declared that it had launched ‘Operation Protective Edge.’  The Israeli cabinet on Tuesday authorized the call-up of 40,000 reservist soldiers after a night in which the Israeli Air Force launched dozens of air strikes inside the Gaza Strip. The operation comes as tensions are already high in Israel and the West Bank following the kidnapping and murder of three Israeli teenagers and a Palestinian teenager from East Jerusalem.

11:45 p.m., July 9

Israeli soldiers open fire at armed scuba divers who approached Israeli territory from the northern Gaza Strip. According to Haaretz, large forces are currently canvasing in attempt to locate them.

Five more Palestinians were killed in Israeli airstrikes on northern and southern Gaza Wednesday evening, bringing the total death toll in Gaza to 53, according to Ma’an News Agency. One of those killed was 49-year-old Hamdi Shahab, an employee of Media 24, a Gazan media agency.

 

 

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bocchescucite.org : Rappresaglia, vendetta o giustizia?

luglio 3, 2014 at 11:06 am

10484617

by  N. Capovilla, 2014 July 2
L’amico Kalil insiste nel chiedermi: “allora, sarai ancora nostro ospite, abuna?” Ed io, dopo la terribile notizia dell’uccisione dei tre giovani coloni israeliani, davvero non so cosa rispondere loro. Certo, secondo i miei programmi fra pochi giorni dovrei essere ospite della famiglia di Kalil, povera di tutto ma ricca di dignità, affetto, cultura e amicizia. Ma se vi dico che abitano ad Hebron, capite la mia incertezza nel prevedere di poter anche solo entrare in città, dopo che dal 12 giugno è stata sigillata dall’esercito con il pretesto di ricercare i tre giovani.Ecco, ancora una volta constato che ciò che accade in questa maledetta e santa terra di Palestina puntualmente non viene raccontato all’opinione pubblica. Tutto deve venir “semplificato” in uno stereotipo che eviti rigorosamente di evidenziare ciò che è la causa di tutto: la terra e le città, la vita e l’economia, la libertà di movimento e forse anche il futuro di milioni di palestinesi, sono stati occupati e colonizzati illegalmente dallo stato d’Israele.

Ma voi dite: cosa c’entra questo con il rapimento e la barbara uccisione dei tre coloni?

La gente, il lettore/ascoltatore, devono continuare ad immaginare che i palestinesi siano tutti terroristi e che ad Israele, da vittima, sia logicamente concesso non solo di difendersi, ma di trasgredire tutte le leggi e le risoluzioni per “vendicarsi” con “rappresaglie” e “punizioni collettive”, come scrivono i giornali di questi giorni.

Ma in queste ore le parole che vorremmo leggere non sono queste.

L’immenso dolore, l’indicibile lutto che sconvolge tre famiglie e un’intera nazione, dovrebbe ispirare sentimenti di solidarietà, partecipazione, auspicio e impegno a lavorare tutti per togliere benzina alle macchine di odio che la violenza e le armi seminano ovunque. Dovrebbero spingere la comunità internazionale a sostenere davvero chi cerca la pace, che arriverà solo con la giustizia e i diritti per tutti.

Da anni facciamo la spola tra le case di amici israeliani e le parrocchie palestinesi, per gettare ponti di reciproca conoscenza e dialogo.

Ma purtroppo constatiamo che siamo da sempre abituati a dare per scontato che la rabbia degli israeliani debba generare fiumi di risentimento e concrete violazioni e violenze: vi ricordate con quanto sollievo avevamo preso atto che Israele aveva interrotto la barbara pratica della demolizione delle case delle famiglie dei presunti colpevoli di un atto terroristico? Ebbene, è triste non solo che questa pratica tribale sia ripresa in queste settimane, ma ancor più che i giornali ne parlino come di una cosa normale e giusta.

Farò il possibile per andare dal mio amico Kalil e vorrei invitare tutti i giornalisti che in queste settimane hanno finto di non sapere che i tre giovani “seminaristi” erano coloni e la città dove erano stati rapiti, Hebron, si trova in Palestina e, come ha acutamente osservato Ugo Tramballi, non era proprio come “il lungomare di Tel Aviv”, visto che si trova nei Territori Palestinesi occupati.

Troppo poco hanno scritto delle aggressioni che hanno volutamente trasformato la ricerca dei tre giovani in una autentica punizione collettiva che sta mettendo a ferro e fuoco l’intera Cisgiordania.

Porterei questi giornalisti a venti minuti da Hebron per intervistare gli amici del villaggio di At Twani stritolato dagli insediamenti e da anni preda dei soprusi più pesanti dei coloni.

Sì, perché è diverso leggere i titoli inneggianti alla “durissima vendetta di Israele” e sentire la famiglia che conosci e che ti racconta che una perquisizione notturna illegale dei soldati in casa ha seminato paura e fruttato ai soldati l’equivalente di 2500 euro, la dote di una ragazza che sta per andare in sposa.

D’altra parte, se tutti i pellegrini di giustizia che fra pochi giorni saranno con me a Betlemme hanno solo letto i giornali sulla “prevedibile escalation di violenza” e sentito distrattamente alla TV che ben quattordicimila soldati sono stati mandati ad invadere case, villaggi e città, distruggendo vite, beni, risorse, sono certo che il dottor Nidal, a cui porteremo medicine che Israele gli impedisce di avere, racconterà loro un’altra storia, in cui trova il primo posto la condanna per la brutale sorte dei tre giovani israeliani e insieme lo sconcerto perchè i giornali hanno ritenuto di dover appena appena accennare al fatto che ben “dieci persone sono state uccise, tra cui bambini, durante le incursioni. Ed erano tutti disarmati. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate.

Ma nessuno dei nostri uomini o donne di Stato ha rivolto loro un pensiero o ha chiesto ad Israele di fermare la punizione collettiva di un intero popolo.” (Luisa Morgantini)

Ogni morte e ancor più ogni assassinio, ogni uomo e ancor più ogni giovane che viene ucciso, rivelano la disumanità e la barbarie generata dall’odio. E se ci mancano le risposte e le soluzioni facili, senz’altro abbondano le domande: “Ma la Comunità internazionale, che ora piange e solidarizza, perchè non alza con più forza la voce richiamando palestinesi e israeliani al rispetto delle leggi e delle Risoluzioni delle Nazioni Unite? Ma possibile che i palestinesi siano destinati ad essere ritenuti sempre esseri umani di seconda categoria?”

Non la vendetta né la rappresaglia: per raggiungere veramente la pace l’unica risposta restano sempre la giustizia e il rispetto dei diritti umani,.

Nandino Capovilla

referente Campagna Ponti e non muri di Pax Christi Italia

2 luglio 2014

per visualizzare l’articolo vai al link: http://www.bocchescucite.org/rappresaglia-vendetta-o-giustizia/

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+972 Mag: Palestinian teen murdered in suspected ‘revenge kidnapping’

luglio 3, 2014 at 5:34 am

By Michael Omer-Man, 2 July, 2014

Heavy clashes take place in a number of East Jerusalem neighborhoods, leading to dozens of injuries, including two photographers from Activestills; Kerry conveys condolences to the Palestinian people over despicable murder; ‘revenge’ calls spread throughout Israeli social networks, streets of Jerusalem.

Clashes between Palestinian youths and Israeli police broke out Wednesday morning when news broke of a suspected kidnapping and murder of a Palestinian teenager in the East Jerusalem neighborhood of Beit Hanina hours earlier. Speculation that the killing was a nationalistically motivated and perpetrated by Jewish Israelis as revenge for the kidnapping and murder of three Israeli teenagers in the West Bank appeared almost immediately in nearly every Israeli media outlet. Police initially urged caution, saying that no motive had been established, but later said they estimated it was a “nationalistic” crime.

Muhammad Hussein Abu Khdeir was walking to morning prayers for Ramadan after 3 a.m. Wednesday morning when a car pulled up and a number of passengers forced him in. Police later found his burned body in a Jerusalem-area forest. A gag order covered other details of the investigation. The family reportedly agreed to an autopsy and the funeral was scheduled for Thursday.

U.S. Secretary of State John Kerry on Wednesday condemned the “despicable and senseless abduction and murder,” adding, “[t]here are no words to convey adequately our condolences to the Palestinian people.”

“Those who undertake acts of vengeance only destabilize an already explosive and emotional situation,” Kerry continued. “We look to both the Government of Israel and the Palestinian Authority to take all necessary steps to prevent acts of violence and bring their perpetrators to justice.”

The Israeli Prime Minister’s Office published a readout from a conversation Prime Minister Netanyahu had with Public Security Minister Yitzhak Aharonovitch, in which he asked police to work quickly to investigate “work as quickly as possible in order to investigate who is behind the reprehensible murder and what the motive was.” The written statement added that “the prime minister calls on all sides not to take the law into their own hands.”

The uncle of one of the murdered Israeli teens said that if there the Palestinian teen was killed as a nationalistically motivated crime or revenge, it would be horrendous. “There is no difference between [Arab] blood and [Jewish] blood.”

In the two days since Israeli troops found the bodies of the kidnapped teenagers, incitement and calls for revenge have been rampant. Defense Minister Moshe Ya’alon spoke of “settling the score,” Prime Minister Netanyahu called the murderers “human animals” and others called for swift action against Hamas and the Palestinians.

Hundreds of Jewish Israelis, many of them teenagers, marched through the streets of West and East Jerusalem for hours Tuesday night chanting “death to Arabs” and physically assaulting at least five Palestinians along the way. Police also reportedly prevented attacks against a number of Palestinians. Police arrested 50.

A photo posted to the ‘The people of Israel demand revenge’ Facebook page

A Facebook group established Monday night, called “The people of Israel demand revenge,” garnered over 37,000 “likes” by Wednesday afternoon. Followers of the page posted photos of themselves holding signs or with writing on their skin with messages inspired by the name of the Facebook page. A number of the posters appeared to be active duty soldiers, some of whom framed their signs with insignia, military gear and weapons.

Dozens of Palestinians were wounded in the clashes in East Jerusalem on Wednesday, with Ma’an reporting that 17 required hospitalization. Five police officers were reportedly wounded, and at least four journalists were shot with sponge-tipped bullets by police. Among those shot were two journalists from Palestine TV and two Activestills photographers. Activestills photojournalist Tali Mayer, who also works for Walla! News, was shot in the face and will have to undergo surgery.

The demonstrators damaged a number of light-rail stations and maintained a standoff with riot police in the Shuafat and Beit Hanina neighborhoods of East Jerusalem. Police shut down the main roads running through the area, which are also the main arteries connecting Jerusalem and Ramallah.

http://972mag.com/palestinian-teen-murdered-in-suspected-revenge-kidnapping/92841/

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Palestinian shepherd detained by Israeli soldiers. Released by a popular struggle action.

luglio 1, 2014 at 9:40 am

Palestinian shepherd detained by Israeli soldiers. Released by a popular struggle action.

On June 27, a Palestinian shepherd from the South Hebron Hills village of Saddith Thala was detained by Israeli soldiers in the charge of throwing stones towards a setter’s car, passing on the Bypass road 317. He was released, because no evidence, by a popular struggle action.

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VIDEO: 2014-05-21 7th festival of nonviolent resistance in At Tuwani

giugno 25, 2014 at 9:20 am

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